Una bella raccolta di racconti intitolata “Il primo a tornare fu il cane”, senza un filo narrativo particolare che lega queste storie, se non quello di provare a mostrare la quotidianità sotto una luce diversa, con derive talvolta surreali. Ecco l’incipit del primo racconto:

Il primo a tornare fu il cane.

“Quel meticcio piccolino, sempre affamato, con il ringhio perenne che modulava per esprimere le sue emozioni canine, mi era sempre piaciuto. Il suo modo di dimostrare diffidenza, nascondendosi sotto il tavolino o sotto una sedia in presenza di estranei, non mi era mai sembrato indice di cattivo carattere, lo vedevo come il suo prendere le distanze dal mondo, l’esprimere un certo controllo su quello che riteneva il suo territorio esclusivo, valutandone l’eventualità di prepararsi a difenderlo. Ricordavo quando mio fratello l’aveva portato a casa, un cucciolotto malconcio e sporco, che aveva anche tentato di morderlo, mentre lo salvava da una fine certa, togliendolo di mezzo a una strada trafficata. Ci vollero diversi giorni prima che si persuadesse a farsi toccare o accarezzare, anche solo ad avvicinarsi alla ciotola del cibo in nostra presenza, all’inizio si decideva a mangiare solo quando era sicuro che non lo guardavamo. Poi, col tempo, cominciò a tollerarci, il suo carattere ribelle si addolcì, almeno un poco, e divenne il nostro compagno, indipendente ma fedele.

Mi era dispiaciuto molto quando, anni dopo, era morto.

Ma se era morto, com’era possibile che adesso me lo ritrovassi ad aggirarsi per la casa, col suo pelo corto e rossiccio arruffato, a mordicchiare e trascinare le mie pantofole in giro per tutte le stanze?

All’inizio avevo pensato che fosse un altro cane, un caso di somiglianza estrema, ma questo dubbio era stato fugato quando lo avevo chiamato: Rex! Il bastardino era corso verso di me scodinzolando, non prima di aver fatto uno starnuto, la sua solita reazione, quasi come se il suo nome gli provocasse allergia, facendosi beffe dell’ironia con la quale lo avevo battezzato.

Non fu difficile riabituarsi alla compagnia di Rex, la perplessità iniziale per quell’improvvisa ricomparsa fu presto sostituita dalla gioia per la sua presenza.

Le poche persone che potevano affermare di conoscermi bene sarebbero state sorprese da quel comportamento, ero sempre stato un uomo pratico e razionale, ma ormai le mie vecchie amicizie erano tutte scomparse oppure vivevano lontano, quindi nessuno si sorprese di vedermi passeggiare al parco in compagnia di un cane identico a quello che avevo molti anni prima.

La mia routine non cambiò di molto, semplicemente si aggiunsero delle nuove abitudini, come il riempire la ciotola e l’abbeveratoio di Rex, accarezzarlo quando mi si accoccolava accanto sul divano, nelle serate casalinghe passate a guardare la tv, accompagnarlo nelle regolari uscite per i suoi bisogni, una volta al mattino e una alla sera.

Forse senza il ritorno del mio cane quello che avvenne dopo mi sarebbe sembrato meno accettabile, oppure fu proprio quella innaturale resurrezione a prepararmi a una nuova sorpresa.”

Roberto Bonfanti sa scrivere in modo da tenere desta l’attenzione del lettore, pagina dopo pagina. In questi racconti ci fa viaggiare su una linea di confine incerta: tra vita e morte nella storia intitolata come la raccolta, tra antiche superstizioni in “La strega”, tra sobrietà e cupidigia ne “L’uomo del banco dei pegni”.

Una narrativa di intrattenimento che non intende proporre dialoghi sui massimi sistemi, ma solo farsi onestamente leggere e, tra le righe, fornire anche qualche spunto di riflessione sulla vita quotidiana e sulla società contemporanea.

Racconti ben scritti, intriganti e avvincenti; con un mix di ironia, occhio critico sul mondo che ci circonda, e, alcuni, con una deriva vagamente surreale.
Hanno un finale “che spiazza” in più di un caso, come dovrebbe essere nei migliori racconti.

“Era in quei momenti solitari, nei quali tentavo disperatamente di aggrapparmi alle certezze, ai dati di fatto, che la mia razionalità era messa a dura prova.”

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