La titolare dell’Istruzione era quasi sconosciuta, fino a diventare un volto noto grazie alle apparizioni con il presidente del Consiglio durante la fase iniziale del lockdown.

Dotata di buone intenzioni, e non meno preparata dei predecessori, ha infilato una carrellata di errori di comunicazione che mettono a rischio la ripresa delle lezioni in classe dopo l’estate.

Il buon senso faceva ritenere che, sostanzialmente, le cose da fare fossero tre: formare più classi in modo da renderle un po’ meno affollate, assumere nuovo personale, disporre protocolli chiari e possibilmente economici per mettere le scuole in sicurezza. In sei mesi di chiusura, sembrava a tutti che ci fosse stato e ci potesse ancora essere il tempo per escogitare qualcosa di sensato a livello di sistema.

Naturalmente, anche su questi provvedimenti elementari non sono mancati i pianti greci di chi paventava l’uso surrettizio dell’epidemia per sanatorie e assunzioni indiscriminate e antimeritocratiche. Sarà forse per tacitare questi processi alle intenzioni che gli Uffici scolastici (le diramazioni locali del ministero, incaricate di concedere alle scuole le classi richieste per l’anno scolastico successivo sulla base degli studenti iscritti) hanno da subito fatto capire che, epidemia o non epidemia, i criteri di concessione delle classi sarebbero stati quelli di sempre, improntati al risparmio e agli accorpamenti.

Non fosse mai che si potesse mantenere una classe di, per dire, 15 studenti e assumere uno o due docenti in più. Tutto ciò mentre la ministra ribadiva più volte la priorità della “lotta alle classi pollaio”, negli ultimi anni un vero e proprio mantra in bocca a ministri i cui funzionari, poi, si adoperano per conseguire l’esatto opposto.

Ci fu poi il quarto d’ora di celebrità del plexiglas: ai primi di giugno comparve sui media l’assurda ipotesi di dotare tutte le classi italiane di pannelli di plexiglas in modo da chiudere ogni studente (immaginato fermo e immobile per 5 o 6 ore al suo posto) in una sorta di bolla di sicurezza. L’idea – a oggi ancora non si sa se effettivamente vagliata dalla Azzolina e dai suoi tecnici o messa in giro da qualcun altro – era degna dei Monty Python, e nuovamente attirò in capo alla ministra una salva di frizzi e lazzi.

Azzolina dovette precisare con un comunicato ufficiale, a causa del quale finì per litigare pure con Salvini sull’effettiva grafia di “plexiglas”, che no, nelle scuole italiane a settembre non sarebbero stati montati milioni e milioni di pannelli trasparenti dagli spigoli vivi.

Leggendo il documento del Cts, la sensazione è quella di aprire uno di quei pacchi che contengono un’enorme quantità di materiale riempitivo, protettivo o isolante. Solo che poi svuoti il pacco dalla fuffa, e dentro non ci trovi nulla o quasi, come nella migliore tradizione del paccotto napoletano: giusto qualche indicazione di generico buon senso cui un po’ tutti sarebbero arrivati anche senza l’aulico contributo del Comitato. Mantenete le distanze, attenzione agli assembramenti, lavatevi le mani.

In particolare, nei documenti e nelle dichiarazioni di giugno sembra essere venuta a mancare quell’assunzione di responsabilità da parte del Ministero che aveva avuto una funzione protettiva nei confronti del lavoro di dirigenti e docenti durante la prima fase dell’emergenza. Niente più parafulmine, insomma. Gli ottomila dirigenti scolastici italiani e i docenti dei loro staff hanno dovuto immediatamente mettersi al lavoro per inventarsi soluzioni praticabili, contattando autonomamente enti pubblici e privati per reperire spazi aggiuntivi a costi sostenibili e inventandosi ripartizioni e turnazioni degli studenti di ogni singola classe per arrivare ad avere numeri compatibili con la fatidica distanza di 1 metro da bocca a bocca.

Le famiglie vivono nel frattempo in una situazione di totale incertezza. Di fatto, nessuno sa ancora se a settembre i propri figli andranno a scuola tutti i giorni o alterneranno giorni o settimane a scuola e altri a casa davanti a un computer a fare didattica a distanza, né se la sede scolastica sarà quella consueta o un’altra, magari anche distante o non facilmente raggiungibile con il trasporto pubblico.

Essendo la soluzione del sudoku demandata ai singoli dirigenti, è possibile che una famiglia con più figli in età scolare debba affrontare modalità di ripartenza diverse a seconda delle diverse soluzioni trovate da questa o quella scuola. Per quante settimane? Per quanti mesi? Dipenderà verosimilmente dall’andamento dell’epidemia. Le lamentele spesso giustificate di molti genitori nei mesi del lockdown, costretti a gestire i figli, le loro incombenze scolastiche e l’uso condiviso dei device e della rete di casa, rischiano di essere uno scherzo rispetto alle reazioni che, prevedibilmente, si registreranno da settembre in poi.

Gli ulteriori interventi pubblici della Azzolina, intanto, sembrano aver liquidato definitivamente il principio di realtà: oltre alla reiterata e ormai vuota retorica della “lotta alle classi pollaio”, che come detto è ormai da tempo sconfessata dai fatti, la ministra ha promesso «un miliardo in più per la ripartenza, che consentirà, fra l’altro, di avere un maggiore organico per evitare classi sovraffollate».

Non si capisce bene come possano essere giustificate nuove assunzioni a classi e organici ormai definiti, se non come copertura di posti liberatisi per pensionamenti e ricollocazioni. Ovvero, ciò che si è sempre fatto ogni anno, ma che la ministra prova a spacciare per eccezionale e finalizzato alla riduzione del numero medio di studenti per classe e al contrasto dei rischi dell’epidemia.

In un’altra uscita ad alto grado di dadaismo, è stata annunciata la realizzazione di «uno strumento rapido per poter agire chirurgicamente sulle situazioni più complesse» in termini di spazi scolastici disponibili, descritto in conferenza stampa dalla ministra come un software (sic) incredibilmente mai predisposto prima. L’interpretazione più benevola delle parole della Azzolina porta a tradurre quel “software” in “banca dati”, ma l’efficacia di tale strumento è iconicamente rappresentata da un mio caro amico, dirigente scolastico, che un paio di giorni dopo l’annuncio mi ha inviato una foto che lo ritraeva munito di mascherina e metro da muratore in mano in una delle aule del suo plesso scolastico. Didascalia: «Il software».

Le ulteriori promesse ministeriali di stanziamenti per l’edilizia scolastica sono una buona notizia, ma del tutto non correlata con la riapertura di settembre, per ovvi motivi di tempistica.

Infine, l’ultima trovata (al momento) di questa lunga e inverosimile estate: il bando per l’acquisto di 3 milioni di nuovi banchi.

La ministra si è ingenuamente stupita di come la pubblicazione del bando sia stata seguita da una nuova raffica di ironie, parodie e critiche. In effetti si tratta di un massiccio investimento per rinnovare l’arredo scolastico: in astratto e in generale, un’altra buona notizia. I famigerati banchi a rotelle sono davvero innovativi e ottimi per variare la disposizione degli studenti della classe in contesti di didattica non frontale, benché il modello presentato, con tanto di esibizione live della ministra da Bruno Vespa, possa servire più ad allestire aule dedicate ad attività specifiche che a sostituire i banchi tradizionali nelle aule in cui gli studenti italiani trascorrono la parte maggiore della loro giornata a scuola.

Ciò detto, l’aspetto surreale del bando, ed è quanto meno curioso che la ministra abbia l’aria di non rendersene conto, deriva dal fatto che è stato presentato come parte decisiva della messa in sicurezza delle scuole correlata all’emergenza sanitaria e alla riapertura di settembre. Come dei banchi mobili muniti di rotelle possano essere essenziali per garantire il distanziamento tra gli studenti costituisce un altro spunto formidabile per chi volesse rinnovare i fasti dei Monty Python.

In conclusione, in tante scuole italiane l’estate sta trascorrendo caratterizzata da quel mix di rassegnazione, fatalismo e alacrità che ne rappresenta un po’ da sempre l’umore costante. Chi lavora nella scuola sa, per esperienza, che alla fine in un modo o nell’altro si farà. Il sistema per tirare avanti e per produrre risultati almeno accettabili si trova, quali che siano le disposizioni spesso farraginose che giungono dall’alto e le critiche generalizzate contro la scuola spesso provenienti da chi a scuola non mette più piede da diversi decenni.

A settembre, sempre sperando che gli dei delle pandemie ce la mandino buona, le scuole riapriranno (più o meno), studenti e docenti riprenderanno a viaggiare sui mezzi pubblici (forse un po’ scaglionati), il personale scolastico ricorderà a tutti di lavarsi bene le mani e di indossare la mascherina e, si spera, pulirà e igienizzerà un po’ più frequentemente del solito aule e spazi comuni (approfittando magari del fatto che i banchi con le rotelle sono più facili da spostare e si può pulire meglio).

Probabilmente, la didattica a distanza continuerà a essere usata, anche se non in via esclusiva. È possibile, perfino, che da tutta questa vicenda la scuola ne esca un po’ svecchiata e rinnovata, e riesca a trascinarsi fino al prossimo dibattito pubblico insensato su di essa, che speriamo sia causato da circostanze meno catastrofiche.

FONTE: Linkiesta.it

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