La febbre suina ha decimato gli allevamenti e adesso stanno diminuendo anche le importazioni, dopo lo stop imposto da Pechino agli acquisti dalla Germania.

Negli ultimi mesi dello scorso anno, la febbre suina ha decimato gli allevamenti in Cina, con i capi ad essersi quasi dimezzati su base nazionale. Gli effetti di questa epidemia si sono visti subito. I prezzi della carne di maiale al chilo sono esplosi fin sopra i 50 yuan, qualcosa come 6,50 euro al cambio attuale. L’inflazione s’impennava così fino all’apice del 5,4% nel mese di gennaio di quest’anno, salvo arretrare nei mesi successivi, anche per via del crollo dell’economia accusato con il dilagare dell’emergenza Covid.

Per ovviare alla carenza di quello che per i menu dei ristoranti cinesi è un piatto fondamentale della loro cucina, il governo di Pechino ha aumentato le importazioni, cresciute del 134% nei primi otto mesi dell’anno. Grazie a questo boom, i prezzi avevano smesso di crescere, scendendo fin sotto i 40 yuan al chilo, pur restando elevati, se si considera che prima della febbre suina si attestassero tra i 20 e i 25 yuan. Il problema è che uno dei principali fornitori di carne di maiale – la Germania – ha registrato un caso di febbre suina agli inizi di settembre e per tutta risposta la Cina ha dovuto sospendere le importazioni.

I ristoratori sono disperati, perché non hanno più sufficienti suini importati e quelli locali costano fino a 10 volte in più. Di fatto, la sostituzione dei suini stranieri con quelli cinesi implica per loro una riduzione consistente dei margini, tant’è che alcune attività stanno mettendo in conto di non assumere personale o di licenziare parte di quello che hanno. L’alternativa sarebbe di aumentare i prezzi del menu, ma in molti casi non è sostenibile, perché si rischia di perdere clienti.

E il periodo è quello che è, con l’economia cinese entrata in recessione a causa della pandemia per la prima volta da circa un trentennio.

Riserve suine in esaurimento

Per tenere a freno i prezzi, l’altro ieri lo stato ha tenuto un’asta per la vendita di 20 mila tonnellate di maiali, ma il problema è che nell’ultimo anno le riserve sono crollate di 452 mila tonnellate e secondo Enodo Economics risulterebbero adesso a circa 100 mila tonnellate, dopo aste per 570 mila solo quest’anno. A questi ritmi, spiega, entro 2-3 mesi saranno esaurite. Pur disponendo della metà della popolazione suina mondiale, quindi, la Cina rischia di restare temporaneamente a corto di uno dei suoi cibi più prelibati.

A chi chiedere aiuto? In teoria, agli USA. Ma tensioni commerciali e diplomatiche a parte, gli americani consumano più carne di maiale degli europei e non avrebbero grossi margini per esportare in Cina. La questione non è di poco conto. L’eventuale ritorno dei prezzi sopra 50 yuan surriscalderebbe l’inflazione in una fase in cui la banca centrale avrebbe bisogno di assisterne alla discesa per potenziare al massimo gli stimoli monetari con cui contrastare la crisi economica. L’inflazione alimentare è schizzata sopra il 20% nei primi mesi dell’anno e ancora si attesta sopra l’11%, quando stava quasi a zero prima della febbre suina.

Il boom dei prezzi del cibo colpisce più duramente le fasce meno abbienti della popolazione e crea disagio e malcontento, tutto quello che il governo di Pechino intende evitare nella fase post-Covid e durante dispute su più fronti con il rivale americano. Insomma, la carne di maiale è a tutti gli effetti una questione di stato.

Fonte: https://www.investireoggi.it/economia/aiuto-in-cina-scarseggia-la-carne-di-maiale-e-i-ristoranti-sono-disperati/

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