Ma voi ricordate il primo giorno di Roberto Fico presidente della Camera? Vi ricordate che andò a piedi a Montecitorio e in autobus, facendosi fotografare in ambo i casi, per dimostrare che lui è uno del popolo, uno che non usa le auto blu come quelli della Casta ma inaugura un nuovo stile politico “comunista”?

La passeggiata a piedi costò molto più di un’auto blu perché mobilitò agenti e guardie del corpo, rimarcò ancora più la distanza dal popolo perché dovevano preservarlo dalla gente. Ma il messaggio narrativo della demagogia grillina era simbolicamente realizzato: noi siamo diversi, noi siamo come voi, siamo francescani, umili, non siamo I Potenti. Andate a vedere come viaggia ora o’Presidente Fico, e come viaggiano Conte, Di Maio – quello dei voli di linea in seconda classe – e gli altri capataz grillini. Da quaquaraquà a omini de panza. Cinque stelle ha smesso di indicare un movimento di protesta per tornare a designare hotel e situazioni di lusso. Ma Fico continua a sparare banalità sulla disonestà inaccettabile e altri predicozzi ovvi.

Sulla parabola di Fico fotografato prima in bus tra la gente e poi scortato che entra in un’auto blu, ha detto cose sagge il comunista Marco Rizzo. E sui parlamentari che non contenti dei loro 13mila euro mensili, più benetis, chiedevano all’Inps il bonus di 600 euro per i bisognosi, ha detto cose sagge il liberale Guido Crosetto, di Fratelli d’Italia, tirando in ballo il presidente dell’Inps in quota grillina, Pasquale Tridico.

La storia degli onorevoli-miserevoli ha tutta l’aria di essere un pacco mediatico come il precedente sulla sobrietà del Casto Fico; narra per l’esattezza il simbolo inverso, quanto sono infami gli oppositori e i finti amici. Appena si seppe la notizia, tutti, compresi i loro elettori, pensarono che gli accattoni fossero grillini, considerata l’alta densità di scappati di casa, di poveracci che avevano vinto il biglietto della lotteria ma non conoscevano nemmeno la grammatica elementare della politica e delle istituzioni. Quando poi si è appresa la loro appartenenza politica non è cambiato nulla sul piano del giudizio – miserevoli erano apparsi e miserevoli restano- ma si è capito perché sono venuti fuori e da dove, e perché la notizia ha avuto giornalisticamente quel percorso.

Ma non voglio tornare su questa vicenda d’agosto, piuttosto vorrei fare una riflessione più ampia sulla casta dei politici, in particolare dei parlamentari in vista del referendum. Che siano troppi è vero, e che la legge ne tagli una fetta cospicua può essere pure giusto, anche se non risponde a nessun criterio né qualitativo né di efficacia legislativa. Perché il problema del Parlamento italiano è triplice: è pletorico, è poco qualificato, è scavalcato dal potere esecutivo. Con il taglio dei parlamentari si è lanciato ancora una volta fumo agli elettori, perché il risparmio è davvero minimo, al più simbolico: ed è rimasto intoccato il mastodontico apparato di funzionari, uscieri, commessi e maggiordomi pagati molto ma molto di più dei loro colleghi dipendenti pubblici nelle stesse funzioni. Poi tagliarne una fetta non segue il criterio di saggezza “meglio pochi ma buoni e in grado di assumersi maggiori responsabilità”. Perché qui si taglia ad mentula canem, non ci sono filtri di qualità di alcun tipo, né sul piano dei requisiti né sul piano dei sistemi selettivi elettorali. E poi il compito del parlamentare in un’era decretista e semi-dittatoriale, si è molto ridotto, peggiorando perfino il ruolo storico di digitatore (democrazia in Parlamento è solo premere un tasto come Mamma Casta comanda).

Insomma, viste le bufale di Fico, i tranelli del bonus, le porcate accessorie, vorrei insinuare un dubbio: ma se il problema della Casta non fosse quello di avere troppi privilegi ma di non meritarli? Riformulo diversamente: il problema non è che costano troppo ma che valgono poco, rendono poco, decidono poco.

Aggiungo una provocazione irriverente: preferirei una classe politica che fosse davvero una classe dirigente, composta in larga parte da notabili, ben trattata negli emolumenti ma che avesse spina dorsale, decoro istituzionale, decenza etica, autonomia di giudizio politico e che soprattutto fosse selezionata sul campo, con curricula adeguati e provenienza doc, dai luoghi di formazione politica e di pratica amministrativa.

Ricordo un mio amico parlamentare siciliano che si diceva disposto a rinunciare all’indennità parlamentare ma non ai “privileggi”, rafforzando le gi non solo per inflessione sicula ma per dare maggiore peso e prestigio ai medesimi.

Sì, sarei disposto a vedere una classe dirigente che non vivesse come i cittadini, ma avesse trattamenti riservati; però poi proprio per questo, sarei inesorabile a giudicarli e selezionarli quando non sono all’altezza del ruolo. A sostegno di quel che dico è l’esempio corrente, che è esattamente l’inverso: abbiamo provato il parlamento in mano ai laqualunque e ai sorteggiati, e vedete che spettacolo di ignoranza, di incompetenza, di incapacità. Che oltre a essere deprimenti hanno costi altissimi per la collettività, molto più della Casta e dei suoi privilegi.

Gli antichi dicevano “noblesse oblige”. Io preferirei tornare alla denominazione originaria che li contraddistingueva e che suona sempre più grottesca: onorevoli. Si, vorrei che il perno su cui si fonda la carriera politica non fosse semplicemente l’onestà e nemmeno solo la competenza. Ma l’onorabilità, il senso dell’onore che è il rispetto di sé attraverso il rispetto degli altri e viceversa; e l’etica che ti fa comportare in modo decoroso anche quando non ti vede e non ti scopre nessuno.

Marcello Veneziani, Panorama, n.34 (2020)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *