Quando una collettività non è più in grado di condannare, ha perso la propria dignità e autorevolezza. Abbiamo voluto dare tutto a una generazione di bambini e di adolescenti e sono cresciuti senza desiderio e passione, li abbiamo resi incapaci di affrontare frustrazioni e sconfitte.

Quanto è distante Colleferro da Lecce? Nulla, rappresentano lo stesso luogo, si respira la stessa cultura là come in migliaia di altri luoghi dove cresce una gioventù indifferente, arrogante, senza futuro. Parlo di una minoranza di giovani, ovviamente, anche se molto rappresentativa.

Da una parte una gang che per noia spacca cuore e polmoni a un ragazzo reo di aver voluto difendere un amico, dall’altra uno studente in infermeria che vibra più di quaranta coltellate a una ragazza e un ragazzo rei di sembrare, ai suoi occhi, “felici”. E non derubricateli a meri casi di cronaca, a eccezioni fortuite, non fatelo se non volete manifestare anche voi la vostra impotenza a cambiare le sorti di migliaia di giovani: i delitti di Colleferro e Lecce contengono una grande metafora che solo la cecità di molti adulti non riesce a inquadrare.

Delitti che ci parlano e ammoniscono, ma che per comprenderli necessitano coraggio, il coraggio di non voler cercare scuse, patteggiamenti. Quando una collettività non è più in grado di condannare, ha perso la propria dignità e autorevolezza: così muore una civiltà.

Quindi, si cominci a non concedere più il rito abbreviato per nessun caso di omicidio e di violenza sui bambini e sulle donne: se questo governo e il ministro competente vogliono dimostrare il proprio coraggio questa è l’occasione. E noi dovremmo giudicarli per la loro fermezza o la loro pavidità.

Violenti non si nasce, ma ci si diventa quindi è una questione educativa. Ricordate come fu scoperto il delitto del Circeo? Fu una pattuglia dei Carabinieri a insospettirsi dell’acqua che usciva da una villetta: era la madre di uno degli assassini che lavava il sangue dal pavimento di due ragazze violentate e massacrate. Da quella assoluta incapacità a educare nasce un danno indelebile: è da quel malinteso senso di complicità e di amore familiare che si allevano mostri. Solo Pier Paolo Pasolini lo aveva intuito, ma borghesia e classe dirigente guardavano già da un’altra parte.

Abbiamo voluto dare tutto -soprattutto il superfluo- a una generazione di bambini e di adolescenti e sono cresciuti senza desiderio e passione, abbiamo tutelato i più piccoli in tutti i modi possibili (arrivando anche a condannare il professore che vuole bocciare) e li abbiamo resi incapaci di affrontare frustrazioni e sconfitte. Non avendo ricevuto anticorpi educativi, si è diffuso un “autismo emotivo”, ovvero l’indifferenza.

L’assassino di Lecce pare abbia detto che voleva vendicarsi della felicità altrui; chiediamoci: se un bambino cresce con videogame dove il sangue scorre come il punteggio di quel gioco, se preadolescenti si formano guardando famosissimi programmi trash pomeridiani dove l’amore è solo protervia e insulto alla sensibilità, perché mai dovrebbero crescere cercatori di orizzonti di serenità e di vera passione?

Quando una cultura semina grandine, non può che aspettarsi tempeste, ma tutto questo alla classe dirigente sembra non interessare o forse ha capito che crescere giovani cittadini ignoranti e frustrati è il modo migliore per renderli ricattabili togliendo loro libertà di pensiero (trasformandoli in acquirenti passivi); probabilmente non pochi adulti pensano che questa sia la via breve e meno faticosa per raccogliere facili consensi commerciali ed elettorali.

Paolo Crepet

Psichiatra e scrittore

 

Fonte: https://www.huffingtonpost.it/entry/da-colleferro-a-lecce-la-nostra-gioventu-affetta-da-autismo-emotivo_it_5f7330ebc5b6e99dc332a956

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