Sono trascorsi ormai 10 anni dalla sua morte. 10 anni in cui la politica è profondamente cambiata.

Lui non era come gli altri politici. Aveva un temperamento forte, sardo, deciso. Diceva quello che pensava, senza mezzi termini e senza usare quella diplomazia propria di alcuni dell’ambiente.

La scelta di dare le dimissioni con due mesi di anticipo sulla naturale scadenza del mandato, annunciandole polemicamente il giorno della Festa della liberazione, dice molto del temperamento di Francesco Cossiga.

Persino la sua lunga e spesso controversa carriera politica, fu precoce ma a tratti molto diversa da quella di tutti gli altri politici della cosiddetta Prima Repubblica.

Il suo carattere era fuori dagli schemi della sua epoca, e poi, con l’età, diventò ancora più schietto tanto che fu sintetizzato con efficacia dal soprannome che gli diede il giornalista Filippo Ceccarelli, lo “sciamano”.

Oltre a questo soprannome, fu in seguito definito “il Picconatore”.

Cossiga fu a lungo il più giovane segretario alla Difesa e il più giovane ministro dell’Interno, e ancora oggi è il più giovane della storia a essere stato eletto presidente della Repubblica.

Dopo le dimissioni rimase senatore a vita per 18 anni, fino alla sua morte avvenuta il 17 agosto del 2010, dieci anni fa.

Era nato a Sassari, una terra aspra e bellissima, di maestrale, di mirto, di monti di granito levigati dal vento, di sole e di mare.

Cossiga veniva da un’importante famiglia sassarese, diversi membri della quale avevano alte cariche nella magistratura.

Anche lui studiò legge e già allora dimostrò una certa precocità, tanto che conseguì a 19 anni e mezzo la laurea, dopo essersi diplomato a 16 anni.

Da quando aveva 17 anni fu iscritto alla Democrazia Cristiana e a 20 anni, nel 1948, entrò a far parte di una struttura clandestina anti-comunista che si formò a Sassari sotto la guida di Antonio Segni, futuro presidente della Repubblica nei primi anni Sessanta.

La carriera di Cossiga ad alti livelli cominciò negli anni Settanta, con la prima nomina a ministro. Egli aveva già accumulato esperienze da deputato, da sottosegretario e da leader dei “Giovani turchi”.

Da sottosegretario alla Difesa, Cossiga si trovò ad avere un ruolo importante in una vicenda oscura dei primi anni Sessanta, quella del cosiddetto “piano Solo”: un piano segreto per un colpo di stato (o presunto tale) ideato dal generale dei Carabinieri e capo dei servizi segreti militari Giovanni De Lorenzo.

Nel 1966 ci fu una commissione ministeriale sulla vicenda e Cossiga si occupò di censurare alcune parti del rapporto finale, per tutelare il segreto militare.

Nel 1976 fu nominato ministro dell’Interno a 48 anni, un ruolo delicato nel periodo probabilmente più complesso e precario della storia repubblicana.
Erano gli anni più violenti della lotta armata.

Ebbe grande responsabilità politica durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, conclusi con l’assassinio di Moro; con piglio violento e repressivo e toni veementi, interpretò il ruolo di ministro rese Cossiga odiatissimo, soprattutto negli ambienti della sinistra extraparlamentare.
Disse in seguito:
“Quando, con il PCI di Berlinguer, ho optato per la linea della fermezza, ero certo e consapevole che, salvo un miracolo, avevamo condannato Moro a morte”.

Decisioni difficili prese con determinazione, ma con il cuore in subbuglio.

In realtà, Cossiga ha anche raccontato che poco prima che i brigatisti uccidessero Moro la situazione era sul punto di sbloccarsi: si sarebbe dovuta aprire una trattativa ufficiale, parallelamente a quella segreta aperta dai socialisti, e lui sarebbe stato pronto a dimettersi da ministro dell’Interno; tuttavia, sempre secondo Cossiga, le BR non capirono che il loro obiettivo era vicino e uccisero Moro. Cossiga si dimise comunque dopo il 9 maggio e si ritirò in Sardegna per un anno, durante il quale si rifiutò di avere incarichi politici. Tornò solo nel 1979, chiamato dall’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini per formare un nuovo governo, l’unico di cui fu a capo nel corso della sua esperienza politica.

Dopo la stagione del terrorismo, per Cossiga arrivarono nuove responsabilità, al Governo e poi alla Presidenza del Senato.

I sette anni in cui Cossiga fu presidente della Repubblica sono la rappresentazione migliore della singolarità del personaggio e del suo carattere.

Il suo mandato fu atipico fin dall’inizio: per la prima volta nella storia della Repubblica l’elezione avvenne subito, al primo scrutinio, con una larghissima maggioranza.

Cossiga si assicurò i voti dei comunisti grazie alle manovre dell’allora segretario della DC, Ciriaco De Mita, che si accordò in segreto con Alessandro Natta, segretario del PCI. In realtà la scelta iniziale dei democristiani era Giulio Andreotti, sul cui nome i due partiti non riuscirono ad accordarsi a causa del veto dei comunisti.

La seconda scelta era l’allora vicepresidente del Consiglio Arnaldo Forlani, che però non voleva saperne. Cossiga era dunque l’ultima possibilità per De Mita di avere uno dei suoi al Quirinale, e si rivelò una scelta vincente quando venne eletto il 25 giugno 1985 con 752 voti su 977. Non aveva ancora compiuto 57 anni.

L’aspetto più raccontato del settennato di Cossiga sono però le due fasi distinte che ebbe: la prima durò cinque anni e fu tranquilla e silenziosa, priva di scossoni; la seconda durò poco meno di due anni, durante i quali Cossiga fu irrequieto, ciarliero, facile a battute contro il governo e contro il suo stesso partito che portarono i giornali a definirlo il “presidente picconatore”, prendendo spunto da una definizione dello stesso Cossiga il quale chiamava le sue esternazioni «picconature».

Durante il suo mandato di Presidente della Repubblica, la caduta del Muro di Berlino e i cambiamenti nell’Europa dell’Est aprirono una nuova stagione, mutando radicalmente gli equilibri.

“Cossiga comprese senza ritardi che le trasformazioni avrebbero coinvolto il nostro Paese, ponendo sfide inedite alle istituzioni, alle forze democratiche, all’intera società civile. Già nel discorso di insediamento, pronunciato davanti alle Camere riunite, aveva associato la parola ‘speranza’ con un ‘invito alla comune costruzione del nuovo’.

Il messaggio alle Camere sulle riforme costituzionali fu, nella sostanza, l’atto conclusivo del settennato, nei mesi in cui lui stesso ingaggiò un confronto, talvolta aspro, con esponenti del Parlamento e dei partiti”.

Cossiga se la prese, per un periodo,
con tutti, con De Mita, con Bettino Craxi (colpevole a suo dire di voler «raddrizzare l’Italia» con il qualunquismo), con i magistrati del CSM e anche con Andreotti, l’allora capo del governo.

Inventò persino soprannomi irrisori: definì Achille Occhetto «lo zombie con i baffi» e De Mita il «Lepido di Nusco».

Tuttavia, il tentativo di Cossiga di spingere il sistema politico verso un cambiamento era concreto: a giugno del 1991 mandò un lungo messaggio al Parlamento in cui si indicavano alcune vie per riformare la Costituzione, tra cui l’elezione di un’assemblea costituente.

Cosa fece la maggioranza parlamentare e il governo? Ignorarono praticamente il suo messaggio.

A contribuire alla fine anticipata del mandato di Cossiga fu la decisione di Andreotti, presa a ottobre del 1990, di rivelare l’esistenza dell’operazione Gladio, la struttura difensiva segreta della NATO in Italia nata per contenere il comunismo.

Cossiga aveva fatto parte di quell’operazione e non prese bene la decisione di Andreotti di rivelarne l’esistenza, giudicandola troppo avventata, ma decise comunque di autodenunciarsi e rivendicare il suo ruolo, causando l’indignazione dei comunisti che ne chiesero la messa in stato d’accusa per attentato alla Costituzione.

Era il dicembre del 1991. Poco dopo Cossiga rivolse alla nazione il più breve discorso di fine anno della storia della Repubblica: durò solo tre minuti e mezzo, durante i quali Cossoga spiegò perché non aveva voglia di dire niente.

“La sua testimonianza umana e civile, gli ideali maturati fin dalla gioventù – dice di lui il presidente della Repubblica Mattarella -sono parte di quel patrimonio democratico comune che siamo chiamati a trasmettere alle generazioni più giovani”.

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