L’artista, originaria di Borgo Vecchio, si spegneva a Milano il 14 settembre del 2004 per un tumore. Uno stile unico e geniale il suo, che ha scardinato i confini di genere, mescolando pop, lirica, jazz, blues e elettronica. Persino a Catania una strada porta il suo nome…

Non solo una voce unica, quasi sovrumana, che neanche le ottave di un pianoforte riuscivano a contenere e limitare, Giuni Russo è soprattutto libertà. Una donna e un’artista sempre oltre i confini, pronta a sperimentare e a smantellare i cardini rigidi dei generi, mescolando pop, lirica, blues, elettronica, jazz, semplicemente giocando con le note. Cos’è infatti se non un gioco il grido del gabbiano nella commerciale e stranota “Un’estate al mare” che la portò nel 1982 al grande successo? Un grido di libertà che peraltro si ritrova in brani ben più ricercati come “Gabbiano” e “L’addio”. Troppo stretti per il suo immenso talento anche i vicoli di Borgo Vecchio dove era nata e cresciuta, figlia di un pescatore e penultima di dieci figli. Origini che, nonostante il trasferimento a Milano appena diciottenne, non ha mai rinnegato e che anzi ha cantato splendidamente (come in “Mediterranea”). Moriva esattamente sedici anni fa, Giuni Russo, questa palermitana illustre che Palermo in tanto tempo non si è invece degnata – nonostante le intenzioni – di ricordare neppure intitolandole una strada o una piazza.

Un anniversario triste quello di oggi – anche se i suoi album, a cominciare da “Energie” del 1981, suonano freschi e innovativi come se fossero stati pensati ieri – che potrebbe essere però una buona occasione per renderle finalmente omaggio. Giuseppa Romeo, questo il suo nome all’anagrafe, se n’è andata via troppo presto, a soli 53 anni, per un tumore. Una malattia contro la quale ha lottato con la stessa forza che ha messo nella sua carriera per non farsi imbrigliare negli schemi e negli interessi delle case discografiche, pagando un altissimo prezzo. Un male che non nascose neppure a pochi mesi dalla morte, nel 2003, esibendosi a Sanremo col capo coperto da un foulard e regalando al pubblico “Morirò d’amore”.

Libertà di essere donna, di vivere sola e accompagnata per oltre trentacinque anni da Maria Antonietta Sisini, che definire sua produttrice è assolutamente riduttivo. Libera di infarcire pezzi come “Una vipera sarò” o “Crisi metropolitana” (prodotti in collaborazione con il maestro Franco Battiato, come “L’addio”) di vocalizzi lirici. D’altra parte i suoi modelli, come ha svelato lei stessa, erano da un lato la regina del soul, Aretha Franklin, e, dall’altro, la “divina” Maria Callas. Figure sublimi alle quali si è ispirata, ma che non ha mai cercato di imitare.

Nota al grande pubblico per brani molto terra terra e commerciali (seppure anche in questo caso con lo zampino di Battiato) come appunto “Un’estate al mare”, “Limonata Cha Cha Cha” e “Alghero” (“mia madre non deve sapere che voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero…”), Giuni Russo è stata però ben altro. E non ha esitato (nel 1985) a rompere con una grande casa discografica che puntava ad incatenarla proprio nello stile della canzonetta balneare.

La collaborazione con Battiato, che le ha cucito addosso diversi brani, le ha consentito invece a quel punto di iniziare un lungo e particolarissimo percorso di ricerca vocale e strumentale. Tanto che nel 1988 esce “A casa di Ida Rubinstein”, un album in cui Russo interpreta note arie e romanze di Bellini, Donizetti e Verdi e, nonostante lo scarso successo nelle vendite, dà però vita al primo esempio in assoluto di “musica di confine”, che mescola cioè musica da camera, blues, jazz e lirica. Un album che riesce a pubblicare sempre e solo grazie al sostegno di Battiato e che spalanca le porte su un universo fino ad allora mai esplorato in Italia.

Negli utimi anni della carriera la svolta mistica, con l’interpretazione di testi sacri antichi, soprattutto di San Giovanni della Croce (“La sua figura”) e Santa Teresa d’Avila. Incide alcuni brani, come “La sposa”, con il coro delle carmelitane scalze di Milano (“Il carmelo di Echt” di Juri Camisasca, interpretata anche da Battiato, è un omaggio a Edith Stein, la carmelitana trucidata dai nazisti). Scelte artistiche che non solo le grandi case discografiche non seppero capire, cercando piuttosto – per interesse – di andare dietro ai gusti del pubblico, ma che in diversi casi provarono addirittura a ostacolare e reprimere. Senza successo: nonostante la grande sofferenza, Giuni Russo proseguì per la sua strada, facendo ciò che amava e non lasciando imprigionare la sua voce straordinaria dalle Sirene del successo.

Palermo però non è riuscita in tutti questi anni a rendere omaggio a un’artista così colta e raffinata. Già nel 2012 il sindaco Leoluca Orlando affermò di volerle dedicare una piazza. Lo spazio fu trovato nel 2014, uno slargo abbastanza sperduto di via Principe di Scalea a Mondello, dal quale si sarebbe potuto però vedere il mare tanto caro alla cantautrice. Una scelta che suscitò subito la reazione indignata di Maria Antonietta Sisini, che con l’associazione “GiuniRussoArte” cura l’eredità artistica della compagna scomparsa. Quello spazio venne infatti ritenuto addirittura “offensivo”. Si parlò di trovarne un altro, ma mentre quello di via Principe di Scalea è stato dedicato nel frattempo all’astrofisica Margherita Hack, ad oggi nessuna via o piazza di Palermo porta il nome di Giuni Russo.

Cosa che invece, da febbraio, c’è – ironia della sorte – a… Catania. Così come, ormai diversi anni fa, ad Alghero è stato intitolato uno stupendo tratto di lungomare all’artista palermitana che ha cantato la città sarda. In tempi spesso così bui, dove affiora con violenza l’intolleranza verso tutto ciò che è diverso e viene da lontano, una strada dedicata a Giuni Russo – nella sua città, che è anche capitale dell’accoglienza – sarebbe l’omaggio a chi i confini li ha sempre abbattuti, cercando con forza di proteggere ad ogni costo la sua libertà, di donna e di artista. Sarebbe un segno prezioso.
 
Fonte: https://www.palermotoday.it/cronaca/anniversario-morte-giuni-russo-intitolazione-via-2020.html

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