Sul piano filosofico, il passaggio decisivo di Mussolini fu da Marx a Nietzsche. Marx era la rivoluzione, la lotta di classe, lo scontro finale tra socialismo e capitalismo, l’umanità che si libera dalla religione, dallo stato e da ogni potere.

Nietzsche fu la scoperta della realtà, della natura, della vitalità, del mito, della Grande Politica, della volontà di potenza. La filosofia della forza, sintetizzò lo stesso Mussolini quando da socialista scoprì Nietzsche. È il Nietzsche di quel tempo, di cui si erano innamorati Brandes, d’Annunzio e una fitta schiera di letterati. Il passaggio da Marx a Nietzsche precede e giustifica il passaggio di Mussolini dall’internazionalismo all’interventismo, dal socialismo al primato della nazione, dalla classe operaia all’aristocrazia delle trincee.

Chi liquida il fascismo come l’irruzione della barbarie contro il pensiero non considera che il fascismo sorge in Mussolini dal ripensamento radicale del marxismo sotto l’incalzare della guerra e la scoperta delle realtà nazionali. Non nasce come puro attivismo ma da una cultura che teorizza il primato della prassi. È l’epoca in cui la filosofia si riversa nella storia e nelle masse facendosi ideologia e giornalismo di lotta.

Il filosofo che sintetizza e descrive la parabola da Marx a Nietzsche è Sorel, punto d’incontro e separazione tra il socialismo rivoluzionario e la rivoluzione nazionale del fascismo; autore rivendicato da Gramsci e da Lenin oltre che da Mussolini e dal sindacalismo rivoluzionario. Come loro Mussolini appartiene all’epoca in cui la filosofia è la premessa dell’agire politico e del rinnovamento politico e sociale. Lenin teorizzò il marxismo applicato alla storia prima di essere capo politico rivoluzionario. Così fu Mussolini, ma così furono pure Gramsci e Togliatti e anche Amendola e Salvemini, intellettuali prima che politici. Mussolini sta a Lenin come Hitler a Stalin.

Non è dunque una forzatura associare Mussolini alla filosofia come fa Adriano Scianca in questo libro sulla formazione e lo sviluppo del pensiero mussoliniano. Un testo ricco di spunti e di fonti, un ampio lavoro bibliografico e una vasta ricerca sugli scritti a lui dedicati. Non c’è bisogno di condividere le sue idee, in verità poco marcate nel testo, per riconoscere la qualità della ricerca e l’onestà critica del lavoro.

Mussolini non è un filosofo, è un autodidatta e un opportunista politico, non è un esegeta di Platone o un interlocutore di Heidegger, non è nemmeno l’AntiKant, come sostiene Scianca; ma la filosofia ha un’incidenza decisiva sulla sua azione e ne spiega le svolte. Non è l’idealismo hegeliano di Croce e Gentile a formare il suo pensiero, semmai l’idealismo militante delle riviste di Papini e Prezzolini a cui collabora. Oriani lo riporta all’Italia risorgimentale, convergono sindacalismo e nazionalismo, irrompe l’arte nella politica e nella guerra, con d’Annunzio e i futuristi; la sociologia di Pareto e la psicologia delle folle di Le Bon; da lontano si avverte l’orma di Stirner.

Il filosofo che accompagna il suo passaggio dal socialismo all’interventismo, fino alla scoperta della nazione e alla svolta autoritaria, è Giuseppe Rensi che fu per alcuni anni prima del regime il filosofo delle riviste mussoliniane.

L’incontro con Gentile avvenne quando il fascismo mussoliniano e la filosofia gentiliana si erano già formati, indipendentemente uno dall’altro: fu un incontro necessario sul terreno culturale, politico e nazionale, dopo l’interventismo. Gentile vide nel fascismo il braccio secolare del suo pensiero italiano, l’attualismo che va al potere. E Mussolini vide in Gentile la mente per dare spessore autorevole al fascismo, alla sua dottrina e alle sue istituzioni culturali. Ma fascismo e attualismo non coincidono.

Il filosofo del Mussolini maturo è Spengler che applica Nietzsche alla storia, alle civiltà e al cesarismo. Ma l’approdo definitivo del fascismo mussoliniano, dopo aver incrociato il pensiero di Gentile, la civiltà cattolica e la tradizione romana e italiana, è la concezione spirituale della vita. Il vitalismo si fa energia spirituale, spiritualismo politico. Curiosamente la mitologia fascista della romanità non arriva dall’antica Roma ma è mediata dalla Rivoluzione francese e dalla repubblica romana che usarono i simboli del fascio e delle legioni. È Mussolini rivoluzionario che scopre i fasci.

Il razzismo è un corpo estraneo a Mussolini e al suo pensiero, è posticcio, strumentale più che strutturale. I pregiudizi giovanili di Mussolini sugli ebrei rispecchiano quelli dei socialisti sul capitalismo usuraio e sfruttatore. E i riferimenti alla razza italiana dagli anni Venti richiamano da un verso la stirpe e l’antica fierezza romana e dall’altro aderiscono allo spirito dominante della civiltà occidentale e il suo primato. In quel tempo gli inglesi e gli americani erano suprematisti più dei tedeschi e degli italiani.

Non si può giudicare la concezione della razza in Mussolini col tragico senno di poi, alla luce dell’orrore dei campi di sterminio. L’eugenetica in Mussolini ha un significato igienico-sanitario, non di odio e persecuzione razziale, è finalizzata a forgiare l’italiano nuovo. Lo spiega bene lo stesso Mussolini riportato nel Contromemoriale di Bruno Spampanato: «Io ho fatto del razzismo fin dal 1922, ma un mio razzismo. La sanità, la conservazione della razza, il suo miglioramento, la lotta antitubercolare, lo sport di massa, i bambini alle colonie, questo era il razzismo come io lo intendevo. Ma vi è anche un razzismo morale che io ho predicato, l’orgoglio di appartenere a questa stirpe millenaria nata tra le nevi alpine e il fuoco dell’Etna». Del resto, molti ebrei parteciparono alla marcia su Roma, il fascismo fu il primo regime che riconobbe in un concordato la comunità israelitica nel 1930, con grande soddisfazione degli ebrei; Mussolini si definì sionista. Poi le sciagurate leggi razziali… Pur condividendo i pregiudizi del colonialismo occidentale del tempo, il fascismo, a differenza degli altri imperialismi, cantava Faccetta nera, “ti porteremo a roma liberata…sarai camicia nera pure tu”; prometteva riscatto e integrazione, non schiavitù.

Il vero dispositivo tragico del pensiero mussoliniano è invece la Volontà di potenza. È il gene che lo predispone alla guerra, al predominio e alla prevaricazione, come alla ricerca della grandezza e all’energia volitiva e plasmatrice. E che lo rende prigioniero del nichilismo attivo, estetico e irrazionalistico. Nel nome nietzscheano della volontà di potenza, Mussolini riterrà l’uomo non un mezzo ma “un ponte e un passaggio” verso il superuomo o l’uomo nuovo. Ma la volontà di potenza è la malattia occidentale; si ritrova nel faustismo di Spengler, nel prometeismo del primo Marx, nel titanismo tecnofinanziario del capitalismo. Il cerchio si chiude.

Il libro di Scianca conduce, sulla base dei testi e dei confronti, a ripensare Mussolini. E non si può capire Mussolini fuori dalla filosofia, in quel fatale crocevia tra Marx, Nietzsche e la storia del Novecento.

Marcello Veneziani, Prefazione a Mussolini e la filosofia, di Adriano Scianca (ed. Altaforte, 2020)

Fonte: Marcello Veneziani

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