Il buio della fede nelle sue parole, la santità del coraggio di andare avanti.

La santa dalla fede incrollabile. L’instancabile donna che aiutava i poveri e i malati. La piccola grande suora dai grandi occhi colmi di luce, pronta sempre all’aiuto dei malati, dei derelitti, degli “appestati”. Pronta sempre a dare parole di speranza. Una sorella Chiara del XX secolo. Una Santa Teresa di Lisieux dei nostri tempi. Così tutti la ricordiamo, Santa Madre Teresa di Calcutta. Ma, c’è un tratto nascosto in quelle pieghe, in quelle rughe date dal tempo, che non tutti – forse – conoscono o ricordano. E’ l’umanità che rende l’incrollabile palazzo – anzi grattacielo, potremmo dire – molto più vicina a noi: un’umanità in cerca di Dio che non vuol dire – certo – esserne senza, bensì tendere verso Lui, cercando di sfiorarlo, di sentirlo sempre più vicino. Il “silenzio di Dio” che Madre Teresa di Calcutta ha vissuto è poco noto e poco trattato, eppure rimane una testimonianza importante della vita della santa. Riscontrare in questa piccola donna una così profonda, lacerante dicotomia tra fede incrollabile e dubbio, rende sicuramente la sorella di Calcutta una donna più “vicino a noi”, un’immagine non “da santino” sul comodino. Ma viva, reale, profondamente umana. Una Madre Teresa “insolita” che che con spirito di sacrificio e abnegazione di sé stessa, ha continuato imperterrita il suo lavoro missionario, pur sentendo profondamente “il silenzio di Dio”. Tutto questo è raccontato in un libro del 2007, intitolato “Madre Teresa: Vieni e sii la mia luce” (“Mother Teresa: Come be my light”), pubblicato da Padre Brian Kolodiejchuk, postulatore della causa di canonizzazione della religiosa. Il titolo del libro fa riferimento alle parole che Gesù stesso disse a Madre Teresa nel 1947.

Questo libro storico rivela aspetti prima sconosciuti della vita interiore di Madre Teresa attraverso la corrispondenza che ebbe con i suoi direttori spirituali e i suoi superiori per circa sessant’anni. Visse per anni una costante “oscurità”, sentendosi abbandonata da Dio, ma decisa ad “amarLo come non era mai stato amato prima”. La sua fede eroica e salda, la sua fedeltà, il coraggio e la gioia durante questo doloroso e prolungato periodo di prova, fanno risaltare ancor più la sua santità e costituiscono un esempio per tutti noi.

Cristo – ripeteva – è ovunque: “Nei nostri cuori, nei poveri che incontriamo, nel sorriso che offriamo e in quello che riceviamo”. Cristo è Colui che non abbandona, che riempie ogni vuoto. Diceva sempre così, a tutti, rassicurando chi dubitava. Ma per lei, Cristo – molte volte – rappresentava il vuoto: “Gesù, l’Assente”, “Colui che sempre tace”: così lo definiva nelle lettere. Per oltre metà della sua vita, ha sentito riecheggiare nel suo intimo, un solo grido: “Mi hai respinto, mi hai gettato via, non voluta e non amata. Io chiamo, io mi aggrappo, io voglio, ma non c’è Alcuno che risponda. Nessuno, nessuno. Sola… Dov’è la mia Fede… Perfino quaggiù nel profondo, null’altro che vuoto e oscurità — Mio Dio — come fa male questa pena sconosciuta… Per che cosa mi tormento? Se non c’è alcun Dio non c’è neppure l’anima, e allora anche tu, Gesù, non sei vero… Io non ho alcuna Fede”.

“La mia anima è in uno stato di perfetta gioia e di pace”, così ripeteva ai giornalisti. Ma quella stessa anima – nei suoi pensieri più intimi – la descriveva poi come “un blocco di ghiaccio”, abbandonata in una “terribile oscurità”, “nell’aridità spirituale”. Ed è stato così per oltre cinquant’anni. Un periodo lungo, lunghissimo, e profondamente delicato, vissuto dalla santa in silenzio, senza farne pubblicità alcuna: una “Notte oscura” di San Giovanni della Croce. La santa scrive: “Il sorriso è una maschera, un mantello che copre il resto. Ho parlato come se il mio cuore fosse stato innamorato di Gesù, un amore tenero, personale; ma se lei (padre, ndr) fosse stato qui, avrebbe detto: che ipocrisia! (…) C’è un’oscurità terribile in me, come se ogni cosa fosse morta. Ed è stato più o meno così da quando ho cominciato il mio lavoro”.

Queste riflessioni – a distanza di quattro anni dalla sua canonizzazione – ci inducono a riflettere sul concetto di santità. Possibile relegare questa alta parola, “santità”, a un altare monolitico dove l’umanità non ha alcun accesso, dove sembra esserci spazio solo ai cherubini del Sanzio che in armonica melodia suonano celestiali note? Oppure la “santità” è anche qualcos’altro? E’ stato lo stesso pontefice Francesco a indicarci una visione che avvicina tutti a questa vetta così alta da raggiungere immersi in una quotidianità che potrebbe – a prima vista – aver nulla a che fare con la santità, appunto. Lo ha fatto con la sua Enciclica “Gaudete et exsultate” del 2018. E, in un’intervista al direttore de “La Civiltà Cattolica”, Antonio Spadaro ( “Intervista a Papa Francesco”, in Civiltà Cattolica, 2013, III, 460) ha affrontato simile argomento con una semplicità quasi disarmante: “La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hypomonē, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell’andare avanti, giorno per giorno”. Madre Teresa ha avuto la pazienza dei santi, in quell’andare avanti nella sua missione, con umiltà, nel suo dire “sì” al Signore, anche quando il quotidiano diveniva difficile e silenzioso della presenza di Dio. Ha avuto il coraggio di “non tornare indietro, ma sempre andare avanti. E con fortezza” (Omelia del Santo Padre, 24 maggio 2016). In fondo, il teologo francese Henri-Marie de Lubac nel suo “Sulle vie di Dio” (Edizioni paoline, 1974) lo descrive bene: “Possedere Dio, è cercarlo”.

di Antonio Tarallo

FONTE: San Francesco Patrono d’Italia.it

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