Chi non vorrebbe conoscere una persona che è stata riconosciuta giusta tra le Nazioni? Io ho questa fortuna. Parlo di una persona molto cara, un vero amico, conoscitore di Viterbo come nessuno. Si chiama Francesco Morelli, viterbese doc.

A dire il vero non è proprio lui ad essere insignito di questo riconoscimento, ma il suo babbo, Luigi Morelli, infermiere  a suo tempo, presso l’Ospedale Grande di Viterbo, e un medico, queste due persone meravigliose salvarono da morte certa una donna ebrea: Reale Di Veroli.

Ma cosa era accaduto?

Veniamo alla storia. Siamo nel dicembre 1943, (più precisamente il 2 dicembre).

Dai documenti rinvenuti presso il carcere di Viterbo,  presso l’archivio di Stato di Viterbo, nonché  dalle testimonianze raccolte, non risulta che la cattura degli ebrei viterbesi venne effettuata da italiani insieme ai tedeschi, come qualcuno credeva. Risulta invece, che venne effettuata da poliziotti della questura di Viterbo coadiuvati molto probabilmente dalla milizia volontaria locale della Repubblica Sociale (di cui si conoscono anche i nominativi)

I poliziotti, entrarono nell’abitazione delle famiglie Anticoli,  Di Veroli e Di Porto Angelo, tutti imparentati tra loro. L’abitazione si trovava in Via della Verità, 19.

Vengono arrestati Letizia  Anticoli, figlia di Vittorio Emanuele Anticoli e Reale Di Veroli, e suo marito Angelo di Porto. Vittorio Emanuele Anticoli, il papà di Letizia, non era presente, ma fu catturato  il 3 marzo 1944 a Roma.

Oltre a loro credo sia giusto ricordare che, di quel nucleo familiare, furono catturati anche due sorelle di Reale Di Veroli: Di Veroli Anna (Lalla) e Di Veroli Letizia e il figlio di quest’ultima Moscati Angelo. L’unica sopravvissuta alla deportazione di questo nucleo familiare fu Di Veroli Letizia. Li presero, per essere portati a Santa Maria in Gradi, carceri di Viterbo. Da qui, li avrebbero spostati a Fossoli, per poi essere definitivamente, trasferiti  ad Auschwitz.

Dopo la cattura, il 26 marzo 1944,  la “Sora” Reale  Di Veroli, mentre veniva trasportata dal carcere Santa Maria in Gradi  a Viterbo, insieme a una parte degli ebrei,  al campo di transito di Fossoli, cadde dal camion. Pensando che fosse morta, nessuno se ne curò. In realtà, non era morta, ma qualcuno la soccorse, e  con un carretto di legno, la portò all’Ospedale Grande degli Infermi, per essere adeguatamente curata. Dopo alcuni giorni, però, di lei si persero le tracce. Perché, come mai?

Il babbo di Francesco, Luigi Morelli, infermiere,  insieme ad un medico  (conosciamo il nome, ma non avendo avuto la possibilità di contattarlo, non mi sento autorizzata a fare il suo nome), pur sapendo che stavano mettendo a rischio la propria vita, nottetempo la portarono  in una grotta fuori Porta Faul. Dopo varie cure, aveva il femore sinistro rotto, sempre di nascosto, la “Sora” Reale, dopo l’arrivo degli alleati, tornò a Roma ricongiungendosi con i suoi parenti.

Ma la famiglia di Francesco Morelli, ha fatto ben altro. Letizia Anticoli (figlia della “Sora” Reale e di Vittorio Emanuele Anticoli), aveva un figlio di nome Silvano, il quale il giorno dell’arresto, stava passeggiando con Rita Orlandi (si sposerà Corbucci), cugina del nostro Francesco, e figlia di sua zia Morelli. Il bambino fu tenuto nascosto dentro casa fino al termine della guerra, poi finalmente anche lui si ricongiungerà con i suoi parenti, che stavano a Roma.

Queste persone dal cuore grande, non hanno avuto paura di rischiare di essere arrestate, visto che era proibito aiutare gli ebrei, ma hanno scelto la via del cuore, della fratellanza e dell’amore.

Il cinque novembre, durante la trasmissione di Rai Storia (canale 54 del digitale terrestre), alle ore 20:40 circa, avremo il piacere di vedere il nostro Francesco Morelli, che rilascia una sua testimonianza, il signor Mauro Corbucci, figlio di Rita, (Angelo Di Porto, figlio di Silvano e pronipote di Reale Di Veroli)  e il signor Luca Bruzziches, un nostro concittadino che si è sempre tanto attivato per far conoscere gli accadimenti di questa famiglie, considerate a tutti gli effetti viterbesi.

L’8 gennaio 2015, furono messe tre pietre d’inciampo davanti il loro portone di casa.

Dopo la seconda guerra mondiale il termine Giusti tra le nazioni (in ebraico: חסידי אומות העולם, traslitterato Chasidei Umot HaOlam) è stato utilizzato per indicare i non ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita e senza interesse personale per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista della Shoah. È inoltre una onorificenza conferita dal Memoriale ufficiale di Israele, Yad Vashem fin dal 1962, a tutti i non ebrei riconosciuti come “Giusti”.

Rosanna  De Marchi

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