Una rapida corsa nel passato. Viterbo trae le sue origini dagli antichi Etruschi, ma per brevità di spazio saltiamo di qualche secolo e arriviamo subito al periodo etrusco-romano, di quando i romani sconfissero gli Etruschi presso il bagnaccio (Viterbo).

Per conoscere la turbolenta storia dei viterbesi, si consiglia di consultare gli innumerevoli libri scritti su Viterbo.

Il Leone, il simbolo della città, poggia la sua zampa su di un globo, di peperino, su cui scolpito, si legge: F.A.U.L. Sono le iniziali dei nomi dei quattro castelli o tetrapoli su cui poggiava la città, Fanum, Arbunum, Vetulonia e Longula, i vari borghi che man mano che si allargarono, furono chiusi da una cinta muraria, che sembra, s’iniziò a costruire intorno al 1095.

I viterbesi, da sempre con un carattere ardente, possenti e valorosi, vincevano tutte le guerre sottomettendo le terre intorno. Viterbo era da sempre terra libera, e non intendeva rendere conto a nessuno.

Ma non fu sempre così, perché quando Eugenio III combattuto dai romani, scappò e si rifugiò a Viterbo, per i viterbesi iniziò un periodo duro, poiché prese le difese del Papa fuggiasco. Nell’arco della storia, si combatté fra Impero e Papato, tra Federico Barbarossa e i papi Adriano IV e Alessandro III.

Viterbo fu teatro di tanti cambiamenti, ora favorita dal Papa, ora accarezzata dall’Imperatore. Nel 1164 Federico I° decorerà Viterbo del titolo di Città e permetterà di inalberare, nel suo stemma, l’asta sormontata dall’Aquila bicipite, che rappresentava il vessillo dell’Impero. I viterbesi si sentirono orgogliosi di così tanta considerazione da parte di Barbarossa, e si asservirono a lui, sperando che egli li aiutasse a combattere gli odiati romani.

Viterbo, in questi tempi divenne sede degli antipapi creati da Federico I, fino a che il Barbarossa non fu battuto in Lombardia, e riappacificatosi con il papa Alessandro, questi riebbe Roma e così, anche Viterbo ritornò a essere soggiogato dal papa.

Ma le innumerevoli guerre sostenute, l’avevano resa più forte e nel 1172 distruggerà Ferento, e si approprierà della Palma che era il suo emblema, e lo affiancherà al Leone.  In seguito diventerà il simbolo di Viterbo. Il secolo XIII fu uno dei più turbolenti nella storia della città. Le contese tra Guelfi e Ghibellini, così disastrose per tante terre d’Italia, assunsero da noi, un carattere di eccessiva asprezza a causa delle rivalità tra due famiglie: I Gatti e i Tignosi, che di quelle fazioni erano posti a capo.

I Gatti, chiamati anche Bretton, perché provenivano dalla Bretagna, erano giunti a un alto grado di potenza e di ricchezza tanto da arrivare a essere tiranni, nei confronti dei cittadini. Furono abitualmente Guelfi, anche se non sempre per devozione al Papato. I Tignosi si mantennero sempre fedeli al partito dell’Impero.

I Tignosi erano di origine alemanna giacché venivano da Magonza, furono detti per questo Maganzesi, e intorno  ad essi si raggruppò il partito ghibellino. Con i Gatti, si unirono gli Alessandri, i Mazzatosta, e altre minori famiglie; con i Tignosi, i Cocco, i Monaldeschi e altri audaci partigiani, così che la città rimase divisa in due campi implacabilmente avversi, facendo germogliare il seme della discordia anche nel sangue fraterno. Fin dal 1220 nella storia d’Italia e più in quella di Viterbo, compare la figura di Federico II.

Questo Imperatore letterario e guerriero, spesso magnanimo, più spesso crudele in 40 anni del suo regno, accentrò in sé i principali eventi della prima metà del XII. La sua epica lotta sostenuta col Papato, contro Innocenzo III, Gregorio IX, e Innocenzo IV, fece inasprire ancora di più gli odi tra Guelfi e Ghibellini. Sul suo capo si alternarono benedizioni e anatemi, come nella sua vita, si successero vittorie e sconfitte; ma egli non si piegò mai, la sua fibra però, si logorò precocemente e a soli 56 anni morì in un paese della Puglia.

Tra gli episodi della vita militare di Federico II, dà a Viterbo la possibilità di scrivere la più bella pagina della sua storia; i viterbesi da qualche tempo combattevano per la libertà del suolo natio, in questa situazione, si vede grandeggiare l’austera figura di Raniero Capocci, un cardinale, che ben sapeva impugnare la spada, e rendersi evidente come una gentile visione, quella mite e soave di Rosa da Viterbo.

Un’umile fanciulla, figlia del popolo, che protetta solo dalla sua fede, non esita a sfidare i potenti nemici della sua patria. Ci troviamo nel 1243, e come tutti i viterbesi sanno, la piccola Rosa, che gli imperiali avevano esiliato, predice la morte del grande avversario della Chiesa, e Federico, in giovane età, scomparirà dalla scena del mondo.

La storia e le vicissitudini della città di Viterbo, sono molte, e ricche di episodi molto interessanti, come per esempio: di quando i viterbesi chiusero a chiave i cardinali nel palazzo pontificio, e scoperchiarono il tetto con la minaccia che non li avrebbero fatti uscire, se non dopo aver eletto il nuovo Papa.

Questo sistema, allora, parve quasi sacrilega, dette però origine all’uso regolamentare dei conclavi (clausi cum clave), stabilito appunto in una solenne costituzione da quel Gregorio X, che, i cardinali, racchiusi per la prima volta, avevano eletto Viterbo nel 1271. Ma ci fermiamo qui, poiché abbiamo molto da raccontare, ma non più di Viterbo Medioevale, ma di un periodo che seppure pare tanto lontano, è da pochi anni trascorso.

Un periodo che tanti di noi non abbiamo conosciuto, ma possiamo farlo attraverso i racconti di quelle persone che ancora ci sono, e vogliono far sapere quello che hanno visto, e patito. Persone straordinarie che hanno saputo con coraggio ricostruire la loro vita e quella dei loro cari.

Rosanna  De Marchi

 

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