Chi era davvero l’imprenditore che, ereditato dall’azienda di famiglia il settore aeronautico, convertì la produzione dando vita a uno dei simboli del design italiano nel mondo.

Secondogenito della famiglia Piaggio, Enrico, interpretato in Tv da Alessio Boni, nella fiction Rai un sogno italiano, era entrato nell’ azienda paterna a 22 anni, fresco di laurea in Economia e commercio a Genova, nel 1927. L’ azienda all’ epoca aveva quattro stabilimenti, due in Liguria e due in Toscana, e si occupava di navi e di treni (a Sestri Ponente e Finale Ligure) e di aerei (Pisa e Pontedera), Enrico fu mandato a occuparsi del settore aeronautico che era stato in espansione durante la Grande Guerra per i pezzi di ricambio degli aerei e per l’ avvio della costruzione del primo bimotore del primo monoplano militare, per poi vivere un momento di crisi e, dopo, una nuova espansione per la domanda di aerei soprattutto militari, tanto da decuplicare i dipendenti tra 1930 e il 1936.

Nel 1931 Enrico Piaggio sposò Nerina Bedogni, un matrimonio burrascoso terminato dopo pochi anni con strascichi giudiziari. Alla morte del padre Rinaldo, nel 1938, Enrico Piaggio divenne amministratore delegato del settore aeronautico nel quale l’ azienda era all’ avanguardia nella ricerca tecnologica, anche se poi solo pochi dei progetti sviluppati a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta finirono per tradursi in produzione commerciale, per il calo della domanda interna e poi, con l’ armistizio dell’ 8 settembre del 1943, per la cessazione immediata di tutte le commesse destinate alla Regia Aeronautica italiana e per i bombardamenti subiti dall’ azienda.

In quei giorni rischiosi per l’ azienda, anche la vita di Enrico Piaggio corse il serio pericolo di cessare, per un colpo d’ arma da fuoco sparato da un ufficiale della Repubblica di Salò contro di lui che, nella hall dell’ Hotel Excelsior di Firenze, aveva tardato a levarsi in piedi, in ossequio al regime, durante il discordo radiofonico del generale Graziani contro gli alleati. Lo sparo non gli costò la vita, ma ci rimise un rene. I tempi cambiati, con l’ occupazione nazista e con la fine della guerra, costrinsero l’ azienda a riconvertirsi ai bisogni di un Paese in cui i voli erano un’ eccezione e un privilegio riservato a pochi, mentre le persone comuni avevano pochi mezzi e la necessità di spostarsi agilmente, più velocemente che in bicicletta, ma senza sostenere i costi di un’ automobile.

Leggenda vuole che uno dei simboli italiani nel mondo, la notissima Vespa, preceduta nel 1944 da un Paperino, fratello maggiore di alterne fortune, sia nata perché a Enrico Piaggio non piacevano le moto, men che meno l’ idea che ci si dovesse montare a cavallo. Più realisticamente ebbe l’ intuizione di commissionare agli ingegneri e ai progettisti qualcosa che andasse incontro alle esigenze del primissimo Dopoguerra: non sono poche le foto dei primi anni Cinquanta che mostrano famiglie intere: moglie, marito e due bambini, al completo a bordo dei primi scooter. Fu così che la Vespa e, poco dopo, la rivale Lambretta Innocenti, divennero uno dei simboli della rinascita del Paese, anche grazie all’ innovativo design che consentiva di salire agevolmente a bordo di queste moto, per l’ epoca singolari, anche a donne o sacerdoti, ancora vincolati alla gonna e alla talare, oltreché di ospitare sulla pedana masserizie e i piccoli di casa. L’ obbligo del casco era molto di là da venire e il traffico ancora molto modesto.

Anche Enrico Piaggio di lì a poco avrebbe rimesso su famiglia: nel 1946 sposò Paola Antonelli, vedova di Alberto Bechi Luserna, ucciso il 10 settembre del 1943 mentre cercava di fermare un reparto di suoi soldati che cercavano di unirsi ai tedeschi. Piaggio adottò la loro figlia Antonella Bechi Piaggio, futura moglie di Umberto Agnelli. Corre voce che anche il nome, Vespa, sia nato da una battuta di Enrico Piaggio, che alla vista dei primi prototipi firmati da Corradino D’Ascanio commentò: «sembra una vespa». Difficile immaginare all’ inizio che quel nome, brevettato nel 1946, sarebbe diventato un simbolo riconosciuto in tutto mondo, trasformato nel 1953, anche grazie al film Vacanze romane, con Audrie Hepburn e Gregory Peck, in uno dei simboli glamour del design italiano mentre l’ industria si trasformava.

Nel 1964 i due rami della Piaggio si divisero, da una parte i ciclomotori dall’ altra le industrie meccaniche e aeronautiche. Enrico Piaggio morì un anno dopo, a 60 anni, mentre esplodeva la tensione sociale sul lavoro, in giorni di scioperi duri per la conquista di diritti che solo anni dopo con lo statuto dei lavoratori sarebbero stati riconosciuti. Un tempo di cui evidentemente si avverte ancora il ricordo, se è vero che Pontedera non ha mai fin qui trovato l’accordo per dedicare una strada al suo imprenditore-simbolo, che all’epoca era la “controparte”.

Fonte: https://m.famigliacristiana.it/articolo/enrico-piaggio-la-storia-vera-del-padre-della-vespa.htm

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *