E’ con una semplice lettera che Seneca, uno dei più grandi (certamente il più attuale) pensatori dell’età latina, riassume per sommi capi tutto ciò che nell’intero trattato De brevitate vitae/Sulla brevità della vita è affrontato molto più ampiamente.

Sono poche righe, circa tre sezioni principali secondo la canonizzazione data oggi dagli studiosi: l’epistola di cui trattiamo entra a far parte della più grande raccolta di Lettere a Lucilio inviate realmente all’amico ma, segretamente, già pensate per essere sfruttate in vista di un’opera. Si può dire che questo epistolario sia, in realtà, un meraviglioso agglomerato di filosofia in pillole.

“Nerone e Seneca”, di Eduardo Barròn, 1904

E quale potevamo scegliere se non, appunto, la lettera più profonda e attuale, oltre che prima per ordine?

Utilizzando con marcatezza il suo tratto stilistico distintivo, la “brevitas“, cioè uno stile diretto, essenziale e sentenzioso, Seneca invita il suo amico a rivendicare il diritto su sé stesso e il proprio tempo: infatti, secondo chi scrive, la maggior parte della vita viene gettata via dagli uomini in sciocchezze di poco conto, facendo così prevalere, di dì in dì, la morte sul presente attivo. Si sofferma poi, come avviene a più riprese nel prima citato De Brevitate Vitae, sulla vanità concreta delle cose terrene, e la loro fuggevolezza; ciò che appartiene all’uomo è, in maniera esclusiva, il tempo, un tempo dunque considerato, per ammonire in modo meglio percepibile, un vero e proprio bene materiale, da utilizzare con cautela, da riconoscere per valore e da non svendere ad azioni di poco conto.

D’altronde, ed è così che conclude l’epistola il filosofo di Cordova: “[…] il tempo […] è proprio l’unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire”. Usare dunque il tempo in modo corretto, perché in fondo ancora oggi “Nessuno bada al tempo in quanto tale: lo si chiede e lo si dà, come fosse una cosa di nessun conto. Giocano con il bene più prezioso di tutti.” (dal De Brevitate Vitae)

Testo tradotto della lettera a Lucilio:

“Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto, raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell’agire diversamente dal dovuto.

Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore. Vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l’altro la vita se ne va.

Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l’unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire.”

Lettura del “De Brevitate Vitae” di Davide Bonanno:

 

By Simone Chiani

Nato nel 1997. Viterbo. Diplomato al Liceo Psicopedagogico e laureato in Lettere Moderne. Autore dei libri Evasione (Settecittà, 2018) e Impronte (Ensemble, 2020).

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