A otto mesi dall’inizio della pandemia facciamo il punto sull’efficacia dei trattamenti anti-covid, sulla base delle sperimentazioni condotte finora.

La nostra capacità di aggredire con farmaci l’infezione da covid è nettamente migliorata, rispetto alla prima fase della pandemia. Benché non esista ancora un antivirale specifico contro il SARS-CoV-2, né una singola “cura miracolosa”, ci sono diversi approcci terapeutici utili contro particolari aspetti della malattia, che stanno migliorando la prognosi dei pazienti in ospedale.

Avevamo fatto un primo punto sulle sperimentazioni a marzo, ma nel frattempo sono usciti i risultati di importanti sperimentazioni su farmaci già disponibili, come lo studio RECOVERY. Vediamo che cosa è cambiato in questi mesi.

CORTICOSTEROIDI. I corticosteroidi, la classe di farmaci dalle proprietà antinfiammatorie a cui appartiene il cortisone, costituiscono insieme all’anticoagulante eparina il trattamento cardine della malattia da nuovo coronavirus. A giugno, dai dati del trial RECOVERY è emerso che il desametasone, un corticosteroide economico e di semplice somministrazione, riduce di un terzo la letalità da covid nei pazienti con forme gravi di infezione.

I risultati sono stati confermati a settembre da un’altra collaborazione internazionale (ne abbiamo scritto qui), che ha trovato che un altro corticosteroide, l’idrocortisone, dà benefici nella quasi totalità dei pazienti gravi, riducendo le probabilità di morte. Come scrive The Conversation, l’effetto salvavita potrebbe dipendere dalla capacità di questi farmaci di ridurre l’infiammazione a livello dei polmoni. Non sono però indicati per le forme lievi di covid (la maggioranza delle infezioni), perché attutiscono la risposta immunitaria dell’organismo.

INTERFERONE BETA. Gli interferoni sono un gruppo di proteine prodotte dalle cellule per difendersi dall’invasione di un virus. Da tempo sappiamo che i pazienti che non producono quantità sufficienti di un tipo di interferone, il beta, sono più suscettibili ai danni polmonari dovuti a infezioni virali. Da qui l’idea di testare la sostanza contro il SARS-CoV-2: in un piccolo trial clinico condotto nel Regno Unito, i pazienti ospedalizzati per covid che avevano ricevuto inalazioni di interferone beta hanno visto ridurre il rischio di sviluppare gravi conseguenze infiammatorie del 79%, rispetto a chi aveva avuto un placebo. I pazienti curati con interferone beta hanno inoltre mostrato il doppio delle probabilità di guarire pienamente nell’arco di 16 giorni rispetto al gruppo trattato a placebo.

Occorreranno però studi più estesi per capire l’efficacia di questo trattamento rispetto ad altri, e appurare se il farmaco possa essere usato in combinazione con altri per un’azione più netta. Di recente il trial farmacologico globale SOLIDARITY lanciato dall’OMS ha dimostrato che l’interferone beta non riduce la mortalità nei pazienti con covid grave: le domande sulla sua utilità restano aperte.

REMDESIVIR. Il farmaco – l’unico antivirale attualmente impiegato contro la CoViD-19 – è capace di impedire in vitro a diversi virus, incluso il SARS-CoV-2, di replicare il proprio materiale genetico, ed è già autorizzato in decine di Paesi per i pazienti con covid che richiedono ossigeno supplementare. Uno studio controllato sul remdesivir condotto a Wuhan, in Cina, e pubblicato sul Lancet, non aveva riscontrato benefici nell’utilizzo di questo farmaco, ma la poca disponibilità di pazienti nel Paese dovuta ai progressi nel contenimento rendeva i risultati poco significativi.

Un altro studio condotto negli USA aveva ipotizzato che il farmaco potesse accorciare i tempi di guarigione nei pazienti con covid ricoverati in ospedale, ma la tendenza non ha trovato conferme importanti negli studi successivi. Il trial SOLIDARITY non ha riscontrato purtroppo evidenze di riduzione di mortalità in pazienti con forme gravi di infezione. Dunque, nonostante il farmaco sia ormai ampiamente impiegato, non sembra apportare, da solo, benefici determinanti.

ANTICORPI MONOCLONALI. Gli anticorpi monoclonali rappresentano oggi la speranza più concreta di cure efficaci contro la covid, nei mesi che ci separano dall’arrivo di un vaccino. Sono cloni cellulari prodotti in laboratorio delle proteine messe in campo dal sistema immunitario quando incontra un patogeno, in questo caso il SARS-CoV-2, e possono essere usati da soli, o in combinazioni che uniscano diverse tipologie di queste difese sintetiche. La poca efficacia di un tipo di combinazione non esclude la possibilità di usarne altre, e questo è senza dubbio un vantaggio in termini di ricerca. Sono però molto costosi da produrre e sembrano funzionare meglio se somministrati a chi ha contratto l’infezione di recente.

Un tipo di anticorpo monoclonale, il tocilizumab, è già autorizzato negli USA per contrastare la tempesta di citochine, la reazione immunitaria eccessiva tipica anche delle fasi critiche della covid. Testato per ora su piccoli gruppi di pazienti con CoViD-19, ha dato risultati contrastanti: in base ad alcuni studi riduce il rischio di dover ricorrere a ventilazione meccanica e abbassa il rischio di morte in chi già vi è sottoposto; altre ricerche non hanno trovato benefici significativi. Il tocilizumab è ora al centro di studi clinici rigorosi e su un ampio numero di pazienti, nel programma RECOVERY e in diversi trial negli Stati Uniti.

Una combinazione di anticorpi monoclonali, la REGN-COV2, prodotta dall’azienda farmaceutica Regeneron, ha dato risultati molto promettenti sui modelli animali ed è stata usata anche all’interno della “terapia d’urto” impiegata per curare dalla covid Donald Trump (che ha però ricevuto anche corticosteroidi e remdesivir: non si sa quale dei farmaci abbia avuto l’effetto migliore). Dopo l’accaduto, la Regeneron e un’altra casa farmaceutica che produce anticorpi monoclonali, la Eli Lily, hanno chiesto l’autorizzazione di emergenza per i loro farmaci.

I risultati dei trial su larga scala devono però ancora arrivare. La maggior parte delle persone colpite da CoViD-19 si rimette con le sole proprie forze immunitarie: per capire se un farmaco possa realmente fare la differenza occorre prendere in considerazione un numero molto elevato di pazienti.

PLASMA IPERIMMUNE. Le infusioni di plasma di pazienti guariti da covid sono state approvate per uso emergenziale negli USA in agosto, nonostante evidenze scientifiche molto basse sulla loro efficacia. Da allora i medici che vi ricorrono non sono più tenuti a riportare i dati sull’esito di queste cure, il che ha reso ancora più difficile capire se il plasma funzioni. Servono sperimentazioni più rigorose e approfondite, che prevedano di testare prima il livello di anticorpi dei pazienti da curare (per capire quanto il plasma aiuti a rafforzare le difese).

ALTRO. Tra i farmaci testati nel trial RECOVERY c’è anche l’antibiotico azitromicina, dalle proprietà antinfiammatorie e con anche un’azione antivirale aspecifica. Stando alle sperimentazioni non sembra dare benefici per i pazienti già ricoverati con la covid, mentre lo si sta ancora testando per le fasi più precoci.

Sembra invece ormai assodato che l’antimalarico idrossiclorochina e la combinazione di antivirali usati contro l’HIV lopinavir/ritonavir non sono utili contro la covid; mentre si sta ancora testando un altro principio attivo usato contro la malaria, l’artemisinina, che esercita un’azione antivirale e diventa concentrato nei polmoni, e che pertanto potrebbe dare (staremo a vedere!) benefici.

 

Fonte: https://www.focus.it/scienza/salute/terapie-anti-covid-quali-funzionano-e-quali-no

 

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