La vita a Viterbo prima della seconda guerra mondiale

“La mia famiglia era composta dalla mamma Iva Capotondi, mio padre Luigi e mio fratello, Mario, e tutti insieme abitavamo nella casa della nonna, in via Annio 25, nel palazzo dei Balestra.

Il mio babbo era un noto artigiano di coltelli e aveva un negozio in via del Corso. Fu costretto, però, a chiudere per idee politiche divergenti; iniziò così un periodo per la famiglia molto difficile, con disagi economici seri e pesanti. Gli dettero poi lavoro presso il campo d’aviazione che si stava costruendo. Tutto ciò avveniva intorno al 1936.

In un secondo momento fu messo a lavorare in ospedale, l’Ospedale Grande degli Infermi, vicino al noto Palazzo Papale. Con il babbo che lavorava, la nostra famiglia cominciò a stare un pochino meglio, anche se la vita a Viterbo non era di certo brillante; si viveva di agricoltura e di piccolo artigianato.

Non c’erano imprese né fabbriche. In origine c’era una fabbrica di mattonelle fuori Porta Faul, ma era andata in disuso, come lo zuccherificio che stava in località “le Pietrare”. L’unica che ancora produceva qualcosa era la ceramica fuori Porta Romana, in via Santa Maria in Gradi, nella cui vicinanza una volta c’erano le carceri. Poi c’erano i molini a olio e di farina. I più famosi per la farina erano quelli di Medori, Profili e Parenti, qui trovavano lavoro prevalentemente uomini.

La paga che prendevano era molto bassa, ora non ricordo bene, ma forse si aggirava intorno a 300 – 400 lire al mese, non sufficienti per mantenere la famiglia.

Antagonismo tra quartieri

Per andare da una parte all’altra della città bisognava attraversare il Ponte Tremoli, che si trovava in fondo via Cairoli, fino ad arrivare dove ora si trovano i gabinetti pubblici. Il ponte era chiamato Tremoli perché quello originario di legno, risalente al XIII secolo, oscillava non poco, al passaggio dei carretti, e seppure in seguito fosse rifatto in muratura, i viterbesi continuarono a chiamarlo “Ponte Tremoli”.

Il ponte è ancora esistente, ma ormai è stato coperto dal manto stradale.

Sotto questo ponte scorre il fiume Urcionio, che durante gli anni del ventennio è stato ricoperto. C’era tanto antagonismo tra gli abitanti di Pianoscarano e quelli che si trovavano aldilà del Ponte Tremoli.

Va anche detto che in quei tempi gli uomini erano scarsi di complimenti, a loro bastava poco per litigare e non si accontentavano di scambiarsi solo qualche ingiuria, molto spesso facevano parlare il coltello, che portavano sempre in tasca.

Anche le donne erano sempre pronte a difendersi; tenevano nascoste nelle tasche delle lunghe e larghe gonne un paio di forbici.

C’era però un uomo, soprannominano “l’Ardito”, che s’innamorò di una ragazza del quartiere S. Faustino, e la sera, quando andava da lei, lasciava il coltello a casa, per questo motivo gli affibbiarono il soprannome di Ardito, cioè coraggioso.

Da bambini non si andava a giocare per le strade, ma…

La vita era molto dura e anche noi bambini dovevamo in qualche modo contribuire al magro bilancio familiare.

La mattina si andava a scuola, (per la verità io non ci andavo sempre), come la maggior parte dei miei amici, e il pomeriggio i genitori ci mandavano a imparare i lavori. Chi a fare il calzolaio, chi il falegname, e chi lo scalpellino; erano gli stessi genitori che si rivolgevano agli artigiani, chiamati maestri, chiedendo loro di prenderci a lavorare.

I motivi erano diversi: ci evitavano di stare per la strada a bighellonare e ci davano la reale possibilità di imparare un mestiere. Per ultimo, se il “padrone” era sensibile, ci gratificava con il “pagaccetto”. Anche se consisteva in pochissime lire la settimana, alla fine per noi, “garzoncelli”, così eravamo chiamati, era tutto rimediato.

Tanti i disagi, per scarpe un paio di zoccoli e la fame non ci dava tregua

I miei genitori mi hanno insegnato l’amore per il lavoro, ed io facevo del mio meglio per aiutarli. D’estate per esempio andavo per legna in montagna, con una carriola o un carretto, fatti con le mie mani; andavo a cercare la legna che serviva d’inverno ad accendere la stufa o il caminetto. Nelle case non c’erano i termosifoni e il freddo si faceva sentire.

Sempre d’estate andavo a cogliere la spiga che sfuggiva ai contadini durante la mietitura, poi la portavo ai mulini in cambio di un po’ di farina.

Con altri ragazzini andavamo alla ricerca delle patate, quelle rimaste a terra dopo la cavatura fatta dai contadini; a burchio, cioè dopo la vendemmia, raccoglievamo i grappoli d’uva lasciati sui vitigni, o perché sfatti, o troppo acerbi, insomma, tutto quello che riuscivamo a rimediare, si portava a casa.

La nostra vita era abbastanza disagiata e combattuta.

Uno dei tanti racconti, tratto dal libro 17 GENNAIO 1944

in quell’attimo anche gli angeli si misero a piangere

Di Rosanna De Marchi

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