Il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” è probabilmente una delle canzoni più intense, più dense e più affascinanti dell’intera produzione lirica leopardiana, forse italiana; eppure, e fa davvero male constatarlo, molte edizioni delle antologie e dei manuali didattici non la riportano neanche tra le proposte testuali, quando si affronta il recanatese.

Si tratta, come anticipato poc’anzi, di una canzone libera composta da 6 strofe, le quali si chiudono tutte, incredibilmente, con la stessa identica rima (-ale). Fu scritta in non meno di 7 mesi, tra il 1829 e il 1830, nel pieno periodo della fase che verrà, in seguito, definita del “pessimismo cosmico“.

Tuttavia in questo tesoro (perché in altro modo non si potrebbe definire) lasciatoci dal poeta, ci piace rinvenire qualcosa di più articolato e complesso di un semplice susseguirsi di lemmi ascrivibile a una determinata area: quello che appare è piuttosto uno struggente sfuggire, un disperato tentativo di evadere dalla non-finalità del tempo e non-causalità della vita umana, i dilemmi di un’esistenza intera confluiti in una drammatica composizione. Ed ecco allora che il tema base della vita, della filosofia, il non sapere chi si è, dove si va, e la consapevolezza stessa di non poter raggiungere alcuna risposta, si presenta in maniera esasperata nei dubbi di Giacomo, il quale, attraverso la romantica voce del pastore asiatico, interroga la “silenziosa luna” e si illude, con una consapevole vanità, di ricevere almeno da lei una risposta o un perché in merito a quella “pena e tormento” che viene provata già al momento della nascita, quando si verifica per il nascituro un primo “rischio di morte“.

Ed ecco dunque scontrarsi le situazioni inspiegabili presentateci dalla realtà, la perenne contrapposizione in diretto incontro tra ciò che è eterno e ciò che fugge, la maledetta condizione sfortunata dell’uomo che, se irrazionale come gli animali, sarebbe potuto sfuggire a tanti struggimenti inutili. Ma non bisogna tuttavia farsi ingannare, per tornare al discorso iniziale, dal notissimo verso “a me la vita è male“, il quale va considerato soltanto nel preciso momento lirico nel quale è collocato, e in rapporto all’eternità inconsapevole dell’astro interlocutore: se si legge tra le righe è chiaro come, dietro questo affanno leopardiano, ci sia un’ammirazione, una meraviglia, quasi un amore per la vita che sarebbe meglio sfociato in un’esistenza meno consapevole, più superficiale, quasi a riconoscerne un bello di matrice divina irraggiungibile attraverso la ragione; ci sono mille cose “celate al semplice pastore“.

Il richiamo, nel finale, è evidente al tema naturale, ove il tuono e gli animali appaiono come elementi inconsapevoli (al pari della luna) come i quali il recanatese sarebbe voluto nascere, per affrontare la vita con quell’energia e quella non-consapevolezza che li caratterizza. Ed è inevitabile, parlando di questo, non pensare al Dialogo tra la Natura e un islandese, altro capolavoro di Giacomo nelle Operette Morali, del quale sicuramente parleremo in un’altra puntata.

Solo negli ultimi versi, e qui è alquanto adatto parlare di “pessimismo cosmico”, si vede come, sempre utilizzando il beneficio del dubbio e dunque nella consapevolezza dell’impossibilità di una riflessione fruttuosa, Leopardi allarghi il suo orizzonte all’intero regno della Natura, ipotizzando che anche per gli elementi apparentemente inconsapevoli potrebbe essere “funesto a chi nasce il dì natale“, senza distinzioni. Ma solo come ipotesi.

Qual è, dunque, la conclusione che possiamo dare? In realtà, nessuna: la meravigliosa e profonda filosofia di questa lirica porta proprio a non dare alcuna conclusione, poiché l’uomo sembra sottomettersi a un disegno (quasi divino, ma più di una Natura Indifferente) che non tiene minimamente conto dei perché dell’uomo.

E’ dunque la mancanza di risposte, la risposta stessa.

Il testo :

“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e più e più s’affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu vòlto:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e con parole
studiasi fargli core,
e consolarlo dell’umano stato:
altro ufficio più grato
non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,

perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
è lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sì pensosa sei, tu forse intendi
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir della terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l’ardore, e che procacci
il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
star così muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
— A che tante facelle?
che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono? —
Così meco ragiono: e della stanza

smisurata e superba,
e dell’innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti
d’ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre lá donde son mosse;
uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so. Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
tu se’ queta e contenta;
e gran parte dell’anno
senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente; ed uno spron quasi mi punge
sì che, sedendo, più che mai son lunge
da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
— Dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? — 2

Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
più felice sarei, dolce mia greggia,
più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dí natale.

Il testo recitato da Arnoldo Foà (con sottofondo: Beethoven – Sonata n. 14 “Chiaro di luna”):

By Simone Chiani

Nato nel 1997. Viterbo. Diplomato al Liceo Psicopedagogico e laureato in Lettere Moderne. Autore dei libri Evasione (Settecittà, 2018) e Impronte (Ensemble, 2020).

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