Irrigidimento nei rapporti tra Santa Sede e Usa. La colpa è di Pechino. E in particolare l’accordo, segreto nei contenuti ma non nell’esistenza, tra la Chiesa e le autorità comuniste.

NON è ancora una vera e propria crisi diplomatica ma è qualcosa che le assomiglia. Di certo un’altra grana per il Vaticano. I rapporti tra la Santa Sede e gli Usa hanno subito negli ultimi giorni uno straordinario irrigidimento. Per quale motivo? La Cina. E in particolare l’accordo, segreto nei contenuti ma non nell’esistenza, tra la Chiesa e le autorità di Pechino. La conseguenza? Molto vicino ad un vero e proprio strappo. Perchè Papa Francesco ha deciso di non incontrare il segretario di Stato, Mike Pompeo, che sarà in visita a Roma e nella Città del Vaticano a partire da dopodomani.

Certo, la segreteria di Stato di San Pietro ha comunicato la decisione del Pontefice alla diplomazia americana adducendo una giustificazione formale che evitasse uno scontro frontale con Washington: il Santo Padre non riceve autorità politiche durante le campagne elettorali dei Paesi di appartenenza. Un modo, cioè, per dire che la Santa Romana Chiesa non intende intervenire nel confronto tra Trump e Biden o comunque correre il rischio di dare adito a interpretazioni sbagliate prima del voto del prossimo 3 novembre. Ma se questa è la motivazione ufficiale, dietro questo dietrofront c’è qualcosa di più. La settimana scorsa, infatti, l’incontro era stato annunciato da tutte le agenzie di stampa e mai smentito. Ma poco dopo è arrivata la durissima presa di posizione proprio di Pompeo sulle relazioni sino-vaticane. Il segretario di Stato statunitense ha utilizzato un articolo sul periodico First Things, per invitare senza mezzi termini il Papa a non rinnovare l’intesa con Pechino che negli ultimi due anni ha disciplinato i rapporti, con un riferimento particolare alle nomine dei vescovi.

 

La scelta di First Things non è casuale. Si tratta infatti di un autorevole giornale che si occupa di informazione religiosa a largo spettro e molto trasversale tra tutte le confessioni monoteiste. Basti pensare che il suo fondatore, Richard John Neuhaus, era un pastore luterano poi convertitosi al cattolicesimo e subito dopo ordinato sacerdote da Giovanni Paolo II. Ma soprattutto è un mensile molto conservatore (Neuhaus è stato anche un consulente di George W. Bush). E certo ben poco accondiscendente nei confronti di questo pontificato.

Ma anche la tempistica seguita da Pompeo non è stata accidentale. Tutto è stato studiato affinchè le osservazioni della Casa Bianca venissero pubblicate alla vigilia della scadenza dell’accordo in questione: il 21 settembre. Ora Vaticano e Cina hanno un mese per un rinnovo biennale. Ma Francesco non ha affatto gradito quella che ha considerato una interferenza negli affari di un altro Stato.
Il punto è che Bergoglio non vuole rinunciare al dialogo con il “gigante orientale”. Si tratta di una prospettiva di lungo periodo, diversa rispetto ai tempi brevi della politica laica e temporale. L’orizzonte della Chiesa è quello di provare a “cattolicizzare” nei decenni la cultura di quel Paese. Per Xi, invece, sarebbe uno smacco non prorogare l’intesa. Uno smacco dal punto di vista “pubblicitario”. Un Paese che sta crescendo in virtù degli scambi commerciali con l’Occidente, in una fase di difficoltà determinata dalla pandemia del Covid 19, non può sopportare la macchia di uno stop al trattato con la Chiesa. Anche in considerazione del fatto che i cattolici cinesi sono appena 15 milioni, davvero una minoranza in una nazione con 1,4 miliardi di abitanti.

Per Trump, invece, è l’esatto contrario. L’avallo vaticano equivale ad una legittimazione che l’amministrazione Usa mal sopporta. In particolare a un mese dal voto per le presidenziali. Il capo della Casa Bianca non vuole allontanare gli elettori cattolici che sono il 23 per cento della popolazione.
Resta il fatto che Francesco non incontrerà Pompeo. Il segretario di Stato americano parlerà con il suo omologo della Santa Sede Parolin (non è escluso che uno degli argomenti sarà la nomina di una cattolica come nuovo giudice della corte suprema dopo l’addio di Ruth Bader Ginsburg) e con Gallagher, l’arcivescovo titolare dei Rapporti con gli Stati e il primo mediatore con gli inviati di Pechino. Parteciperà ad un Simposio, guarda caso, sulla libertà di religione.

La tensione dunque resta alta. E dopo le elezioni, l’unica occasione per ricucire sarà la cerimonia per la beatificazione del fondatore dei “Cavalieri di Colombo”, potente associazione cattolica americana. Che però al momento un grande punto interrogativo: chi sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti? E un piccolo punto interrogativo: perché quella cerimonia non potrà contare sul Prefetto della Congregazione della cause dei Santi. Viste le dimissioni di monsignor Becciu.

FONTE: La Repubblica.it

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