Senso di inadeguatezza e fame d’aria. Il compositore racconta il suo disagio. Perché ne soffre e come lo contiene. Grazie al suo pianoforte. Perché, dice, la musica scioglie il panico

Fame d’aria: una sensazione che chi soffre di disturbi di ansia e di panico conosce bene. In Italia, stando ai dati Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico) ne soffre circa il 79% della popolazione. Tra questi, l’enfant terrible della musica classica contemporanea, Giovanni Allevi. Compositore, direttore d’orchestra e pianista, si è esibito nei teatri più prestigiosi del mondo, dalla Carnegie Hall all’Auditorium della Città Proibita di Pechino. Jeans, T-shirt, scarpe da ginnastica, tra i templi di Paestum, dove ha incontrato i giovani giurati del Giffoni Film Festival, dice: «Mai rinunciare alle proprie passioni. È l’unica via per la felicità».

Non ha mai fatto mistero di essere un ansioso. Come è riuscito a contenere l’ansia?

«L’ansia è insopportabile, e in alcuni periodi sfocia nel panico. Credo sia dovuta al fatto che io e il mondo contemporaneo proprio non ci troviamo. Non riesco a condividere questo senso di competizione, il culto dell’apparire, l’idea che bisogna mostrare il successo, l’idolatria per i numeri. Il risultato è un senso di inadeguatezza e la fame d’aria. Io credo che noi esseri umani siamo infiniti, creature della natura il cui unico dovere è dare tutti noi stessi».

La musica può rappresentare una terapia?

«Sono convinto del potere liberatorio della musica, della sua capacità di far rivivere parti nascoste di noi, di risvegliare emozioni. La fragilità è il nocciolo profondo dell’essere umano ed è un’assurdità far finta che non sia così».

Quando è nata la passione per la musica?

«Ero il secondogenito e passavo molto tempo da solo. A casa c’era un pianoforte chiuso a chiave, che poteva suonare solo mia sorella e mio padre, musicista severo nei modi, mi aveva vietato di toccarlo. Tutto è iniziato da un divieto e il pianoforte si è trasformato in una ossessione finché un giorno ho trovato la chiave e ho iniziato a suonarlo di nascosto. Ancora oggi, davanti ai tasti, provo la stessa emozione di paura e desiderio».

 

Fonte: https://www.repubblica.it/salute/2020/09/28/news/allevi-268778522/

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