Mancano pochi giorni all’apertura delle scuole e paura e angoscia aumentano in gran parte dei docenti della scuola del Bel Paese.Quello che colpisce maggiormente noi, che nelle classi ci dobbiamo entrare e lavorare, è questo silenzio assordante da parte nostra.

Purtroppo noi insegnanti siamo vittime dei soliti superficiali e banali luoghi comuni.

Noi siamo quelli che non possiamo lamentarci perché abbiamo tre mesi di ferie all’anno, tre settimane a natale e dieci giorni a pasqua. E noi siamo quelli che lavoriamo, quando tutto va bene, quattro ore al giorno e per questo superficialmente ed ignorantemente percepiti come dei privilegiati.

Io come la stragrande, silenziosa, maggioranza di colleghi ho paura.

Ho paura perché conosco la realtà quotidiana delle classi e so perfettamente quale potenziale, immane pericolo, costituisca questo nuovo anno scolastico di forzata convivenza con il covid.

Quando mi trovo a parlare con amici e conoscenti, e manifesto i miei forti timori e le mie paure per l’imminente apertura delle scuole, mi viene risposto che gli impiegati non hanno mai smesso di lavorare, che i supermercati sono rimasti aperti e che i centri estivi hanno funzionato.

Nessuno riflette sul fatto che questo superficiale e grossolano approccio a certe tematiche non regge.

Perché si paragonano impropriamente ambienti di lavoro frequentati da bambini accompagnati dagli adulti con tanto di mascherine obbligatorie e misurazione della temperatura, i centri estivi si svolgono per la maggior parte all’aperto e prevedono un rapporto di un animatore ogni cinque bambini mentre noi insegnanti dobbiamo convivere sette o otto ore al giorno in spazi di trenta metri quadrati con venticinque o più alunni.

Non provo vergogna a dire di aver paura perché la mia salute è affidata nelle mani delle famiglie che ogni mattina, prima di preparare i figli per scuola, dovrebbero loro misurare la temperatura e tenerseli a casa in caso di sintomi sospetti (raffreddore, linee di febbre, tosse ). E si tratta delle stesse famiglie che fino a prima del lockdown mi recapitavano puntualmente in classe alunni con la febbre, alunni che avevano vomitato la notte prima o con tosse.

Ho tutte le ragioni di questo mondo nell’essere poco fiducioso riguardo questo senso di responsabilità che le famiglie dovrebbero iniziare a dimostrare tutto a un tratto a partire da settembre.

Anche perché le persone a cui maggiormente venivano affidati questi alunni erano i nonni, cosa questa non auspicabile per la tutela dello stato della loro salute e sopravvivenza ai tempi di convivenza con il covid.

Mi mette paura questa regola che riguarda l’arieggiare delle aule, che in parole povere vuol dire tenere le finestre e le porte delle aule aperte dieci minuti ogni ora per rendere più salubre e meno contagiosa l’aria. Così, se da lassù qualche santo mi aiuta e mi fa graziare dal covid, nelle gelide giornate invernali nessuno risparmierà me e i miei alunni da una altrettanto pericolosa bronchite o polmonite.

E non mi da sicurezza il tanto chiacchierare e le mille congetture fatte sulla importanza del distanziamento in classe come misura necessaria e essenziale per prevenire i contagi.

A parte le più strampalate idee in proposito, con banchi piazzati nelle posizioni più fantasiose possibili in tutte le italiche scuole, spesso in contrapposizione con le più elementari regole sulla sicurezza inerenti spazi di fuga tra banchi e pareti in caso di incendio o calamità naturali, non esiste solo la prevenzione covid, mi sono ritrovato a pensare che nessuno si è posto il problema di munirsi di chiodo e martello per inchiodare per terra i banchi nelle aule.

Perché chiunque abbia lavorato almeno un’ora in una classe sa benissimo che i banchi non restano mai fermi nel posto in cui gli alunni li trovano all’ingresso in aula.

Gli alunni, soprattutto quelli della scuola primaria e media, non sono bambole di pezza sistemate sulla sedie e, nel giro di mezzora, muovono e spostano i banchi. Quindi la storia del distanziamento serve a tutelare i Dirigenti Scolastici ma non noi docenti, che dovremo passare molto tempo della giornata scolastica a richiamare continuamente i nostri alunni che si muovono e si agitano, ricordando che ai tempi del covid i banchi non si dovrebbero spostare di un millimetro.

Spesso di notte prima di chiudere gli occhi rifletto su queste tematiche, e non provo vergogna a dire di provare un senso di terrore.

Il covid è un nemico subdolo, imprevedibile, che non ammette soluzioni superficiali o pasticciate.

Ho paura per me, per i miei alunni, per le famiglie dei miei alunni, per la mia famiglia.

E vivo queste giornate che precedono l’avvio del nuovo anno scolastico con il solito incubo notturno ricorrente: io, docente impaurito mascherato e distanziato, trasformato in un cacciatore di piccoli untori con il compito principale di individuare e esporre, magari per sbaglio, uno dei miei terrorizzati piccoli alunni alla pubblica gogna prelevandolo, rinchiudendolo nella famigerata stanza degli orrori, pardon stanza covid, e sorvegliandolo alla stregua di un delinquente, pardon un piccolo pericolosissimo untore.

One thought on “Incubi di fine estate di un docente viterbese ai tempi del covid.”
  1. Trovo esagerato questo articolo. Sembra che debbano andare a fare una guerra. Tornate sul pianeta terra. Abbiamo tutti i nostri problemi.

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