Chi cerca di etichettare la protesta di Napoli come una manifestazione dell’estrema destra o dell’estrema sinistra non ha capito niente.

Non siamo di fronte a una divisione di carattere politico, quanto a un disagio sociale molto più profondo e trasversale che interessa soprattutto i ceti più deboli, i disoccupati, i precari, chi ha perso il lavoro a causa del covid e chi lo perderà nei prossimi mesi.

Sono milioni di persone, in particolare al sud, con il rischio che la criminalità organizzata avanzi e la risposta dello stato non può essere un nuovo lockdown perché le conseguenze sociali sarebbero drammatiche.

Il sud Italia è una polveriera. Le ataviche difficoltà economiche del mezzogiorno, acuite dalla crisi del 2008, hanno portato negli ultimi anni a un incremento esponenziale della disoccupazione (soprattutto giovanile), una forte emigrazione verso il nord o all’estero e a una crescita del lavoro nero.

Fattori che, uniti alla desertificazione industriale italiana con la chiusura di centinaia di fabbriche e industrie in tutto il paese, generano una situazione socio-economica sempre più precaria per milioni di persone costrette a vivere con piccoli lavoretti saltuari e con ciò che rimane dei propri risparmi. In questo quadro già di per sé preoccupante, si inserisce la criminalità organizzata che, in un contesto di crisi economica, acquisisce sempre più potere rischiando di sostituirsi allo Stato nelle aree in cui la presenza delle istituzioni è sempre più carente.

La rivolta di ieri a Napoli e quello che rischia di accadere nei prossimi mesi, ha delle precise responsabilità politiche. La scelta di imporre un lockdown totale in primavera anche in regioni in cui i numeri dei contagi non lo suggerivano, la decisione di questi giorni di attuare il coprifuoco e chiudere per l’ennesima volta tutto il paese senza tenere conto del risvolto socio-economico, rischiano di moltiplicare le proteste ottenendo l’effetto contrario di quanto sperato. Immaginiamo cosa succederebbe se le proteste di ieri si moltiplicassero in tutte le principali città del sud, sarebbe il caos.

Senza dubbio non si può avvallare una protesta violenta in cui viene attaccata la polizia o si mette in pericolo l’ordine pubblico ma al tempo stesso non si può continuare a ignorare la voce dei ceti più deboli e le ragioni di chi scende in piazza per disperazione. Limitare l’analisi a quanto accaduto a Napoli, significherebbe soffermarsi solo su un piccolo risvolto della vicenda, nei giorni scorsi abbiamo assistito a manifestazioni pacifiche da Torino a Roma, da Milano a Bari. Ristoratori, tassisti, commercianti, operai, persone, ancor prima che lavoratori, disperati per il rischio di un nuovo coprifuoco e che ancora devono riprendersi dalle conseguenze di quanto accaduto in primavera.

La pandemia sta scavando un solco sempre più profondo e difficilmente rimarginabile tra due aree del paese: da un lato chi continua ad avere un lavoro nonostante il lockdown e addirittura, in alcuni casi, ne beneficia, dall’altro chi ha perso il lavoro, rischia di perderlo o si trova in una situazione difficile per la crisi economica.

Ciò rischia di generare un conflitto sociale a causa dell’incapacità della politica di trovare risposte soddisfacenti alle difficoltà dei ceti più deboli e al tempo stesso dell’incapacità di chi sta meglio di mettersi nei panni dei propri connazionali che vivono una situazione sempre più drammatica.

La frattura diventa ogni giorno più insanabile, se non si interviene ora il rischio è che non si possa più tornare indietro.

Francesco Giubilei, 24 ottobre 2020

FONTE: Nicola Porro.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *