Lo sostiene il presidente della Società internazionale di malattie infettive Paul Tambyah. La variante più contagiosa raggiunge ormai i due terzi dei contagi. “Ma nel mondo la letalità è in calo”. In Italia la mutazione è presente già da fine febbraio. Non giustificherebbe dunque la teoria del virus più buono.

Il dibattito sul virus più buono non avviene solo in Italia. Secondo Paul Tambyah, nuovo presidente della Società internazionale di malattie infettive, la letalità del Covid sta diminuendo nel mondo. Una delle cause potrebbe essere la diffusione di un ceppo più contagioso ma meno virulento. Ha una mutazione che si chiama D614G (il nome indica il punto dell’Rna in cui è avvenuta e la lettera del gene che è cambiata) ed è talmente efficiente che si è ormai diffusa in due terzi dei nuovi contagi nel mondo. In Italia è stata notata già a febbraio. Dall’Europa è saltata in America e ora sta prendendo piede anche in Asia, sostituendo a poco a poco il ceppo originario partito da Wuhan.

Quando domenica scorsa il direttore del ministero della salute della Malesia, Noor Hisham Abdullah, ha ritrovato la mutazione in un paio di cluster locali, è saltato sulla sedia lanciando l’allarme. Secondo lui, il virus D614G è dieci volte più infettivo del normale e potrebbe eludere i vaccini allo studio. Tambyah, che è anche medico dell’ospedale universitario e segretario del partito democratico di Singapore, gli ha risposto gettando acqua sul fuoco: “Un virus più contagioso ma meno letale potrebbe essere una buona notizia”. E la mutazione è troppo piccola per confondere i nostri anticorpi. “Le due varianti sono quasi identiche. Le differenze non coinvolgono le aree che il sistema immunitario usa per riconoscere il virus. I vaccini non dovrebbero avere problemi”. Con oltre 20 milioni di casi, Sars-Cov-2 ha avuto un numero di replicazioni sufficienti per cambiare in alcuni dettagli del genoma e adattarsi all’organismo umano. “Il suo interesse – spiega Tambyah – è infettare più persone possibile senza ucciderle. Un microrganismo dipende dal suo ospite per sopravvivere e diffondersi”. Evoluzioni simili – maggiore diffusione, meno sintomi – sono la regola nel mondo dei virus.

La mutazione D614G aumenta di 4-5 volte il numero delle spike: le punte della corona che rendono caratteristico il coronavirus. Le spike sono il grimaldello che il microbo usa per penetrare nelle nostre cellule, ma sono anche il dettaglio che il nostro sistema immunitario usa per riconoscere Sars-Cov-2. Secondo una ricerca dell’università della Pennsylvania pubblicata su MedrXiv: “L’aumento di infettività ottenuto grazie a D614G avviene al costo di rendere il virus più vulnerabile agli anticorpi neutralizzanti”. Messo a contatto con il plasma dei convalescenti, il virus mutato non si è dimostrato più resistente. Semmai il contrario.

La mutazione, comune in Nord Italia, potrebbe essere la causa della diffusione così ampia del Covid nel nostro paese e dell’accelerazione dei contagi nel mondo. Ma fra le persone infettate, la presenza del virus con D614G non ha mai dimostrato di causare sintomi più gravi, nonostante naso e gola ospitassero in media quantità superiori di microbi. Quanto al calo della letalità, misurarla con precisione è difficile, per la disparità dei metodi di conteggio nel mondo. E le cause potrebbero anche essere diverse. Nei paesi meno sviluppati, il coronavirus colpisce ad esempio popolazioni con una demografia più giovane. In quelli con sistemi sanitari più attrezzati, diagnosi e cure più tempestive potrebbero fare la differenza, rispetto alla prima ondata di marzo. Tra i farmaci, solo il desametasone – un normale cortisonico – ha dimostrato di essere in grado di salvare delle vite (circa il 20%) fra i pazienti gravi ricoverati in terapia intensiva. Essendo la mutazione diffusa in Italia già da febbraio, in ogni caso, è difficile parlare di un virus diventato più buono nel nostro paese.

FONTE: La Repubblica.it

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