Non mettevo piede a Barcellona da circa dieci anni, l’estate magica del mio viaggio di maturità.

A quel tempo i Black Eye Peas cantavano I GOTTA Feeling (in Italia titolo rigorosamente pronunciato come la malattia) e i nostri genitori ci davano inspiegabilmente il permesso di trascorrere una settimana intera in un hotel sulla Rambla.

Nonostante ci fossero tutte le premesse per un finale in tragedia, riuscimmo a tornare a casa sani e salvi. Tutto pur di raccontare alle nostre famiglie di come fosse facile trovare la droga e ricevere proposte sessuali (rigorosamente a pagamento) da persone di ogni età, genere ed etnia.

Totalmente diversa la natura di questo viaggio più di dieci anni dopo, ahimè.

Spinto sui lidi Catalani per motivi di lavoro, mi ritrovo a bordo di un Ryanair diretto verso il paese europeo più sconsigliato del momento

Che sarà mai, direte voi: mascherina, un po’ di sana attenzione e si tiene la situazione sotto controllo… Al ritorno fanno pure il tampone!

Sì, questo andrà pure bene per voi normali.

Voi esseri misteriosi capaci di provare la febbre solo quando effettivamente avete la febbre. Cosa potete capire voi del dramma del sentirsi la febbre solo al sentirne parlare? Niente.

Incredibilmente, però, la città è talmente deserta che persino un ipocondriaco terminale come me è riuscito ad affrontare i tre giorni in quasi totale serenità.

Certo, questo fino al momento del ritorno in aeroporto.

Non so se capiti anche voi, ma ogni volta che torno in Italia da un paese estero m’imbatto in connazionali ai limiti del fantascientifico.

Non faccio in tempo a mettermi in coda per l’imbarco che una ragazza poco avanti a me esplode in un fragoroso colpo di tosse.

Vabbè, penso io, poverina, le sarà andato qualcosa di traverso.

La fila avanza lentamente, ma la poveretta insiste nel tossire con la stessa costanza con cui l’estate italiana continua regalarci canzoni di merda.

A un passo dal tracollo psico-fisico, decido di tranquillizzarmi pensando che su oltre 30 file saremo sicuramente lontanissimi di posto.

Ora, indovinate chi si è seduto dietro la poveretta? Risultato? Un’ora e mezza di volo acquattato dietro il suo schienale, roba che neanche i Marines a Fallujah.

Lo so cosa state pensando: “Ecco il solito povero pazzo, la tizia avrà dato giusto due colpi di tosse”.

Mentre non mi permetto di discutere sul povero pazzo, ci tengo però a precisare come la tizia abbia tossito ininterrottamente dal check in fino al ritiro bagagli al ritmo (cronometrato) di due colpi di tosse al minuto.

Le attrazioni di questo volo Ryanair non sono però finite. Poche file dietro il sottoscritto, un onesto padre di famiglia decide di rischiare la vita segnalando alle hostess i due passeggeri della fila accanto, rei di tenere le mascherine abbassate.

“Se esce un positivo stiamo a casa tutti 14 giorni”, il suo grido disperato non ha potuto che ricordarmi il Libertà di Braveheart-iana memoria.

Per sua disgrazia, i due soggetti sono degli omoni di un metro e novanta dallo spiccato accento dell’Est Europa, i quali, tirati in causa, si portano avanti con il lavoro facendo le condoglianze alla moglie e ai figli del pover’uomo. Non so cosa sia successo all’arrivo, ma nel dubbio riposa in pace patriota.

Finalmente, dopo 1 ora e 15 all’insegna delle emozioni forti, atterriamo pronti per quella che a tutti gli effetti è la nuova attrazione degli aeroporti italiani: il tampone.

Io sono pronto. Tre quarti dei passeggeri, risiedendo probabilmente su Marte senza alcun tipo di collegamento col mondo esterno, strabuzza gli occhi alla notizia del tampone in aeroporto.

Partono subito le prime insubordinazioni. Tra chi invoca la violazione dei diritti umani (“non potete obbligarmi”) e chi dice di aver già fatto il tampone ma di “aver dimenticato” il certificato, la fila avanza lentamente. Proprio in quel momento, però, noto quello che a tutti gli effetti si rivelerà la star indiscussa del volo Ryanair da Barcellona.

In fila per il tampone, un uomo assume la classica posizione da italiano pronto alla polemica: una mano sul trolley, un’altra sul fianco, sbuffata alternata a sguardo all’orologio a cadenze regolari ed esternazioni a mezza voce del tipo: “va che è una cosa incredibile”, “che spreco di risorse”, “incredibile che ce lo facciano rifare”.

La situazione è delicata. So benissimo che qualsiasi commento o sguardo comprensivo aprirebbe un vaso di Pandora da cui Dio solo sa cosa potrebbe uscire. Decido quindi di assumere la mia tattica difensiva preferita: reinterpreto Dustin Hoffman in Rain Man, e blatero cose senza senso come “Covid è in prima base”.

Nulla da fare. L’uomo è incontenibile e io, nonostante mi finga morto, continuo a ricevere informazioni non richieste.

A quanto pare, il tipo ha effettuato un test a pagamento (“Ho speso ben 60 euro”) solo 92 ore prima ed è indignato che non venga considerato valido. Poco importa che su qualsiasi sito ministeriale ci sia scritto “entro 72 ore”, cosa saranno mai 20 ore in più per un virus che si può contrarre in 15 minuti?

Le sorprese non sono però finite. Mentre cerca di convincere il dottore di come lui non abbia bisogno del test con un “sì, ero in vacanza ma tanto non sono andato in spiaggia”, emerge che il test fatto 92 ore prima non era neppure il tampone, bensì il sierologico. Test che per il rientro dai paesi a rischio ha la stessa pertinenza del patentino per guidare il booster. Magia.

Arrivato il suo turno, decide di lanciarsi in un ultimo disperato tentativo con la poverina dello sportello incaricata a distribuire i tamponi monouso.

È un discorso toccante che non può che ricordare quello di Eisenhower alle truppe. Oggetto dell’invettiva: Giuseppe Conte, Burioni, i tamponi, Bill Gates, i massoni, le case farmaceutiche, la Spagna, le Smart parcheggiate dietro i Suv e gli impiegati statali. La cosa divertente? Solo il 20% di questa lista è inventato.

Non ho ben capito cos’ha risposto la poveretta dello sportello, ma credo di aver sentito distintamente: “Covid è in prima base”.

Tocca a me. Non posso che pensare a questi dottori in balia degli italiani di ritorno delle vacanze, così come non posso dimenticare di aver trascorso più di un’ora seduto dietro a una potenziale untrice di peste nera. Corro verso il mio sportello e non appena davanti alla dottoressa esplodo in un “grazie di esistere”.

Figa, che bella l’Italia.

 

Fonte: https://www.ilmilaneseimbruttito.com/2020/08/31/cronaca-del-mio-tampone-di-rientro-da-barcellona-nella-repubblica-deglitalioti/

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