Halloween: un nome difficile che i bambini imparano subito a pronunciare e a scrivere. Una festa che loro adorano, vedendola come una sorta di Carnevale e perché, travestendosi da streghe, fantasmi, scheletri e zombi, esorcizzano le loro paure, rendono ridicoli i mostri e si sentono più forti di loro.

Forse è proprio questo il segreto “laico” per accostarsi alla notte del 31 ottobre, ma è importante anche conoscere il vero significato di Halloween, la sua evoluzione nel tempo e nello spazio, capirne il significato e, se vogliamo, dedicargli un’attenzione che non sfoci nel consumismo sfrenato o in usanze assurde. Piacerebbe anche agli adulti festeggiare a suon di musica e travestimenti questa data, ma quest’anno non sarà possibile.

Molte di più sono le tradizioni italiane legate alla festa di Ognissanti.

“Il giorno dei morti” si celebrava fra 1° e 2 novembre, così come racconta Andrea Camilleri : “Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddo si popolava di morti a lui familiari. (…) Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.”

Tante sono le usanze e le tradizioni legate a queste giornate a Viterbo e in tutta Italia.

Nella giornata di Ognissanti il pensiero va a chi mette tutta la sua forza per elaborare il lutto per la perdita di chi ama di più e a chi non ce la fa.

Emily Dickinson scrisse:

“Chi è amato non conosce morte,
perché l’amore è immortalità,
o meglio, è sostanza divina.
Chi ama non conosce morte,
perché l’amore fa rinascere la vita
nella divinità.”

Alessandro Manzoni compose dei versi dedicati alla festività di Ognissanti

Ognissanti

Cercando col cupido sguardo,
Tra il vel della nebbia terrena,
Quel sol che in sua limpida piena
V’avvolge or beati lassù;
Il secol vi sdegna, e superbo
Domanda qual merto agli altari
V’addusse; che giovin gli avari
Tesor di solinghe virtù.
A Lui che nell’erba del campo
La spiga vitale ripose,
Il fil di tue vesti compose,
Del farmaco i succhi temprò;
Che il pino inflessibile agli austri,
Che docile il salcio alla mano,
Che il larice ai verni, e l’ontano
Durevole all’acque creò;
A Quello domanda, o sdegnoso,
Perché sull’inospite piagge,
All’alito d’aure selvagge,
Fa sorgere il tremulo fior,
Che spiega dinanzi a Lui solo
La pompa del candido velo,

Che spande ai deserti del cielo
Gli olezzi del calice, e muor.
E voi che, gran tempo, per ciechi
Sentier di lusinghe funeste
Correndo all’abisso, cadeste
In grembo a un’immensa pietà;
E come l’umor, che nel limo
Errava sotterra smarrito,
Da subita vena rapito,
Che al giorno la strada gli fa,
Si lancia, e seguendo l’amiche
Angustie con ratto gorgoglio,
Si vede d’in cima allo scoglio
In lucido sgorgo apparir;
Sorgeste già puri, e la vetta,
Sorgendo, toccaste, dolenti
E forti, a magnanimi intenti
Nutrendo nel pianto l’ardir;
Un timido ossequio non veli
Le piaghe che il fallo v’impresse:
Un segno divino sovr’esse
La man, che le chiuse, lasciò.
Tu sola a Lui festi ritorno
Ornata del primo suo dono;
Te sola più su del perdono
L’Amor che può tutto locò;
Te sola dall’angue nemico
Non tocca né prima né poi;
Dall’angue, che appena su noi
L’indegna vittoria compiè,
Traendo l’oblique rivolte,
Rigonfio e tremante, tra l’erba,
Sentì sulla testa superba
Il peso del puro tuo piè.

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