E’ morto Sergio Zavoli, giornalista, scrittore e politico italiano. Ha lavorato in Rai dal 1947 e ne è stato presidente dal 1980 al 1986. Ci ha lasciato all’età di 96 anni.

Sulla morte, ironizzava così: “Non vorrei andarmene senza essere presente al congedo. Dopo l’evento della mia nascita, vorrei non perdermi quello, conclusivo, del congedo”.

Era nato a Ravenna il 21 settembre del 1923, riminese di adozione, ironico e talentuoso, come il suo amico “storico”: Federico Fellini, con il quale si sentiva ogni giorno per parlare di che cosa stesse accadendo nel mondo.

Direttore del telegiornale, direttore del Gr, presidente della Rai, autorevole narratore, abile radiocronista e inchiestista tra i più raffinati, scrittore e persino poeta, Sergio Zavoli iniziò la sua “missione” televisiva e culturale nel 1948 (grazie alla complicità di Vittorio Veltroni, il padre di Walter), un amore mai tradito, anche negli ultimi tempi, quelli della presidenza alla Commissione vigilanza Rai, quando l’amarezza per il degrado nei confronti dell’ente pubblico e del Paese era tanta.

Splendidi i suoi reportage, da “Viaggio intorno all’uomo” a “Nascita di una dittatura” e soprattutto “La notte della Repubblica” sugli anni di piombo.

Contro la tv sguaiata, urlata “peracottara”, delle tette rifatte e dei cervelli sopiti, specchio della realtà che stiamo vivendo, dalla quale sono lontani i tempi in cui emergevano talento, cultura, bravura, la sua signorilità si è sempre distinta, insieme al senso di responsabilità, allo spirito di servizio e a un’idea etica dell’informazione.

La televisione pubblica, che era, e dovrebbe ancora essere, “uno straordinario mezzo di promozione della crescita culturale e civile della società”, con trasmissioni sulla lingua, sul sapere, sulla storia e la critica costruttiva, si è troppo spesso trasformata in un mezzo in mano a questo o quel partito o alla mediocrità di dirette o differite in cui volgarità e propaganda s’intrecciano in modo impressionante.

Ecco il nuovo millennio che si fa largo fra liti in pubblico, tatuaggi, arroganza e superficialità, per logiche di mercato o elettorali, di Destra o di Sinistra. E Zavoli forzatamente si ritrovò in questo “contenitore”, che non era più quello in cui aveva creduto.

“Far conoscere i fatti – diceva – è già un modo di risvegliare le coscienze”. Proprio alla sua presidenza Rai toccò una difficile e inedita navigazione fra le acque turbolente della nascita dell’emittenza privata contro il monopolio della tv di Stato.

La Rai avrebbe potuto, a quei tempi, accettare la sfida, magari con lui al timone, e “distinguersi” per qualità, neutralità, impegno. Non fu così.

Nella partita fra qualità e appiattimento dei programmi e delle coscienze, ha vinto quest’ultimo, segnando il goal decisivo verso il ribasso populista e l’effimera “leggerezza” dell’essere, sospesa fra
nichilismo e accettazione di una realtà sociale in cui vige, come ai tempi dei tempi, “la legge del più forte” o di colui che fa la voce più grossa.

Zavoli veniva definito il “socialista di Dio”, ed era sicuramente in grado, con la sua fine intelligenza, di rapportarsi al potere e alla politica senza diventarne succube ed esserne scalfito.

“Il mondo non è fatto di primi, vincitori e vincenti, ma di secondi, terzi, ultimi, di gente che arriva fuori tempo massimo pur sputando sangue”. Era questo il suo modo di fare informazione e avvicinarsi alla verità.

Fra i suoi successi: due Prix Italia, la laurea honoris causa, i libri, e poi la svolta “naturale” in politica, “in ossequio a quell’impegno civico ereditato dal padre”; fu tre volte senatore con i Ds, con l’Ulivo, con il Pd.

Lo scelsero, improvvisamente, nel febbraio 2015 come Presidente alla Commissione di vigilanza Rai, per volere di Walter Veltroni. Zavoli non seppe dire di no.

Ma, mentre la salute già lo tradiva, la Rai diventava più che mai un contenitore di veleni. Egli affrontò con una certa insofferenza il suo ruolo.
Era troppo per un intellettuale non certamente ingenuo, ma legato a dei valori.

Domani sarà allestita la camera ardente, probabilmente in Senato, poi sarà tumulato a Rimini.

Le sue ultime volontà: «Seppellitemi a Rimini accanto a Fellini». Gli amici di una vita, che per entrambi fu brillante e ricca di soddisfazioni, si ritrovano ora oltre, dove tutto trova il suo senso.

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