Da giorni distolgo lo sguardo con orrore dalle immagini, le facce, i fatti, di quell’atroce storia accaduta a Colleferro. Vorrei scansarla, non parlarne, limitarmi a provare muta pietà, e infinita, per quel ragazzo, Willy, massacrato perché voleva soccorrere un suo amico.

Vorrei considerarla un’irruzione della bestialità nell’umanità, l’interruzione momentanea ed eccezionale della vita di tutti i giorni; qualcosa di estraneo, che non ci riguarda, non fa parte della vita comune. Ma un episodio del genere non si riduce al gesto isolato di una bestia invasata, o forse di due, perché poi vedi che ci sono gruppi complici, sciami ronzanti, branchi che tumultuano intorno e condividono la stessa atmosfera di violenza; e situazioni del genere succedono un po’ ovunque, in ritrovi, discoteche, luoghi affollati. Lo stesso clima maligno, la stessa bestialità nell’aria, nelle facce, nei corpi, anche se per fortuna di rado si arriva alla ferocia finale. Ma una sera o l’altra può succedere, può sfociare in tragedie del genere. Allora ti accorgi di vivere sull’orlo protetto di un mondo fragile; ma dentro, sotto, a fianco, brulica, si agita, vomita umori e violenze un popolato universo parallelo o sottostante. Certo, quel mondo brutto e cattivo non è il mondo intero, e non è nemmeno l’universo dei ragazzi, ma è solo una fetta d’inferi che ci vive accanto o si sporge dal piano inferiore. Però è esteso il male, arriva in luoghi che conosciamo, tocca ambienti che frequentano persone a noi care, figli, nipoti. E allora sei costretto a rivolgere lo sguardo a quel buco nero e chiederti: ma cosa ti sgomenta in modo particolare?

Conosci l’odio ideologico, politico, razziale; conosci il fanatismo religioso e bellicoso, conosci la violenza per fame come accade agli animali e trovi una ragione perfino alla crudeltà di delinquenti che per derubare uccidono le loro vittime, o a persone che improvvisamente cedono alla follia e ammazzano.

Ma uccidere un ragazzo per sport, per esuberanza muscolare, per dimostrare la propria potenza, per esercitare il proprio potere di vita e di morte, è il gradino più basso della ferocia, quella senza motivo. E trovo grottesco disquisire se l’omicidio sia intenzionale o no. Quando riduci un uomo, un tuo simile, a una cosa, quando ormai è a terra, a pezzi, e non può più nulla, e tu lo tratti peggio di un tappetino e lo schiacci, lo prendi a calci in faccia, gli salti sul torace, non ha più senso chiedersi se è intenzionale o premeditato. Anche perché le intenzioni, la meditazione presuppongono una traccia di umanità, di umano discernimento. Qui no, siamo in una sfera dove bestiale o satanico sono solo metafore per dire che è ancora peggio, perché le belve più feroci di solito attaccano per fame, per difendere i loro cuccioli, il loro spazio vitale. Qui siamo oltre, nel Male allo stato puro, cioè impuro, e demente.

Da dove viene questa ferocia? Meschini voi che cercate di dare un nome a voi comodo, una classificazione parapolitica, un indirizzo di palestra, perfino un’ideologia, o addirittura come dice qualcuno, una cultura (“cultura fascista” dice la Ferragni, che di cultura e di storia ne capisce tanto) confondendo cultura e culturismo. Ma come fate a utilizzare categorie che appartengono a popoli, storie, culture, idee, fedi politiche davanti all’irruzione della ferocia allo stato sub-animale? Via, non siate partigiani accecati anche in questo caso; non usate l’irruzione del Male e della Bestia per colpire i vostri antipatizzanti, che odiate. Non siate così miserabili davanti a un massacro raccapricciante, che tocca la nostra umanità, non le convinzioni politiche. Se razzismo c’è in quel massacro, riguarda la razza umana.

Se dovessi cercare il clima, l’humus che alleva e favorisce questa riduzione fecale dell’umanità, lo cercherei nel narcisismo malato della nostra società, nella perdita della realtà e del mondo, ridotti solo a sfondo per il proprio io, le sue pulsioni e i desideri; proiezioni del display, emoticon, videogame. Lo cercherei nel deserto di principi, nella caduta di ogni senso del limite, la vita esaurita negli istinti e negli istanti, lo faccio perché mi fa stare bene, mi va di farlo.

Tutto meno che fascismo o comunismo, niente visioni del mondo o ideologie del passato. Tutto meno che civiltà, religione, tradizione, comunità. Certo, c’erano crudeltà anche in quei mondi, lo sappiamo; ma erano di genere diverso, rispondevano a uno scopo, anche se infame o assurdo.

Quel che accade a Colleferro o altrove è il succedaneo subumano di quel che gli uomini chiamavano nichilismo: quando il nichilismo arriva alle masse, si nutre d’ignoranza e arroganza, si inietta nei corpi intra-muscolo, produce questi escrementi; va oltre l’ultimo uomo, si ritrova nell’ultima bestia. Poi, non abbiamo ancora certezze, dobbiamo essere prudenti prima di giudicare dalle immagini, le battute o le prime testimonianze; magari le stesse bestie nutrivano scampoli d’umanità, avevano perfino oasi di tenerezza. Ma l’irruzione del bestiale al di sotto delle bestie ci sgomenta.

Non sarei però sincero se non dicessi che c’è anche un’altra cosa che rimuoviamo, e non vogliamo ammettere. Se ci fossimo trovati lì, in quel frangente, avremmo fatto qualcosa per impedirlo? Facile deprecare la gente intorno che non faceva nulla, ma tu cosa avresti fatto, sapendo che saresti stato massacrato come Willy? Ecco, la confessione di questa impotenza, di questa viltà, ci fa stare male. Sentirsi vermi, inermi, inerti. Certo, a una violenza scatenata e feroce come questa, è da opporre una forza organizzata e schiacciante come quella dello Stato e dell’Ordine pubblico e poi la certezza di una pena radicale, terribile, esemplare. Ma ciò non cancella il tumulto della nostra coscienza.

La sensazione che ci lascia è che siamo rimasti a terra pure noi, colpiti sì dalla violenza più feroce, gratuita e dallo spettacolo atroce di un ragazzo massacrato, ma atterrati pure dalla nostra incapacità di fare qualcosa. L’umanità ferita, l’umanità impotente.

Fonte: MV, La Verità  http://www.marcelloveneziani.com/articoli/perche-quellorrore-ci-tocca-da-vicino/

 

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