«Sono un avulso, il fatto che io sia in Parlamento è la prova del fallimento del sistema Italia. Se nel nostro Paese le cose andassero come dovrebbero, io in questo momento me ne starei in ospedale a togliere i tumori dalla pancia della gente e in università a fare lezione».

L’unico medico che il governo può schierare nella lotta al Covid-19 si definisce «un politico per caso», se non per sbaglio, ma non degli elettori. Pierpaolo Sileri, 48enne chirurgo romano con master all’Università di Chicago, è un oncologo con un passato di simpatie destrorse, che non nasconde.

Viceministro alla Sanità che in materia ne capisce cento volte più del titolare, si è ritrovato tra i grillini dopo aver fondato, nel 2017 con l’amico e compagno di sventura Giuliano Grüner, l’associazione Trasparenza e Merito, nata per estirpare dalle nostre università il cancro del nepotismo. Impresa impossibile. Quello che lo rende avulso dal sistema è la competenza. Da un anno è il deputato pentastellato che va in tv più di tutti, ma se non comparisse la scritta M5S accanto al suo nome quando parla, nessuno lo scambierebbe per un grillino. Non è ideologico, è pragmatico, non parla per slogan e preferirebbe guarire il mondo piuttosto che aprirlo come una scatola di tonno. Ma soprattutto, sa quello che dice. Infatti ultimamente nel governo gli tocca il ruolo del grillo parlante. È la voce critica, quello che quando punta il dito lo mette nelle vere piaghe degli errori dell’esecutivo nella mancata preparazione alla seconda ondata dell’epidemia. Poiché ha 167 pubblicazioni accademiche ed è il solo cinquestelle che guadagnava di più quando era fuori dal Parlamento, tutti si chiedono come sia finito agli ordini di Vito Crimi.

«Nel 2015 mi fu impedito di candidarmi ad un concorso da professore associato all’università di Tor Vergata, a Roma» racconta Sileri. «Ero viceprimario e nel mio dipartimento avevo più pubblicazioni scientifiche di tutti ma il mio posto era destinato a un altro. Feci ricorso al Tar ed il rettore nel parcheggio dell’istituto mi promise che se avessi ritirato il ricorso mi avrebbe fatto vincere una cattedra da professore ordinario. Mi rifiutai e mi fecero capire che ero finito, minacciando anche di bloccarmi i concorsi in tutta Italia. Allora raccontai la mia storia all’onorevole Paola Taverna, che fece un’interrogazione parlamentare. Oggi io sono al governo e il rettore è imputato per tentata concussione e istigazione alla corruzione».

Come nacque la sua candidatura?
«Non ho mai militato dentro M5S, non mi sono mai iscritto a Rousseau. Simpatizzavo per An, sostenni Fini sindaco di Roma, ma non mi interessavo di politica da dieci anni. Alle Comunali votai la Raggi, per tentare un cambiamento. Fu Di Maio, con Paola, a propormi la candidatura, in un collegio uninominale difficile, a Roma Nord, fortino della destra. Presi 94mila voti».

Dottore, tutti però si chiedono con chi si ricandiderà al prossimo giro, perché è palese che lei con i grillini ci azzecca poco…
«Non mi ricandido. Sono un chirurgo, non butto via 25 anni di sacrifici e professione. Quando mi informarono della nomina a viceministro ero in sala operatoria. Fu l’ultimo intervento, perché la legge ora mi vieta di usare il bisturi, mai io voglio tornare in ospedale. Si figuri che avevo chiesto di poterci andare da volontario il sabato mattina, quando sono libero, ma in quanto sono al governo mi è stato impedito. Il 25 marzo 2023 però, quando sarà finito tutto questo, mi troverà al San Raffaele di Milano, dove ho vinto un concorso del 2016».

Ma come, l’eroe anti-pandemia alle dipendenze del negazionista Zangrillo criticato da tutti?
«Criticato da chi non ne capisce. Zangrillo è un anestesista. Io ho avuto il Covid e quando sono stato male io stesso dissi a molti che se qualcosa fosse andato storto il San Raffaele sarebbe stata la sede per il ricovero».

Ha detto che il virus è clinicamente morto, non sarà mica d’accordo?
«Ha usato un’espressione infelice ma molti degli addetti ai lavori hanno capito benissimo che cosa intendesse: che il virus non arrivava più in terapia intensiva».

Ora però ci va di corsa…
«Sì. Più il virus circola, più persone rischiano di andare in terapia intensiva. Ma ci sono differenze. Durante la prima ondata si moriva in casa e il medico arrivava due giorni dopo il decesso. Ora non è più così. Gli scienziati hanno punti di vista personali differenti ma anche rivalità accese. Le parole di Zangrillo sono state strumentalizzate. Mi sembra che a volte molti miei colleghi in camice utilizzino la tv per sfide e scopi personali».

E lei? È stato accusato di essere un prezzemolino da talkshow e di lavorare poco a causa dei suoi impegni televisivi…
«Noi chirurghi siamo abituati a lavorare anche 120 ore a settimana tra ospedale, ricerca e lezioni. La tv è un impegno minimo, lo dico ai giornalisti che scrivono corbellerie».

I grillini la attaccheranno: va a lavorare nell’ospedale di Berlusconi…
«Vado al San Raffaele di Milano perché è l’eccellenza in Italia».

E lei è così bravo?
«Guardi le mie pubblicazioni e il mio indice H, che misura il valore degli scienziati. Le mie percentuali di mortalità negli interventi chirurgici sono bassissime».

Ha le mani d’oro, dottore?
«È una questione di disciplina. Avrò fatto migliaia di interventi, ma prima di ognuno ancora oggi studio. E quando torno a casa in macchina ci ripenso: ho fatto tutto giusto? C’è qualcosa che potevo fare meglio. Possono sorgere complicazioni?».

Non le mancheranno tutti i privilegi della casta?
«Non me li sto godendo. Ormai la maggior parte entra o rimane in politica per i soldi o per il potere. Io guadagnavo di più da medico che da viceministro e il potere per me è fare le cose che ritengo utili per il Paese. Da presidente della Commissione Sanità ho sbloccato la legge che permette la ricerca sui cadaveri, velocizzato la legge sulla rete dei registri dei tumori e molto altro. Mi basta questo per sentire di aver fatto il mio dovere».

In questo momento lei rappresenta una voce critica nel governo, sbaglio?
«Non tutto mi torna perfettamente».

La sua prima ribellione al governo fu quel viaggio in Cina per recuperare lo studente italiano bloccato nell’Hubei con un febbrone
«Sono andato due volte in Cina a recuperare cittadini italiani, il 2 e il 14 febbraio».

Un gesto polemico?
«No, ma del tutto rispondente alla mia natura».

Non aveva paura, allora non si sapeva nulla di quel che stava accadendo in Cina?
«Mio figlio aveva appena sette mesi. Una sera, quando sono tornato, mia moglie mi ha guardato e ha capito subito. Il Covid impazzava in Oriente e a Roma discutevano da giorni, e mi sembrava tutto molto lento, non vedevo un risultato immediato. Ho pensato, parto e li prendo, tanto quando torno li ritroverò ancora seduti al tavolo a decidere il da farsi. Sono un tipo estremamente pratico». Cosa non le torna di come il governo sta affrontando questa ondata? «Io sono per allargare il tavolo del Comitato Tecnico Scientifico e renderne più trasparenti le logiche e le modalità operative. Mi pare doverosa la trasparenza di questi tempi: non si possono affidare a consulenti di nomina governativa decisioni fondamentali per tutto il Paese».

E delle chiusure cosa pensa: occorre davvero stringere ulteriormente le maglie?
«In terapia intensiva ci sono ancora molti posti e la crescita dei ricoverati non è esponenziale. Il numero dei positivi è altissimo ma la maggior parte di loro non è malata: bisogna distinguere e non creare inutile terrorismo».

E quindi?
«Stiamo paralizzando un Paese in attesa di omologare i test salivari. Inconcepibile».

Lei cosa farebbe?
«La prima cosa da fare è aumentare la capacità diagnostica. Dividiamo la popolazione in tre fasce: basso, medio e alto rischio. Usiamo il test rapido antigenico per coloro che sono a basso e medio rischio e sottoponiamo solo la terza fascia al tampone; così si riescono a mappare 400mila persone al giorno e non sprechiamo tamponi per soggetti che non essendo contatti stretti non sono a rischio elevato. È assurdo quello a cui stiamo assistendo, con migliaia di persone che prendono d’assalto i pronto soccorso per sintomi sovrapponibili a quello del Covid, oppure file interminabili per fare un tampone. Avere più offerta diagnostica più semplice del tampone e fruibile dai medici di medicina generale, nelle farmacie o nel privato e, perché no, anche negli studi dentistici aiuterebbe il sistema in toto».

Denuncia un abuso di tamponi?
«No, dico che ne facciamo troppi alle persone sbagliate. Se io risulto positivo, si può fare il tampone ai miei assistenti, ma non a tutto il piano. Per gli altri basta un test antigenico rapido o salivare che costa un quinto e hai il risultato in un’ora anziché in cinque giorni. Con il Covid bisogna agire come con tutte le altre patologie. Nello screening del cancro del colon si prevede l’esame occulto fecale e solo se questo dà un risultato positivo si procede alla colonscopia».

Crede nel vaccino?
«Non sarà una cosa rapida. Servono mesi per produrlo, come avviene per quello influenzale. E poi ancora non sappiamo quanto in realtà protegge e quali sono i suoi effetti collaterali. Credo arriverà prima il farmaco rispetto alla profilassi».

Allora arriverà la terapia?
«Molte terapie le stiamo applicando già. Confido più di tutte in quella degli anticorpi monoclonali oppure nell’utilizzo di preparati iperimmuni ricavati dal siero dei guariti».

Siamo alla vigilia di una crisi come quella del marzo scorso?
«Faccio fatica a immaginarmi uno scenario simile. Prevedo un’ulteriore salita dei contagi, ma graduale per quanto riguarda i posti in terapia intensiva e spero che quando si vedranno i primi effetti del decreto della Presidenza del Consiglio la curva si addolcirà»

Ammettiamolo, abbiamo perso tre mesi quest’ estate
«Serviva, e serve, un uso spregiudicato della diagnostica. Questo è stato il grande errore».

Chi si è mangiato la sanità italiana, dottore?
«La politica, con nomine non meritocratiche, e qui si torna al motivo della mia candidatura in Parlamento. La corruzione, alla quale paghiamo una tangente di otto miliardi l’anno. I tagli, troppi e lineari. I mancati investimenti nella ricerca. L’edilizia sanitaria sconsiderata: ha presente gli scheletri degli ospedali costruiti e mai aperti in Calabria?».

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Fonte: https://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/25014908/pierpaolo-sileri-pietro-senaldi-quando-tutto-finito-lascio-m5s-per-lavorare-da-alberto-zangrillo.html

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