La regina e il simbolo dell’alimentazione italiana è sempre più sotto esame da parte di consumatori e legislatori. Molte le evoluzioni negli ultimi due anni. Vediamo quali

Ogm sì o no? Glifosato no o sì, e se sì quanto? E davvero la pasta che mettiamo in pentola e poi nei nostri piatti è fatta con grano italiano? La regina dell’alimentazione italiana, il simbolo della nostra cultura (si discute sull’invenzione degli spaghetti in Oriente, ma si parla dei loro antenati nella Sicilia del 1100 d.C. nella cosiddetta “tria”) è da sempre al centro del dibattito sul controllo e certificazione della sua produzione. In tempi di filiera corta e di bio (termini su cui si possono aprire parentesi di approfondimento grandi così, e FoodCulture di Tiscali se ne occuperà prossimamente) anche i termini di legge e le politiche di produzione e commercializzazione si aggiornano di continuo. Ma se dire che un marchio di pasta (spesso multinazionale) ha la sua sede fondamentale in Italia non equivale a dire che la materia prima è al 100% di casa nostra, come si fa a capire cosa contiene la pasta che mangiamo? Facciamo un breve passo indietro.

Grano americano e canadese: vero o no?

Per fornire agli acquirenti informazioni sempre più chiare sulla provenienza del grano con cui i marchi italiani producono la pasta, da febbraio del 2018 la legge ha imposto la nuova etichettatura delle confezioni, da cui deve risultare in quale Paese è stato coltivato il cereale e quale sia quello in cui è stato macinato. Fino a quel momento, come spesso protestava Coldiretti, erano diversi i marchi che presentavano come pasta italiana un prodotto che conteneva grano di importazione, spesso proveniente da Usa e Canada. Motivo? Quel grano è di qualità superiore, con valori nutrizionali e di resa alla cottura più alti. Il grano italiano non ha le stesse caratteristiche. Resta però una domanda a cui ancora bisogna dare risposta definitiva: c’è abbastanza grano italiano per coprire il fabbisogno del mercato? A guardare le cifre, ne servono 6 milioni di tonnellate l’anno a fronte di una produzione di 4 milioni a casa nostra. Dunque parrebbe di no. Ma il tema è in continua evoluzione.

Altro punto caldissimo del dibattito sul buon mangiare: l’uso di glifosato (classificato come “probabilmente cancerogeno” dall’Airc) molto più disinvolto all’estero, e in particolare in Nord America, rispetto alle severe regole italiane. In Canada e Usa l’erbicida viene utilizzato nella preraccolta. Ma i dati disponibili finora dicono che solo il 13% dei prodotti alimentari testati in Ue contiene glifosato, e sempre molto al di sotto dei livelli considerati allarmanti. Ma non basta a placare del tutto le preoccupazioni del consumatore. Ecco perché aumentano gli accordi fra Coldiretti, Fai, i Consorzi Agrari e i marchi produttori di pasta per fornire una certificazione sempre più dettagliata di ogni passaggio della filiera produttiva alimentare. Mentre la legislazione del nostro Paese assicura l’assenza di Ogm nelle farine, nelle semole e nel frumento, di conseguenza anche nei loro derivati.

La svolta di Barilla e gli altri

Sono molti i marchi di pasta italiani conosciuti in tutto il mondo, e forse per peso mediatico, quello più conosciuto è Barilla. Che fino a due anni fa ancora produceva la sua pasta con una percentuale maggioritaria di grano italiano (fino al 70%), usando per il resto materia prima proveniente in percentuale variabile da Usa, Canada, Russia, Grecia e Francia). Dalla fine del 2019 il gruppo Barilla ha deciso di produrre pasta con solo grano italiano, facendo test genetici sulle forniture e certificando tutti gli snodi di produzione. I consumatori lo chiedono a gran voce e l’azienda risponde. Ma come si fa a garantire la qualità se il grano italiano ha problemi di resa alla cottura? Aumentando lo spessore della pasta, così che resti giustamente corposa e non si sfaldi in pentola. Grano totalmente italiano anche per La Molisana e per Voiello, così pure per la linea integrale e bio di Rummo. Senza la pretesa di essere totalmente esaustivi (i marchi di pasta in italia sono davvero tantissimi) offriamo qui una lista la più ampia possibile delle case produttrici di pasta che usano il 100% di grano italiano: Agnesi, Alce Nero, Antonio Amato, Baronia, le linee di pasta bio Conad ed Eurospin, Girolomoni, le linee Dedicato e Bio di Granoro, Pasta di Camerino, Libera Terra, Liguori, Pasta Armando, Pasta Fior Fiore e Vivi Verde di Coop, Pasta Despar linea Premium, Valle del grano, Verrigni. Molti pastifici usano ugualmente grano totalmente italiano. Fra questi: Pastificio Barbagallo Di Mauro, Pastificio Benedetto Cavalieri, Pastificio Carbone, Pastificio Di Martino, Pastificio Dei Campi, Pastificio Graziano, Pastificio Moisello, Pastificio Nicola Russo, Pastificio Sgambaro, Pastificio Vallolmo. La Sardegna ha di recente lanciato il marchio Ercole Punto Zero, pasta prodotta con solo grano sardo (l’isola era un tempo il granaio antichissimo di quella che poi è diventata la Repubblica italiana) e Solo Sardo, quest’ultimo nato dall’intesa fra la cooperativa Isola sarda in collaborazione con Fdai, filiera agricola italiana.

Fonte: https://notizie.tiscali.it/food-culture/articoli/quanto-grano-italiano-nella-pasta-che-mangiamo/

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