I ragazzi. Ma li avete mai osservati i ragazzi? Nel discorso pubblico sono i portatori di movida & covida, nel senso del contagio; gli sprizzanti, nel senso dello spritz, le varie sette aperitive dei Mojto, dei Moscow Mule ecc., più rari reazionari del pastis e delle bollicine.

Ma oltre l’aperitivo, la discoteca e le spiagge, come sono i ragazzi? Per cominciare, la categoria si estende a un lungo ventennio, dai sedici ai trentasei anni, e non mancano ai bordi ragazzi precoci e tardivi. Cosa sono, come vivono, quali differenze con noi adulti? Difficile conoscerli perché da decenni viviamo nella società dell’apartheid, anagraficamente razzista e psicolabile: i ragazzi si svelano solo ai ragazzi, non ci sono più gruppi verticali, a cominciare dalle famiglie, dove si parlavano generazioni diverse, nonni e nipoti, oltre i benefits elargiti dai primi ai secondi. Dunque difficile capirli. Per una serie di circostanze ho avuto modo di conoscere più da vicino una decina di ragazzi di diversa età ed estrazione, alcuni familiari altri no, e in modo indiretto i loro amici e affini. Un campione ristretto ma provo a trarre qualche indicazione e un referto finale.

Premessa. Non giudicate i ragazzi dall’alto, nessuna generazione in assoluto è meglio di un’altra, ciascuna viene da mondi diversi, abita situazioni differenti, difficilmente paragonabili. Che i giovani d’oggi siano peggio degli adulti lo ripetiamo dall’età delle caverne; lo diceva Platone, lo dicevano i nostri nonni dei nostri padri, e i nostri padri di noi, e noi dei nostri figli. Quindi non tiriamocela, non emettiamo sentenze. Ogni generazione sbaglia a suo modo. Spesso gli errori di una generazione derivano dalla generazione che li precede. Se vengono male sono il vostro frutto, perciò cauti.

I ragazzi ventiventi hanno più uso di mondo, più dimestichezza coi viaggi, la tecnologia, le lingue, il villaggio globale; hanno meno senso della storia e della geografia, conoscono la realtà mediata dalle rappresentazioni virtuali, bestemmiano con più facilità di noi, che potevamo essere in conflitto con la religione e con Dio ma non lo trattavamo come un intercalare alternativo a czz e strnz, non lo appellavamo “porco”, anche se esiste in qualche regione italiana un’infame vulgata di ateismo e bestemmia. Se siamo fatti a Sua immagine e somiglianza come sostengono i credenti o se Lui è fatto a nostra immagine e somiglianza, come sostengono gli atei, il risultato non cambia: lo chiamiamo porco perché rispecchia noi. Diceva Nietzsche, evangelico: “Voi dite che per i puri tutto sa di puro; io vi dico per i porci tutto sa di porco”.

Sorvoliamo sul linguaggio, eccetto una notazione: chi studia il lessico dice che i contemporanei usano meno vocaboli dei loro predecessori; un linguaggio basic, multilingue ma più povero. È la spia di un più vasto impoverimento: i ragazzi di oggi sono più poveri di passato, di futuro, di eterno e di mitico, immersi in quel che chiamo “l’infinito presente globale”. Hanno più ecologia e meno natura…

Ma sto girando intorno a ciò che vorrei dire. I ragazzi di oggi hanno in genere meno orgoglio e amor proprio ma più egocentrismo e amor di sé. Sono narcisi insicuri, frutto di mezzo secolo fondato sull’assoluta preminenza dell’io e dei suoi desideri su tutto e tutti. I legami esistono solo in funzione di ciò, se mi fanno stare bene o no. I ragazzi sono più disinteressati dei loro padri e dei loro nonni, ma questo è un pregio fino a un certo punto; oltre è un limite grave.

Da dove deriva il disinteresse, l’egocentrismo narcisistico, l’ipersensibilità che è il nome nobile per dire fragilità nervosa, paura e insicurezza, e produce dipendenza da analisti, fumi, pose, bevande? Famiglie ristrette e spesso dissolte, con figli unici, che li fanno sentire al centro del mondo, genitori con sensi di colpa verso di loro che compensano coi benefici quel che non hanno saputo dare come affetti, premura, educazione; O genitori troppo apprensivi e accondiscendenti, che non hanno voluto educarli ma solo farli stare bene; facendoli vivere nel benessere facile sin dalla nascita, da non conquistare con le unghie e i denti (anche noi del baby boom eravamo così rispetto ai precedenti, loro ancora di più); Così sono cresciuti al riparo dalla realtà, dalla vita e dalla morte, da asprezze e crudità (salvo il sushi) e di conseguenza portati a vivere non la realtà ma come Io la percepisco, dove i fatti cedono ai fattori psicologici, le storie pubbliche alle emozioni private, le sconfitte alle depressioni. Le incertezze della vita e del destino diventano insicurezze personali e paure problematiche, in una società che cambia troppo in fretta. E loro vivono in fretta, non trovano mai il tempo per pensare prima di dire, per fare bene le cose, per ordinare la vita e darle una via.

Il risultato è una generazione fragile, labile, che cerca appoggi ma non legami, coperture e non amicizie, che rigetta valori, riferimenti ideali, passioni e vuol acquisire password di vita, stili e modi per autorappresentarsi e raccontarsi (dal vestiario ai tatuaggi) e che vede il mondo come sfondo del proprio selfie.

Tutto assume dimensione individuale, soggettiva, umorale, e tutto rifugge dal considerarsi dentro una fase storica, lo spirito pubblico, la comunità condivisa. Da qui tante vite ancora embrionali, incerte; oltre i trent’anni senza legami stabili, anche con case e luoghi; lavori provvisori, scelte di vita indefinite; alcuni vagheggiano di voler avere figli ma in astratto, senza partner e senza parto, solo per espandere il proprio io o raccontare una bella storia. Vite appena abbozzate, ancora aperte a tutte le possibilità e perciò indecise e incompiute, sfuggenti, puerili. Di tutto ciò la responsabilità è per metà personale e per metà epocale, non generazionale, e coinvolge anche i “grandi”. Come definirli? Generazione Farfalla. Labili, volatili, inquieti, lievi, effimeri, colorati, esili, evanescenti, disegnano nell’aria cerchi di possibilità, non si radicano ma si posano. I ragazzi degli anni Venti sono in balia dei venti.

Marcello Veneziani, La Verità 18 agosto 2020

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