Com’è arrivata l’eroina In Italia: dal noan all’anfetamina.

Roma, 1970. – 560 tossicomani al di sotto dei 25 anni. Nessun eroinomane. L’eroina, a Roma, è sconosciuta.

Roma, 21 marzo 1970. – Il Nucleo Antidroga dei Carabinieri, diretto dal capitano Giancarlo Servolini, del SID, irrompe in un”barcone” sul Tevere: 90 arresti. Motivo: la droga. “2.000 giovani si drogavano sul barcone” spara “Il Tempo,” quotidiano romano in cui la cronaca era diretta da Franz D’Asaro, attuale direttore dell’organo dell’MSI, “Il Secolo d’Italia.” È lo scandalo dell’anno: in sei mesi escono sui giornali nazionali, oltre diecimila articoli sulla “droga,” un quantitativo pari al totale degli articoli usciti nei sette anni precedenti.

Roma, novembre 1975. – Gli eroinomani sono migliaia: lo ammette anche il centro Antidroga del Comune (“Panorama,” 27 novembre 1975, p. 63)

Che cosa è successo tra il ’70 e il ’75, a Roma e in Italia? Il ’75 è l’anno dei primi morti di eroina: l’opinione pubblica è traumatizzata. Ma l’eroina non è arrivata misteriosamente, a caso, tutto d’un tratto. Le tre notizie che abbiamo riportato sono legate a filo doppio.

Nel 1970, l’équipe di ricercatori presso il Centro per le tossicosi da farmaci stupefacenti e psicotropi ha avuto modo di accostare un vasto campione di giovani tossicomani romani: 142. Il Centro aveva note garanzie di riservatezza e vi si rivolgevano senza problemi tutti i tossicomani dei ceti medi e inferiori (gli alto-superiori hanno la possibilità di usare strutture specializzate private a costi elevati).

Tutti questi ragazzi (meno di 25 anni) usavano “droga pesante”: non oppio e morfina, ma anfetamine, barbiturici e ipnotici non barbiturici; tutti erano “tossicomani”: avevano un livello notevole di dipendenza fisica ed erano pesantemente coinvolti nell’esperienza, spesso travolti da essa. Gli stati mentali in cui una persona viene portata da dosi “pesanti” di anfetamina e barbiturici (o ipnotici non-barbiturici, come il metaqualone) sono fortemente confusionali; molto raramente un individuo, anche molto “allenato” riesce a controllare l’esperienza o a mantenersi lucido. Nei barbiturici e negli ipnotici, gioca il meccanismo farmacologico: la differenza con gli analgesici narcotici come la morfina è proprio la perdita di coscienza, o la riduzione di coscienza. L’anfetamina, che a basse dosi, quando non si è ancora instaurata la dipendenza, è uno stimolante cerebrale forte ma non eccezionale, ad alte dosi (e per giunta endovena), è una bomba incontrollabile.

Perché, “cercando droga,” questi giovani trovavano anfetamina e barbiturici? Ci vuole un passo indietro, al periodo ’65-’67. In quell’epoca, un numero enorme di giovanissimi (decine di migliaia) si familiarizza con lo psicofarmaco; nelle farmacie si trova di tutto; in casa, le madri cominciano a usare tranquillanti. Quando nasce lo “yé-yé,” il piacere proibito della maggior parte dei ragazzi è la sigaretta (di tabacco) e il whisky; cinque anni prima, in Francia, migliaia di giovani già si “divertivano” con le anfetamine. E anche gli “yé-yé,” con molto ritardo, scoprono che il whisky è “più buono” con la pasticca. Noan, Valium, Ansiolin, non sono stimolanti, ma con un bicchiere di whisky fanno un certo effetto, fanno sentire diversi; per i ragazzi, lo stato normale, il comportamento normale è una “rottura.” Nessuno pensa a drogarsi, alla droga: gli psicofarmaci sono solo “pasticche,” siringhe non se ne vedono. Nasce un linguaggio, un gergo. I prodotti preferiti sono i prodotti in quel momento lanciati dall’industria farmaceutica: non perché i ragazzi sono sensibili in modo particolare ai contenuti della pubblicità, ma perché vanno in farmacia e chiedono specialità che hanno sentito nominare.

Oltre al cocktail tranquillanti-alcool, vanno a fiumi il Revonal (della Bracco) e gli altri sonniferi a base di metaqualone; i barbiturici; e, nettamente al primo posto, le anfetamine: per le anfetamine, vale senz’altro il condizionamento dell’industria, sono famosissime e reperibili sotto diverse etichette, psicotonici, ricostituenti, ecc.; l’uso è comune anche per motivi di “produttività” (studio e lavoro) e la gente si abitua a familiarizzarsi col farmaco.

Per l’anfetamina, valgono molti discorsi che si fanno sulle droghe e che non si attagliano, per esempio all’eroina; il mito della droga che quando si comincia non si può più smettere ha una parte di verità per l’anfetamina: grosse dosi di anfetamina provocano una tale confusione mentale e depressione, che chi “ritorna” dall’esperienza non è molto in grado di scegliere lucidamente; e, per eliminare la depressione, prende un’altra dose abbondante. Quando nel ’67 e nel ’68, comincia, soprattutto fra gli studenti e fra i primi gruppi di controcultura, a girare l’hascisc, ci si aspetterebbe una vasta diffusione fra le decine di migliaia di giovani consumatori di pasticche, se non altro per motivi banali, come provare una droga nuova. Ma non si fanno i conti con la logica di mercato: la diffusione artigianale dell’hascisc (giovani che vengono da Istanbul o dal Marocco) non conta su protezioni mafiose o di polizia; e incontra subito una dura repressione, con pesanti condanne in Tribunale, soprattutto a Roma e Milano nel ’68 (oltre duecento arresti). La domanda di massa di droga nel mercato viene soddisfatta solo dalle farmacie: si crea una separazione di fatto fra giovani proletari e giovani della nuova sinistra che “fumano”; il rapporto è troppo rischioso, e i giovani proletari vengono” avviati” dalla logica del mercato alla farmacia. La Wellcome, rappresentante italiana della gigantesca Burroughs Wellcome inglese, vede arrivare la Metedrina (Methedrine Wellcome), un’anfetamina pura, all’8 % del suo fatturato.
Con la formula “anfetamina alle masse” e hascisc ai pochi, non c’è da stupirsi se nel ’70 soltanto a Roma si contano 560 tossicomani. Ma il momento determinante nello sviluppo del modello delle tossicomanie, in Italia, è il “Barcone.”

In seguito alla clamorosa operazione dei carabinieri romani, si scatena un’eccezionale repressione di massa: nel ’70, gli arresti hanno un boom e superano le 1.000 unità (cfr. M. Rusconi e G. Blumir, La droga e il sistema, Feltrinelli, Milano 1972, pp. 209-226); perquisizioni e retate arrivano dappertutto, come nella villa di Praiano (Salerno) dove l’attore William Berger e sua moglie Carol vengono arrestati insieme a 15 amici per mezzo grammo di hascisc, e restano in carcere più di un anno tranne Carol, che muore al manicomio criminale di Pozzuoli. Il giudice istruttore Verasani aveva rifiutato le cure (Carol era malata di diabete) con la seguente motivazione: “questi drogati dicono di essere malati perché vogliono la droga.” Il fatto, famosissimo, rende l’idea del clima incredibile della repressione post-“Barcone”: retate di trenta-quaranta persone a volta; titoloni sulle prime pagine dei giornali. Nasce in Italia la “psicosi” droga: per decine di milioni di italiani la droga diventa un “male oscuro,” per centinaia di migliaia di giovani, una tentazione proibita.

Solo tre anni dopo, l’opinione pubblica viene a sapere, da un dossier di controinformazione di Stampa Alternativa (La droga nera) che la storia del “Barcone” era una truffa: i carabinieri avevano dichiarato ai giornali di aver reperito nel “Barcone” mezzo chilo di hascisc, siringhe, eccitanti, e decine di giovani in stato confusionale; in realtà, come risulta dagli atti dell’istruttoria, il corpo di reato era mezzo grammo di hascisc “trovato” in un cestino della spazzatura, e “nessun giovane fu incriminato perché agli esami medici nessuno risultò aver consumato stupefacenti.” La colossale montatura,. del “Tempo” e del SID, aveva scopi politici precisi: tenere le decine di migliaia di studenti medi, in un periodo particolarmente combattivo, sotto il mirino della repressione, coi poliziotti davanti alle scuole, e genitori, comitati e presidi mobilitati in funzione antidroga; e, sul versante droga, determinare il modello di sviluppo del mercato. I carabinieri costituiscono Nuclei Antidroga in tutta Italia; lavorano gomito a gomito col Narcotic Bureau; intrattengono rapporti continui con l’Ambasciata americana, diretta dal filo-golpista, ambasciatore Graham Martin, amico del generale Miceli (a cui ha fatto versare 500 milioni, secondo il Rapporto Pike del Senato USA); e inviano uomini in USA ai corsi specializzati nelle tecniche di infiltrazione; il capitano del Nucleo, Servolini, è stato numerose volte presentato come fascista e non ha mai smentito: per esempio, nella controinchiesta La strage di stato e su “Notizie Radicali”; secondo “Lotta Continua,” avrebbe protetto la spedizione delle guardie forestali contro la RAI-TV nella notte del golpe di Borghese (cfr. “Lotta Continua,” 4 ottobre 1975, p. 2); la caserma di Servolini sta a pochi metri dalla RAI; il famoso proclama agli italiani di Borghese cominciava ricordando un’Italia ridotta a “popolo di drogati, devastata dagli stupefacenti e dal comunismo.” Siamo nel periodo d’oro del generale Miceli e dei suoi rapporti privilegiati con i politici e con l’ambasciata americana.

La grande paura della droga scatenata dal caso “Barcone,” provoca degli effetti scientificamente prevedibili: interessa alla droga, artificiosamente, centinaia di migliaia di giovani sprovveduti, attirati dalla curiosità; è il concetto, teorizzato in America di “scare”; “nella storia della droga in America – dice Victor Pawlak, Direttore della Do It Now Foundation – abbiamo visto che i grandi boom dell’uso di certe sostanze sono stati provocati da qualche campagna di stampa che ha fatto detonare un panico di massa nella popolazione adulta e una curiosità artificiale nella popolazione giovane.” Successe così per la colla degli aeroplanini: all’inizio degli anni ’70 alcuni giornali americani spararono sulle prime pagine la notizia che un certo numero di ragazzini usava la colla come droga inalante; un anno dopo, i “drogati” di colla, erano passati da poche centinaia a centinaia di migliaia in tutto il paese.

L’effetto del “Barcone” in Italia, fu il “boom” clamoroso dell’uso di anfetamina: non le pasticche dei ragazzi “yé-yé,” ma le iniezioni endovena. Nel 1970, i tossicomani negli Ospedali Psichiatrici milanesi, sono meno di dieci; nel ’71, trentuno; nel ’72, centoquaranta; sono quasi tutti casi di anfetamina e tutti casi di “bucomani,” abituati a iniettarsi i farmaci; il “boom” dell’anfetamina coincide con il “boom” del buco, con l’inizio della “cultura del buco”: esattamente il modello corrispondente alle immagini droga sparate dai giornali: il capellone con la siringa. Le migliaia di giovani sprovveduti, attirati dalla droga, trovano, a bassissimo prezzo e in libera vendita, l’anfetamina: e trovano alla luce del sole e non disturbati dalla polizia, gruppi di tossicomani pronti a insegnargli la tecnica dell’iniezione e fargli le iniezioni direttamente. Non trovano invece la droga leggera, perché i prezzi cominciano a essere alti (anche più di 2-3.000 il grammo), la qualità scadente e la reperibilità scarsa: la caccia alle streghe di Servolini e soci, è in pieno corso.

Così, decine di migliaia di ragazzotti in tutta Italia, cominciano la loro esperienza-droga dall’anfetamina in vena. È il massacro. Dopo due anni, i casi di psicosi cronica sono migliaia. I quartieri centrali come Brera e Campo dei Fiori, ritrovo di compagni del movimento, ma già tartassati dalla repressione, diventano teatro dei guai deliranti dell’anfetamina; si inserisce il mercato grigio, che specula sulle difficoltà di alcuni tossicomani cronici, guardati male dai farmacisti, e fa circolare l’anfetamina a prezzo maggiorato. “Vi siete mai chiesti dove sono finiti alcuni vostri vecchi amici – SI, di quelli magri – quelli con gli occhi fuori dalle orbite – quelli matti – alcuni sono morti. Vi ricordate il ‘Polacco’ e Peter, ovvero 40 pastiglie in due.” “Se mi sputtano è perché vedo i miei migliori amici che stanno male” scrive “Sballo,” un ragazzo molto “dentro” alla Metedrina (Droga e sistema, cit., p. 121), proprio in quel periodo, a Brera.

Nella primavera del ’72, l’anfetamina è una piaga di massa: oggi i ricercatori sanno che la rapidità e la violenza con cui è cresciuto il fenomeno sono una conseguenza diretta della campagna politica nata a Roma nel marzo ’70: la dottoressa Maria Grazia Cagliati, dell’équipe psichiatrica dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia, diretta dal professor Franco Basaglia, ha dedicato una lunga, lucida e sconcertante analisi a tre annate del quotidiano “Il Tempo” (1968-1970), compreso il caso “Barcone.” Il lavoro; capillare e massiccio, dei “giornalisti d’assalto,” funziona su un doppio livello: a) Influenzare direttamente la burocrazia statale, i carabinieri e le forze di polizia, sensibilizzandoli ancora di più alla repressione dura contro i capelloni drogati e fornendo loro una copertura politica. b) Influenzare l’opinione pubblica, a livello di massa, imponendo anche in Italia il mito della marihuana come droga assassina: criminalizzando tutti i capelloni come sospetti consumatori; l’effetto sul pubblico è profondo, perché “Il Tempo” funziona da direttore d’orchestra in tutta la campagna e le sue veline vengono riprese da tutta la catena dei giornali di Monti e anche dalla stampa nazionale: il risultato è “un atteggiamento basato sulla paura, sul disprezzo e sull’intolleranza.” Si crea il tossicomane, perché chiunque inizia con le droghe nocive viene sbattuto in un vicolo cieco, “impossibilitato a trovare un lavoro o un alloggio o una solidarietà.” Rendendo la vita impossibile a decine di migliaia di freaks, capelloni e giovani proletari, che vengono arrestati e fermati in continuazione dalla polizia, solo perché si ritrovano insieme nelle piazze o nelle case e respinti e visti come drogati dalla gente, costringe una parte di loro a darsi alla droga pesante (Analisi del comportamento comunicativo di un giornale romano, in Esperienze di una ricerca sulle tossicomanie giovanili in Italia, a cura di L. Cancrini, Mondadori, Milano 1973, pp. 194-230).

L’alleanza opinione pubblica-polizia è fondamentale per rendere possibile e credibile la repressione dei giovani proletari e delle droghe leggere; in società dove la gente è più informata sulla nocività delle varie droghe, sui modi efficaci di affrontare un eventuale problema di tossicomania, si crea automaticamente una rete di protezione, dalla famiglia agli amici, intorno a chi usa droghe illegali; in Italia, il caso tipico dopo il ’70, è quello del genitore che denuncia il figlio alla polizia e che chiede ai carabinieri di salvarlo dalla droga. È un risultato eccellente, voluto: la trasformazione della famiglia in una rete capillare di spionaggio gratuito per la polizia. Una pacchia: solo a loro spese, naturalmente, i genitori sprovveduti, che hanno chiesto “aiuto” ai carabinieri, scopriranno che ciò vuol dire mandare in galera il loro figlio per due anni e trasformarlo in un rottame. Un’équipe dell’Istituto Superiore di Sociologia di Milano, coordinata dal professor Guido Martinotti, ha analizzato, valendosi di tecniche di elaborazione elettronica, tutti gli articoli sulla droga apparsi su sei quotidiani significativi (“Corriere della Sera,” “Giorno,” “L’Unità,” “La Notte,” “La Stampa,” “L’Avvenire”); ecco come vengono caratterizzati, nella maggioranza dei casi, i consumatori di droghe leggere arrestati dalla polizia: “devianti,” “squallidi,” “disumani,” “violenti,” “sprovveduti,” (C. Caraccia, C. Costa, G. Martinotti, La stampa quotidiana e la droga, in Droga e società italiana, Indagine del Centro Nazionale di Prevenzione e difesa sociale, Giuffré, Milano 1974). Nella ricerca condotta per l’Amministrazione provinciale di Milano, gli psicologi Quadrio e colleghi hanno rilevato statisticamente che nel ’73, la stragrande maggioranza della popolazione aveva accettato le idee reazionarie diffuse dalla stampa: il 50,8 % riteneva che individui particolarmente attirati dalla droga fossero gli omosessuali; tra i problemi ritenuti “attualmente preoccupanti” in Italia, il 70,2 % dei giovani indicava “la droga,” e solo lo 0,9 % l’alcolismo, e il 3,8% l’aborto clandestino; 1’83 % del campione riteneva che “le droghe hanno solo effetti negativi,” il 38,4 % riteneva che “tutte le droghe sono egualmente dannose,” il 23,9 % indicava l’hascisc fra le droghe giudicate più dannose, il 33,2 % rispondeva” si” alla domanda “le darebbe fastidio se un drogato venisse ad abitare nel suo quartiere,” il 45,1 % rispondeva “si” alla domanda “le darebbe fastidio se un drogato venisse ad abitare nel suo caseggiato?” e addirittura un 82 % di si per “se volesse imparentarsi con la sua famiglia?” (A. Quadrio, B. Barbero Avanzini, F. Dogana, M. Sacchi, Il problema della droga nella società contemporanea. Indagine sulla opinione pubblica milanese, in Droga e società italiana, cit.).

Grazie al “Tempo” e ai carabinieri del SID, chi fuma qualche sigaretta di marihuana è visto dalla gente peggio di un lebbroso. È chiaro anche che nei giovani con queste opinioni, basta un momento di esperienza personale con una qualsiasi droga non schifosa, per far crollare tutte le resistenze: il 33,5 % degli intervistati tra i 16 e i 20 anni indica l’hascisc fra le droghe più pericolose. Sono masse “predestinate” all’eroina.

I primi morti. L’anfetamina è una droga pesante

Il primissimo è Gianni Favero, 20 anni, di Mestre, assassinato dalla Squadra Narcotici di Milano e dal carcere milanese di San Vittore: i funzionari della questura lo arrestano con un paio d’etti di hascisc in seguito a una spiata. È la solita storia: i poliziotti di Milano e Roma sono dei precursori del clima post-barcone degli anni ’70; il capo della Mobile milanese, il dottor Beneforti, si scatena contro i compagni che portano un po’ d’hascisc da Istanbul, e intanto, invece che alla lotta contro gli evasori fiscali o i truffatori alla Felice Riva, si dedica allo spionaggio telefonico, insieme a Tom Ponzi (fatti per cui finirà in galera nel ’73, nel corso dell’istruttoria sulle intercettatazioni). Il ragazzo arrestato questa volta è un consumatore di anfetamina: in carcere non lo curano e muore dopo pochi mesi per nefrite.
La seconda è Carol Berger, senza nessuna malattia di droga: assassinata da un giudice istruttore di Salerno, che le nega le cure (vedi paragrafo precedente).
I primi morti “diretti” sono del ’72: e sono quattro; Fiorella Nicolato, a Vicenza, in febbraio, uccisa da un barbiturico in associazione (lo Strofosedan); Pietro Lagomaggiore in marzo, a Milano: anfetamine; Elisa Toso, 16 anni, in settembre, a Trino Vercellese: anfetamine; Patrizia Paolucci, a Milano in dicembre: anfetamine. Sono solo i morti apparsi sui quotidiani nazionali: poi ci sono gli altri, quelli che muoiono come cani, in una toilette o in una soffitta, per una dose fatale di anfetamina; quelli di cui parla “Sballo,” non registrati dai medici o dalla stampa: l’anfetamina non è una droga.

Dall’anfetamina alla morfina

Il 17 maggio 1972, il ministro della Sanità del governo Andreotti, il democristiano Athos Valsecchi (incriminato nel ’74 per lo scandalo del petrolio) inserisce nell’elenco degli stupefacenti le anfetamine: ben 34 anni dopo la Svezia e dopo una polemica di venti anni delle Nazioni Unite contro lo stato italiano.
Il provvedimento arriva all’improvviso, quando i consumatori di anfetamina endovena sono in tutta Italia almeno diecimila, e i tossicomani non .meno di cinquemila. Il lancio pubblicitario della nuova legge è notevole (prima pagina sui giornali); in parte è un provvedimento-truffa, perché vengono messe fuorilegge soltanto un terzo delle anfetamine, che le case ritirano dal commercio. Restano in circolazione dozzine di specialità, dal Preludin Compositum della Boehringer al Magriz della Pierrel al Magrene della Ravasini, al Tenuate della multinazionale Richardson and Merrell. Sono prodotti a fatturato altissimo perché usati da centinaia di migliaia di persone, in maggioranza donne, come dimagranti.

Gli effetti sul mercato della proibizione delle anfetamine sono clamorosi; nell’autunno del ’72, arriva, a Roma, la morfina. Prezzi bassi, ottima qualità: è cloridrato di morfina della Mercks, un’industria tedesca che si è sbarazzata di enormi scorte (diverse tonnellate) di morfina in pasticche, con un sistema originale. Le organizzazioni internazionali di soccorso al Bangla Desh mandano viveri e medicinali; e acquistano le pastiglie (che la Mercks non saprebbe come usare perché ne è stato proibito il commercio). Milioni di pasticche finiscono a Peshawar, nel Pakistan, e vengono rivendute al mercato nero agli europei di passaggio: 30 lire a pasticca.
Molti freak europei in viaggio verso l’India cominciano a bucarsi con questa morfina; la voce si sparge, e nell’autunno del ’72, Roma, ai concerti pop, a Campo de’ Fiori e in numerosi quartieri, è inondata di morfina.

“Sono uscito di carcere nell’inverno ’72, dopo un anno e quattro mesi. Mi avevano dato la libertà provvisoria con la legge Valpreda. Mi aveva arrestato il capitano Servolini dei carabinieri antidroga, per una pastiglia di LSD, nascosta in una biro: l’hanno trovata per una soffiata.”

Comincia così il racconto di Roberto Canale, uno delle centinaia di ragazzi e compagni romani, arrestati nel ’70 dal Nucleo antidroga.

“Quando sono uscito, Roma non era più la stessa: Trastevere completamente rovinata, Campo de’ Fiori piena di spie, di mafiosi […]. Quando sono entrato in carcere, a Roma c’era qualche bucomane: sballati che si facevano l’anfetamina; oppio o morfina nei giri di Trastevere e Campo de’ Fiori non se ne vedevano quasi mai. Adesso, arrivo sulla piazza e vedo dei ragazzi che vendono pastiglie di morfina davanti a tutti, come se fossero sigarette di contrabbando. ‘Ma non avete paura?’ Alcuni li conoscevo, erano ragazzi delle borgate. Si misero a ridere. ‘A te ne diamo gratis, prendila, è molto buona.’

“Credevo che fossero gentili perché erano vecchi amici e io ero appena uscito di prigione: mi sbagliavo. Facevano così quasi con tutti: gratis o per 200-300 lire.”
Il memoriale di Roberto Canale, in possesso di Stampa Alternativa e pubblicato in esclusiva in stralci da “Paese Sera” (Sono un drogato, ecco la mia storia), un paginone del 24 aprile ’75, e l’ “Espresso” (Così funziona l’industria della morfina, 27 aprile 1975), è il documento fondamentale per capire la storia dell’eroina in Italia. Gli spacciatori di morfina non erano grossi boss mafiosi o professionisti: ma ragazzotti di periferia entrati in un’impresa più grande di loro. Nella parte inedita del memoriale, Roberto spiega di aver conosciuto in carcere parecchi ragazzi tossicomani e amici di tossicomani: tutti, quando venivano fermati da carabinieri del Nucleo Antidroga, venivano ricattati. “Servolini e i suoi uomini,” racconta Canale, “gli facevano questo discorso: ‘se fate gli informatori per noi, vi lasciamo stare; altrimenti, due anni al gabbio (in gergo: prigione) non ve li toglie nessuno.’ Il ricatto scattava anche quando i ragazzi venivano fermati senza droga. ‘A quella ci pensiamo noi,’ diceva Servolini, ‘i giudici tra la nostra parola e la vostra credono a noi.’ […]. Alcuni tossicomani finivano nei guai per aver fatto delle ricette false: se i carabinieri fermavano un tossicomane, Servolini gli faceva lo stesso discorso; però con una promessa in piu: ‘Se lavori per noi ti diamo morfina gratis.’ Dopo che ho cominciato a bucarmi, ho visto anch’io qualche volta questa morfina: era diversa da quella del Pakistan (logico: Servolini non poteva arrivare al punto di consegnare ai ragazzi droga uguale a quella che veniva venduta sul mercato dagli spacciatori, il gioco sarebbe stato troppo scoperto), e si diceva che veniva dai Laboratori farmaceutici che la forniscono in dotazione esclusiva all’esercito.

La chiamavano Palfium.” Del Palfium abbiamo già parlato: fu lanciato dall’industria belga alla fine degli anni ’50 come l’analgesico del secolo che non dà assuefazione, in realtà era una specie di morfina sintetica con le stesse proprietà tossiche; i laboratori sono quelli dell’Istituto Chimico Farmaceutico Militare di Firenze (autorizzato a produrre sostanze stupefacenti dal ministero della Sanità: auto 1/860) che lavora esclusivamente per le Forze Armate: i Carabinieri ricevono i medicinali direttamente da loro.

Nel ’73, tra la morfina del Bangla Desh e quella dell’esercito, Roma è inondata di droga pesante..-Le pasticche vengono soprannomi nate “Peshawar,” i clienti cominciano ad arrivare anche da altre città, Milano, Bologna, Firenze.

La morfina fa strage fra i tossicomani da anfetamina, già abituati alle iniezioni, e contenti di passare a una tossicomania apparentemente piu tranquilla dei continui deliri dell”‘anfe”: le prime centinaia, migliaia, di reclute, sono ex anfetaminici.

Gli spacciatori sono una trentina, ma lavorano parecchio, in una decina di “piazze,” dal centro, Campo de’ Fiori, a zone come piazza Quadrata (il Piper), piazza Bologna, la Balduina, Monteverde, a zone di periferia come Boccea o Montesacro. I più importanti sono una decina e non hanno difficoltà ad andare e tornare dal Pakistan con decine di migliaia di pasticche; ogni giorno ne smerciano centinaia, alla luce del sole: “I 10 pushers sono tutti informatori dei Carabinieri del Nucleo Antidroga, vendevano sotto gli occhi dei carabinieri in borghese,” accusa il memoriale Canale. Il Nucleo non ha mai smentito: e non ha reagito nemmeno alla clamorosa denuncia contro il suo titolare (capitano Mazzotta) per “corruzione e spaccio di eroina” presentata il 2 luglio 1975 da Stampa Alternativa alla Procura della Repubblica di Roma, in base al memoriale ed a un voluminoso dossier.

D’altra parte, già nel ’73, il “Corriere della Sera” aveva pubblicato in prima pagina una clamorosa (quanto involontaria) rivelazione dell’ambasciata americana, racchiusa in un libretto ad uso e consumo esclusivo dei turisti americani, per metterli in guardia contro le leggi italiane, in cui si affermava testualmente: “I giovani americani non sanno che in Italia gli spacciatori di droga sono anche spie del Nucleo Antidroga e vengono ricompensati in cambio di informazioni dettagliate sugli acquirenti-consumtori” (Alfonso Madeo, La droga trabocchetto per i turisti a Roma, “Corriere della Sera,” 23 maggio 1973). Una chiara accusa di protezione e connivenza, anche questa mai smentita, anzi, in seguito alla quale il gran capo dell’Antidroga, il capitano Servolini, venne subito dopo destituito dalle sue funzioni e trasferito.
Gli spacciatori agiscono indisturbati; mentre continuano al solito ritmo gli arresti per hascisc, non un solo arresto viene effettuato per detenzione o spaccio di morfina tra il ’72 e l’estate del ’73.

Dal febbraio 1973, il Centro Antidroga del Comune di Roma comincia a ricevere i primi casi di intossicazione da morfina: nel settembre 1974, è possibile fare i conti. Sono passati dal centro, 160 giovani: tutti consumatori abituali di oppiacei; nel 1970, su 142 tossicomani contattati dal Centro per le tossicosi da stupefacenti e psicotropi gestito dall’équipe di Cancrini (e ora chiuso), nessuno era morfinomane o eroinomane, tutti erano farmaco-dipendenti da psicofarmaci (cfr. L. Cancrini, M. Malagoli-Togliatti, G. Meucci, Droga: chi, come, perché, Sansoni, Firenze 1972, pp. 53-54). La situazione si è completamente ribaltata: l’escalation dall’anfetamina alla morfina è documentata in modo evidente. Il neuropsichiatra dottor Riccardo Zerbetto, dell’équipe del Centro Antidroga, segnala un 36 % di ex consumatori di anfetamine, più di un terzo del totale (in L’impiego del metadone nel trattamento della morfinodipendenza, in “Rassegna di studi psichiatrici,” volo LXIII, fase. 6, novembre-dicembre 1974, p. 875).

Dalla morfina all’eroina. L’Inverno dell’eroina: ’74-75

Quando le scorte pakistane di morfina della Mercks finiscono, il giro cambia: è il momento dell’eroina, che ad Amsterdam (’74) si trova anche a 10.000 lire al grammo. Tutti i morfinomani passano senza difficoltà all’eroina: l’inverno ’74-’75 segna l’inizio della diffusione di massa.

“Ormai a Livorno, quelli del giro bucano quasi tutti. L’eroina si è fatta viva già da un pezzo, da parecchi mesi (prima era un fatto sporadico) con regolarità. Costa 10.000 lire a busta e i ragazzi incastrati la rimediano con furtarelli o vendendo altra ‘ero.’ Per quanto riguarda l’hascisc, il discorso è quello che si fa in moltissime città: per periodi relativamente lunghi sparisce del tutto e appare la roba pesante; e dopo un po’ l’erba ricompare ancora, ma a prezzi assurdi: per 5.000 lire ti danno un ‘joint’ [sigarettone a base di hascisc, N.d.R.], un ‘joint’ e mezzo. Arresti, per il fumo, ce ne sono sempre. Per l’eroina, uno o due: chi ce l’aveva per venderla, è subito uscito; l’altro, un ragazzo di 18 anni preso nel giro, è ancora dentro,” scrive all’inizio della primavera una studentessa di Livorno.

“A Genova (da sempre una buona piazza per l’acquisto di droghe leggere provenienti dal porto) circa tre mesi fa quei figli di puttana mafiosi hanno fatto sparire quasi completamente la ‘merda’ (è la parola di gergo per l’hascisc)” scrive un compagno anarchico. “All’inizio l’hanno distribuita anche gratis o comunque a un prezzo bassissimo. Adesso sono passati a 90.000 lire il grammo; per quanto riguarda la ‘merda,’ i prezzi prima dell’inverno erano questi: marocco: 60.000 all’etto; libano rosso: 80.000; pakistano nero: 90.000. I prezzi delle stecchette partivano da un minimo di 1.500-2.000 al grammo. Adesso i prezzi sono cambiati ed è difficilissimo trovare della roba che non sia una fregatura: marocco: 90.000; libano: 100.000; pakistano nero, minimo minimo 170.000. In certe strade il nero va addirittura a 270.000, 250 – 300.000.” L’operazione eroina si basa su tre fattori:

a) Senza nessun problema, sparita la morfina, sostituirla con l’eroina; anche se i prezzi sono più alti, i morfinomani non hanno scelta, e l’eroina è anche farmacologicamente un sostituto adatto.

b) La manovra di mercato: i mafiosi dell’eroina controllano una quota del mercato della droga leggera; non
hanno nessuna difficoltà a fingere una carestia della merce o ad alzare artificiosamente il prezzo; contemporaneamente, immettendo sul mercato eroina a basso prezzo o semi-gratuita, si compie un’operazione promozionale verso i “neofiti” della droga, le migliaia di ragazzi, che, stimolati dai meccanismi che abbiamo descritto in precedenza, si avvicinano al mercato nero per “provare” la droga; nella misura in cui, come documentano le indagini di Quadrio e della sua équipe di psicologi, questi ragazzi ignorano i pericoli dell’eroina, o hanno un’immagine confusa della droga in generale, non esistono resistenze specifiche all’uso di eroina. Inoltre, la migliore pubblicità è quella del prezzo basso: ciò è particolarmente vero per i giovani operai, proletari e sottoproletari. Nell’inverno ’74-’75, nelle grandi città operaie come Torino e Milano, quello del prezzo è il fattore-chiave con cui vengono agganciati i giovani operai.

c) Chi controlla il racket dell’eroina ha la necessità per potere alterare i prezzi del mercato delle droghe leggere, o per poter limitare drasticamente la disponibilità di hascisc, di influire sulle quote di mercato dell’hascisc controllate da altri, non legati al racket. L’unico modo di influire su queste quote sono gli arresti e i sequestri, che non possono, per evidenti motivi, essere operati direttamente dai trafficanti. Tuttavia il trimestre novembregennaio segna un “boom” clamoroso negli arresti per droghe leggere: oltre 2.000 in tutta Italia, pari a una media annua di 8.000. I “fumatori” vengono’ arrestati a dozzine alla volta, compreso piccole città come Monza, dove il 16 dicembre (cfr. “Il Giorno”) vengono arrestati dodici ragazzi di Lissone, Macherio, Sovico: di cui 8 operai e 1 meccanico; l’epidemia coinvolge molte regioni e città dove per anni gli arresti sono stati rarissimi o inesistenti: l’Umbria (Spoleto, Foligno, Temi, Perugia), la Calabria (decine di arresti a Catanzaro), il Veneto (Vicenza, Padova e molti centri minori), la Sardegna (Sassari), Friuli (Trieste: 13 arresti in un colpo solo; Udine: 31 a gennaio); i centri minori della Lombardia (Bergamo, Treviglio) , la Puglia (Bari, Mola), la Sicilia (Catania, Palermo); nelle grandi città (Torino, Firenze, Bologna, Roma, Milano, Genova) c’è un’intensificazione delle retate e soprattutto a Milano si cerca di colpire le quote più vistose dell’importazione: il 26 gennaio, i carabinieri sequestrano 41 chili di olio di hashisc, il cui valore è dieci volte superiore all’hashisc semplice (stimato in mezzo miliardo). Le operazioni nel Nord Italia sono promosse dal Nucleo Antidroga dei carabinieri di Milano, diretto dal capitano Guarnotta, braccio destro di Servolini nel caso del “Barcone” sul Tevere (e autore in proprio della famosa provocazione contro Re Nudo: 67 arresti in un circolo privato); al centro fra Roma-Umbria-Firenze-Napoli, dal Nucleo Antidroga dei Carabinieri di Roma.

I Nuclei Antidroga ritornano a farla da protagonisti nell’operazione eroina: soltanto col loro aiuto i trafficanti di eroina possono infatti controllare le quote di mercato (droghe leggere) non in mano loro; l’operazione “inverno dell’eroina,” con ritiro delle droghe leggere e massicce immissioni di eroina a basso prezzo funziona e riesce perché con i 2.000 e passa arresti e con gli importanti sequestri delle medie e grosse importazioni, i carabinieri hanno bloccato il mercato dell’hascisc, dando via libera ai trafficanti dell’eroina.

Il Nucleo Antidroga di Milano di Guarnotta aveva addirittura anticipato la vicenda: informando la stampa, in dicembre, che” i giovani stavano passando dalle droghe leggere all’eroina,” e coinvolgendo, con molto clamore sui giornali, il prefetto Petriccione e le autorità milanesi: in pratica, qualche mese prima delle sinistre, i carabinieri fanno trapelare lo “scandalo eroina.” È una specie di copertura, quasi un mettere le mani avanti per quello che – non possono non saperIo – succederà entro pochi mesi, e di cui dovranno giustificarsi dinanzi all’opinione pubblica: ma le scuse ante litteram sono penose:

a) Il picco degli arresti per l’hascisc viene spiegato così: “Si arriva al punto che gli spacciatori di droghe pesanti denunciano a polizia e carabinieri i colleghi delle droghe leggere per toglierli dalla circolazione.”

b) La strada aperta all’eroina è inevitabile perché “le sostanze stupefacenti minori aprono la via all’uso delle droghe più micidiali” (cfr. “Il Giorno,” 30 settembre 1975, p. 19, per una ricostruzione della vicenda).

I risultati dell’inverno “eroina e carabinieri” si fanno presto sentire: quattro ragazzi muoiono di eroina. A Bologna, Borgo Panigale, i! 24 dicembre Enzo Piras, 19 anni, di Nuoro; a Milano, 7 gennaio, Giovanni Longoni, 23 anni; a Udine, 19 gennaio, Moreno Venturini, 19 anni (morfina); a Genova (febbraio), un minorenne.

Dalla marihuana si passa all’eroina

Il mito che dalla marihuana si passa all’eroina è stato diffuso negli anni ’50 dal capo del Federal Bureau of Narcotics, Harry J. Anslinger, legato alla destra maccartista, per un motivo preciso: dopo che la Commissione del Sindaco di New Y ork, Fiorello La Guardia, aveva escluso i pericoli comunemente attribuiti alla canapa dalla propaganda del Bureau (criminalità, violenza, psicosi, assuefazione, ecc.: cfr. Mayor La Guardia’s Committee on marihuana, The Marihuana Problem in the City of New York, J. Cattell Press, Lancaster, Pa. 1944) e una serie di studi successivi avevano confermato le tesi della Commissione, il Narcotic Bureau non aveva più argomenti per giustificare la repressione anti-“erba.” Così Anslinger inventò letteralmente questo nuovo mito in una celebre seduta al Senato, rispondendo al senatore Daniel che gli chiedeva perché, dato che il vero pericolo è l’eroina, conveniva conservare le leggi antimarihuana: “Il nostro grande problema è che la marihuana può portare all’eroina” risponde Anslinger (Illicit Narcotics Traffic: Hearings, U.S. Senate, 1955, part. 9, p. 4193). Pochi anni prima, il bugiardo Anslinger aveva detto alla Camera, in piena campagna per la proibizione della canapa: “Non ho mai sentito neanche un caso di progressione dalla marihuana all’eroina. Il drogato di cannabis non va mai in quella direzione” (Hearings before the Committee on Ways and Means, U.S. House of Representatives, 75th Congress, 1st Session April and May, 1937, p. 24).

Negli anni Settanta, i fatti hanno contribuito a stroncare definitivamente la teoria dell’escalation: gli eroinomani in America sono 720.000, un numero più o meno uguale a quello degli inizi del ‘900, e che si è conservato costante lungo tutto il secolo; e i fumatori di canapa sono passati dalle poche decine di migliaia nelle comunità di colore degli anni ’20, agli attuali 20 milioni.

In Italia, i consumatori abituali di eroina sono stimati in 20.000 alla fine del ’75; un’indagine della sezione sociologica del Comitato Scientifico “Libertà e Droga” ha permesso di valutare in modo inequivocabile l’ampiezza del consumo di marihuana.

Il sondaggio dell’Istituto di Ricerche Demoscopiche “Slamark” di Roma, condotto per “Panorama” nel giugno ’75, ha accertato che almeno 300.000 giovani dai 14 ai 18 anni fumano con una certa frequenza; l’indagine del “Libertà e Droga” è stata condotta su un campione di giovani dai 19 ai 29 anni, all’inizio del ’76: il 3,1 % “fumava” con una certa frequenza: da “raramente” (due volte al mese) a “spesso” (più di una volta la settimana), per un totale di 270.000 consumatori; agli intervistati veniva anche rivolta la domanda “Hai un fratello con più di 28 anni che fuma?”, il 9 % rispondeva affermativamente, individuando in tal modo oltre 24.000 “fratelli maggiori” consumatori. I 270.000 consumatori fra i 19 e i 29 anni non devono stupire: chi ha oggi 29 anni ne aveva 20 all’inizio del fenomeno hascisc in Italia; la percentuale dei consumatori è comunque meno della metà di quella delle generazioni dai 14 ai 18 anni; i “fratelli maggiori” di 34 anni, infine, avevano 25 anni nel ’67.

Il totale dei due sondaggi comporta una cifra di 594 mila consumatori accertati: a cui vanno ovviamente aggiunti le migliaia di consumatori delle generazioni più anziane.
600.000 consumatori in Italia: un numero non certo sbalorditivo se si tiene conto che equivale all’l,l % dell’intera popolazione contro il 10 % degli Stati Uniti (20 milioni di consumatori accertati nel ’75), e 1’8,5 % dell’Inghilterra (4 milioni di consumatori accertati nel ’74) stimati dai sondaggi BBC-TV.

600.000 consumatori di marihuana contro 20.000 consumatori di eroina sono anche per l’Italia una secca smentita al mito dell’escalation (il volume degli eroinomani è appena il 3,3 %).

Consapevoli di queste prove schiaccianti contro le loro tesi, i sostenitori dell’escalation, che attraverso questa teoria cercano in qualche modo di esorcizzare il fenomeno marihuana, di definirlo come comunque negativo, al di là dei pericoli intrinseci della sostanza, hanno provato ad autolimitarne la portata: è la tesi del Movimento Lavoratori per il Socialismo e dei suoi comitati antidroga: “Si, la marihuana non costringe a passare all’eroina, però in certi soggetti, specie se proletari crea una predisposizione all’uso di droghe pesanti.”

L’unico modo di verificare questa tesi è vedere, nei gruppi di persone che, da un punto di vista cronologico, “passano” all’eroina, se esistono dei fattori presenti in misura notevolmente più rilevante che nei gruppi che “non passano”: se non c’è nessuna differenza, oltre alla condizione proletaria, possiamo dare ragione al Movimento Lavoratori per il Socialismo.

I ricercatori del Comitato Scientifico “Libertà e Droga” hanno elaborato un questionario che è stato sottoposto a 400 giovani, dai 17 ai 22 anni. Si trattava di due gruppi, campionati con gli stessi criteri: 200 ragazzi che fumavano marihuana da tre anni e non erano passati all’eroina; e 200 ragazzi che “avevano cominciato” dalla marihuana, dopo due anni erano “passati” all’eroina, e consumavano eroina regolarmente da almeno un anno, con un grado elevato e indubbio di dipendenza fisica.

I due gruppi erano il terreno ideale per vedere il peso del fattore marihuana in un’eventuale “escalation” alla eroina; praticamente due gruppi che per due anni avevano avuto lo stesso comportamento (uso di marihuana) e poi si erano divaricati: uno aveva continuato con la marihuana, l’altro era “passato” all’eroina.

Le domande del questionario comprendevano praticamente tutte le situazioni sociali e psicologiche e le motivazioni che vengono chiamate in causa quando si vuole spiegare l’uso di eroina. Le domande venivano poste direttamente (“sei mai stato in un istituto di rieducazione? per quanto tempo?”) senza metterle in relazione all’uso di eroina (tipo: usi eroina perché sei stato male con l’esperienza del riformatorio?). In questo modo saltavano fuori i fatti, senza ‘interpretazione personale del ragazzo, che veniva raccontata invece in un dialogo privato personale (intervista). Tutte le risposte venivano raggruppate in una serie di fattori-chiave: “Guai.” – Fogli di via, espulsioni dalla città ove si vuole abitare; ricercati dalla polizia, latitanti, renitenti alla leva, costretti a nascondersi e a vivere in stato di semi-clandestinità col rischio continuo di essere arrestati; schedati dalla polizia per droga e tenuti d’occhio dalle squadre narcotici; perquisizioni, retate per droga; ricoveri in ospedale psichiatrico (non per droga); reclusione in riformatorio e istituti di correzione per minorenni.

“Prigione.” – Arresti in base alla legge antidroga; processi; condanne; uno o più mesi di detenzione per droga o per reati minori.

Conflitti con la famiglia

“Dipendenza economica dalla famiglia.” – I casi in cui è vissuta in modo angoscioso: perché costringe il giovane a vivere coi genitori quando non li può sopportare nemmeno fisicamente; “va in paranoia” se sta con loro anche solo pochi minuti; e d’altra parte non ha assolutamente alternative, o non riesce a trovarle. Qualche volta dorme fuori casa ma è costretto a tornare in continuazione perché altrimenti andrebbe alla rottura con i suoi e invece non vuole rompere definitivamente perché non ha un’alternativa economica.

Problemi sessuali gravi

“Famiglie rotte.” – Genitori separati, situazioni permanenti di tensione tra genitori; ecc.

Cattivo rendimento scolastico e problemi con la scuola

“Senza casa.” – Sulla strada, senza un “buco” dove andare a dormire; solo nei parchi, case abbandonate, ecc. Nessuna possibilità di comfort e di rilassamento in una stanza o su un letto neanche di giorno.

“Senza soldi.” – Rottura totale con la famiglia (fuga da casa, ecc.) e situazione senza nessun lavoro e nessuna entrata; condizioni di fame, sopravvivenza chiedendo le cento lire o qualche amico che offre un panino; abbandono del posto di lavoro o licenziamento e impossibilità assoluta di trovarne uno nuovo, e situazione economica come sopra.

“Paranoia.” – Nessun ricovero in manicomio; ma una situazione personale “al limite”: idee di suicidio, crisi grave, sofferta, nel rapporto con la propria ragazza/ragazzo, con angoscia e paranoia; crisi esistenziale di fondo, “non me ne frega più di niente.”

Tutte le domande per gli eroinomani riguardavano il periodo di tempo precedente all’uso di eroina.

Sono stati naturalmente esclusi i due fattori esaminati a parte: cioè la disinformazione e l’uso di psicofarmaci.

Risultati: nel campione “marihuana,” il 9 % aveva la famiglia” spezzata,” l’8 % problemi sessuali “notevoli,” il 13% guai con la scuola, il 28% conflitti significativi con la famiglia. Nel campione “eroina,” famiglie “rotte” 11%, problemi sessuali 8 %, scolastici 16 %, conflitti coi genitori 30 %. Per questi fattori, sesso, famiglia, scuola, che vengono elencati comunemente fra le “cause” delle droghe pesanti, non c’era nessuna differenza fra marihuana e eroina; e nessuna differenza consistente con un campione di giovani appena limitatamente! “non conformisti”: problemi di sesso, scuola e famiglia sono cioè presenti fra i consumatori di droghe (leggere o pesanti) in misura simile a quella dei coetanei non consumatori.

Le differenze fra marihuana e eroina erano invece clamorose negli altri fattori; “senza casa”: 6 % marihuana, 28 % eroina; “guai”: 6 % marihuana, 35 % eroina: “dipendenza economica dalla famiglia iper-sofferta”: 3 % marihuana, 40 % eroina; “senza soldi”: 5 % marihuana, 36 % eroina; “paranoia”: 4 % marihuana, 42 % eroina; “prigione”: 4 % marihuana, 30 % eroina. Per la marihuana le percentuali sono di poco superiori a quelle che si riscontrano in un campione “normale” di giovani, cioè non consumatori; alla voce “guai,” la percentuale alta è ovviamente determinata dalla situazione legale particolare dei consumatori: 20.000 arresti dal ’67 ad oggi. Le voci “senza casa,” “senza soldi,” sono più cospicue del normale per la notevole incidenza quantitativa del fenomeno “freak” in Italia dopo il ’69: praticamente tutti i “freak” fumano e la maggioranza è senza casa e senza soldi. La voce “paranoia” è simile a quella dei giovani “normali.” Il fattore “dipendenza economica dalla famiglia” è leggermente inferiore a quello dei non consumatori: in numerose interviste, i consumatori attribuiscono questo fatto a certi effetti de-nevrotizzanti della marihuana.

Rispetto a un campione normale di fumatori di marihuana, va notato che si tratta di ragazzi tutti consumatori regolari abituali, con un’esperienza di tre anni:
ecco perché vi sono molti “freak”; se si fosse preso in esame un campione normale, comprendente anche fumatori saltuari, occasionali e giovani che fumano da pochi mesi, sarebbe stato più allargato il numero degli studenti.

Per l’eroina, la maggioranza rispondeva si a due dei cinque fattori (casa, soldi, dipendenza economica, guai, paranoia); il 16 % rispondeva si solo a “paranoia.” Le percentuali per questi cinque fattori sono enormemente superiori a quelle di un campione normale di giovani; e, come abbiamo visto, enormemente superiori a quelle dei “fumatori.” Nelle interviste personalizzate, i “tossicomani,” raccontando la propria storia, mettevano in evidenza una situazione critica che a un certo punto li aveva indotti a cominciare con l’eroina; come abbiamo accennato, si tratta di ragazzi che hanno cominciato a “bucarsi,” sapendo che l’eroina dà assuefazione. Alla voce “guai,” molti hanno raccontato di aver cominciato con l’eroina dopo essere stati in galera; o addirittura durante il periodo di detenzione; parecchi hanno cominciato perché dei loro amici o la loro ragazza/ragazzo, era in prigione o doveva scontare una pena lunga; frequentissimi i guai con istituti per minori; quasi tutti riferiscono di aver usato l’eroina anche per sfuggire a una situazione di angoscia continua per gli arresti e la repressione. Il modo di vita “sulla strada” (senza casa e senza soldi) crea, secondo gli intervistati, una situazione psicologica particolare: la mancanza di alternative rende disponibili a esperienze come l’eroina; soffrendo in continuazione la fame e il freddo e la scomodità, l’eroina offre sensazioni anche fisiche meno spiacevoli. I ragazzi della marihuana in condizioni simili raccontano una grossa differenza: cioè la loro scelta non è obbligata, vivono sulla strada per un certo periodo perché hanno deciso di fare questa vita; i ragazzi dell’eroina qualche volta hanno cominciato per una decisione, ma poi, anche quando avevano voglia di cambiare, si sono trovati senza alternative: cercavano un lavoro e non lo trovavano, cominciavano qualche attività artigianale ed erano costretti a smettere per mancanza di licenza, e così via.

Una piccola minoranza (6 %) non ha risposto si a nessuna domanda sui cinque fattori; e nelle interviste ha dichiarato di aver iniziato e continuato perché trovava l’eroina, nel complesso, una “buona droga” o una sostanza interessante. II 15 % aveva cominciato per motivi solo esistenziali (voce “paranoia”). Nelle interviste nessuno ha dichiarato di aver cominciato l’eroina a causa del precedente uso di marihuana e tutti hanno sottolineato una differenza sostanziale tra le due droghe: la prima, in molte situazioni, rende più sensibili, anche alle cose negative (interiori o esterne); la seconda, “stacca” completamente dalle situazioni esterne, e fornisce quasi automaticamente una certa calma anche se si è agitati o nervosi.

I risultati della ricerca sono molto chiari: chi sa che l’eroina dà assuefazione comincia ad usarla in seguito a una situazione molto precisa; cioè un malessere originato da fattori sociali molto grossi. Quando un paio di questi fattori si combinano, per esempio “guai” con “paranoia,” in molti individui “salta” la possibilità materiale o fisica o psicologica di resistere al disagio, e allora l’eroina è vista come una soluzione. Solo una minoranza comincia per motivi solo esistenziali. La maggioranza dice:”ho cominciato perché ero nella merda,” e quando si scava, si scopre che la “merda” è rappresentata da una serie di guai: al primo posto, la repressione spietata (familiare, sociale, economica) contro chi tenta di vivere in modo diverso e la repressione contro la marihuana.

La ricerca conferma ciò che è successo anche nel resto d’Europa: in un certo momento, negli ultimi dieci anni, in tutti i paesi, si è scatenato lo “scandalo droga”; con due conseguenze: uno, la diffusione di miti assurdi sulla “droga,” compreso la favola della marihuana come droga di passaggio; due, una repressione formidabile contro le droghe leggere e contro i “capelloni” o gli “hippies.” “Il risultato,” spiega il sociologo inglese Jock Young, “è che la stupida profezia della marihuana come droga di passaggio diventa vera: cioè migliaia di giovani vengono talmente tartassati con gli arresti e l’emarginazione economica, che diventano, per queste condizioni schifose di vita, disponibili all’eroina” (cfr. anche Young, J., Poliziotti e drogati, in “Comunità,” n. 168, dicembre 1962; e The drugtakers, Paladin, London 1971).

Scheda. – Francesco Nicoli, detto “Giasone” è morto a Roma, nei pressi di Campo de’ Fiori, in una casa abbandonata, per una dose eccessiva di anfetamina (Preludin, un dimagrante), il 20 settembre 1974. Una controinchiesta fra i suoi amici ha permesso di ricostruire “come” era arrivato all’anfetamina usata in modo massiccio. “Giasone” era un freak come tanti di quelli che vivono sulla strada, che si spostava di città in città, a seconda di dove trovava un ambiente adatto alle sue esigenze. Venezia, 1969: fermato e perquisito dalla Questura. Foglio di via, con diffida a tornare a Venezia, pena l’arresto. Roma, 1972: retata della polizia, interrogatorio, altro foglio di via. Ma Giasone ha trovato un lavoro a Roma e non si può spostare: quindi, due mesi dopo, viene arrestato a Roma per contravvenzione al foglio di via, due mesi a Regina Coeli. Scarcerato, colleziona altri due fogli di via a Milano e a Bologna. Torna a Roma, viene incastrato di nuovo, in carcere un mese e mezzo. Passano sei mesi, torna a Roma, ricercato. La polizia lo trova, in una soffitta, cadavere.

Eroina ’76

Firenze: una testimonianza esemplare (inverno ’75)

Qui a Firenze fino a un paio di anni fa, l’eroina era praticamente sconosciuta, salvo casi isolati. A livello di droga pesante, arrivava di quando in quando portata da qualcuno proveniente dall’India o Thailandia, la morfina; a volte circolava anche oppio, ma sempre in quantità modiche. “Fumo” (cioè droghe leggere, marihuana, hascisc) se ne trovava abbastanza di frequente.

Ai primi del 1974, cominciarono ad arrivare i primi quantitativi di eroina, e la morfina anche si diffondeva molto di più. Piazza Santo Spirito diventa decisamente, per l’ovvio motivo di essere frequentata da un gran numero di freak, il centro di ritrovo: i piccoli spacciatori, in numero limitato, ma in compenso molto attivi, capiscono che possono fare affari lucrosi; manca una reazione a livello di “opinione alternativa,” in piazza ai vecchi frequentatori si vanno sostituendo ragazzi sempre più sbandati, minorenni scappati di casa, mafiosetti, ecc. Trovato il loro terreno ideale, gli spacciatori si mettono all’opera: arrivano i ragazzini in cerca della “droga” e loro gli propinano l’eroina. Sono in molti a cascarci: nell’estate del 1974, l’eroina comincia decisamente a diffondersi, a prezzi di facile accessibilità.

Il processo di espansione è continuo, e ora come ora è difficile trovare qualcuno che non abbia “bucato” in molti degli ambienti simil-freak; ho notato anche che molti militanti della sinistra rivoluzionaria hanno cominciato coi “buchi.” Poi ci sono i vecchi “bucatori” di anfetamina e “speed” in genere [tutte le sostanze anfetamino-simili, N.d.R.], che per le difficoltà di procurarsi la materia prima (con decreto del ministero della Sanità, nel 1972, sono state vietate molte specialità medicinali a base di anfetamina) , passano all’eroina come sostitutivo, rimanendo spesso agganciati.

Al momento attuale, i bucatori fissi, spesso in cattive condizioni di salute, sono varie centinaia. Al reparto tossicologico degli Ospedali riuniti di Careggi e S. Maria Nuova, attualmente ne sono ricoverati circa duecento, e l’assistenza è inadeguata; clinicamente i casi di guarigione sono al momento due, quelli di tossicomania accertata, oltre mille.

L’espansione dell’eroina è in pieno “boom” insomma; sono pressoché spariti, a livello di spaccio sulla strada, erba e “hasc,” che continuano ad arrivare, in quantitativi molto più ridotti, portati da gente di ritorno dal Marocco o dall’Oriente o molto più raramente dagli Stati Uniti nel caso dell’erba. Rarissima l’erba sudamericana; ci sono anche quantitativi di erba coltivata in Italia. Esempio classico di questa: evoluzione una città come Livorno, dove, fino a un paio di anni fa, era molto facile trovare il fumo a livello di piccoli “spaccia,” e ora è completamente sparito.

La nostra impressione è che invece qui a Firenze non esiste un vero e proprio racket di grosse dimensioni: i tipi che spacciano sembrano in genere autosufficienti, si fanno una volta o due al mese il loro viaggetto ad Amsterdam e tornano con la roba che poi rivendono a prezzi piuttosto alti. Un grammo di eroina “bianca” [in teoria dovrebbe essere la più “pura,” N.d.R.] costa sulle 100-120.000 lire, il “brown sugar” (l’eroina tipica di Amsterdam, con una purezza relativamente alta, il 40 %) sulle 80-100.000 lire.

Per procurarsela, basta andare in Piazza Santo Spirito, chiedere a qualcuno che se la procura dallo “spaccia” e te la porta di li a poco. La busta sui 40-50 milligrammi costa mediamente sulle 10-15.000 lire, il che porta il costo del grammo (e quindi incrementa il guadagno) a oltre 200-300mila lire.

Spesso gli spacciatori sono a loro volta consumatori: in ogni caso il numero degli spacciatori di professione, pur non alto, continua a crescere: qui faccio dei nomi, sono certo che si tratta di spacciatori di professione; ho condotto una specie di indagine tra i bucatori e conosco personalmente parecchi “agganciati,” ed anche le persone di cui vi do per certa l’attività di spaccio. Il loro centro è Piazza Santo Spirito, ma da un po’ si sono spostati anche al bar “Le Colonnine.” Guardarsi assolutamente da Mario, detto “il biondo,” che pare certo sia anche un confidente della polizia: a Firenze, è il più noto spacciatore e sicuramente vende anche buste più che tagliate (di solito, talco). Da un paio d’anni fa il bello e il cattivo tempo in Santo Spirito e rifila anche notevoli porcherie. Altro personaggio notevole è Rocco, corriere della droga nel vero senso della parola, anche se non risulta che sia confidente. Personaggi super-sospetti di connivenza con la polizia sono anche Remo detto “Patrizia,” e il suo amico-amante Tonino, che detengono e spacciano la peggiore eroina tagliata in maniera assurda. Tipi che vanno e vengono dalla questura, per intenderci.

Un altro grosso giro ha per base Modena, e qui bisognerebbe chiedere informazioni a qualcuno del luogo: di certo molta dell’eroina passa per questa città prima di arrivare a Firenze. Mi hanno parlato di un giro di cinque-sei persone, sui trent’anni, che vanno e vengono dalla Thailandia, ma so soltanto che a Firenze circolava un certo Gianni che pare sia un loro galoppino. Guardarsi anche da lui, comunque. Un notevole stronzo è anche Ezio, ultimo arrivato nel novero degli spaccia, ed ora detenuto in Germania (l’hanno beccato con alcuni grammi di eroina al confine con l’Olanda). Questo tale è uno che bada al soldo e ti rifila roba incredibile.

La squadra narcotici di Firenze ha per capo il dottor La Sorte; spesso con lui il famigerato brigadiere Mercaldo, che fa coppia fissa con l’agente scelto Zaccaria: sono loro i responsabili degli arresti di un gran numero di gente, quasi sempre per fumo. I magistrati che si occupano di questi casi sono in genere Fleury, Vigna (in fama di duro); quasi mai Margara, che è conosciuto come il migliore e il più aperto (responsabile per Magistratura Democratica qui a Firenze, è un giudice che si è comportato molto correttamente verso freak e compagni arrestati per droga o invischiati in altre provocazioni poliziesche).

Gli arresti per fumo sono numerosissimi: bisogna fare qualcosa per avvertire i freak e i compagni che ingenuamente ancora numerosi cercano il fumo in Santo Spirito; infatti è rischiosissimo anche solo chiedere informazioni: come vi dicevo, mi risulta che in almeno un paio di occasioni questo Mario il biondo abbia fatto un paio di soffiate; inoltre un personaggio quanto meno dubbio è il cameriere della pizzeria-tavola calda di Piazza Santo Spirito, soprannominata “Napoli”; il cameriere, infatti, noto come “baffino,” è un ex carabiniere e ha orecchie attente un po’ più del normale a quel che si dice fra i tavoli. Spesso c’è qualche agente provocatore: a me personalmente è capitato di incontrarne un paio, eppure non mi occupo di eroina. Quindi, attenzione.

Sulla efficienza della squadra narcotici della polizia, solo questo: un solo arresto per eroina negli ultimi mesi del ’75, e varie decine di arresti per fumo nello stesso periodo.

Per quello che riguarda la possibilità di cura dei drogati veri e propri, un esempio, che a Firenze è divenuto assai famoso. Un certo Antonio, 21 anni, bravo ma con “il braccio d’oro,” è finito in carcere ben cinque volte negli ultimi due anni; al reparto, di Careggi la cura è naturalmente fallita, dal momento che c’è stato solamente 24 giorni; poi di nuovo dentro, fuori, dentro e infine adesso a Montelupo Fiorentino, nel manicomio giudiziario (uno dei peggiori d’Italia). Pur essendo un tossicomane abituale, gli è stata continuamente rifiutata qualsiasi assistenza, con la giustificazione che risulta senza precedenti penali in quanto ancora non è stato giudicato definitivamente dal tribunale. Quindi (sic!) sarebbe un individuo in condizioni normali, non importa che buca tre volte al giorno. In infermeria, al carcere, passano mezza o una pastiglia di Valium al giorno (forse per risparmiare). A Careggi (l’ospedale psichiatrico), passano il Metadone, ma mancando qualsiasi assistenza a livello psicologico e sociale, spesso si finisce con l’usare il Metadone (commercio incluso) allo stesso livello dell’eroina.

Esiste concretamente la possibilità di fare qualcosa contro la droga, quella vera? A Firenze, a cura del comune e della Croce Rossa sono apparsi manifesti del tipo ” Guardati dalla marihuana” oppure “Non abboccare, la droga non scherza” (nel manifesto c’è una trappola e dentro la trappola, a mo’ di formaggio, una sigaretta di marihuana) che parlano di tutto fuorché della droga vera e propria (buco e speed) [si tratta di manifesti stampati a a cura dell’assessorato democristiano alla Sanità del comune di Roma per una campagna terroristica divulgata a Roma nel ’71 dall’assessore Sacchetti, N.d.R.]. Un’opera valida di controinformazione qui è pressoché inesistente, centri medici di assistenza pure, e a livello individuale non siamo in molti a cercare almeno di sputtanare gli “spaccia” e mostrare il loro ruolo.

Situazione brutta insomma, e in via di peggioramento. L’eroina intanto si sta diffondendo anche tra i liceali e i giovani operai; si moltiplicano i piccoli spacciatori; bisognerebbe cercare anche di sapere qualcosa di più sul giro di Modena, misterioso ma efficientissimo a quanto pare.

Le conseguenze si vedono: avete letto sui giornali il caso della ragazza americana morta per overdose (dose eccessiva) di eroina: è il primo caso a Firenze, ma da quanto possiamo constatare minaccia di non essere l’ultimo: c’è gente che tira l’anima coi denti, e parecchia.

Eroina, aprile ’75

Il 23 aprile 1975, il comitato scientifico “Libertà e Droga,” dopo i primi quattro morti, dopo l’inverno dell’eroina, fornisce le prime cifre: in una conferenza-stampa con Marco Pannella, che minaccia, se non viene cambiata la legge entro il 30 giugno, di farsi arrestare fumando pubblicamente hascisc, si fanno i conti, si sommano i ricoveri dei vari centri antidroga, i sondaggi delle varie città; gli eroinomani hanno raggiunto in pochi mesi la cifra di 5.000; l’anfetamina è praticamente sparita dal mercato; continua il fenomeno pauroso di periodiche carestie di hascisc; tutto indica che il consumo di eroina aumenterà ancora nei prossimi mesi. Il motivo è tecnico: i 5.000 neo-eroinomani costituiscono una pattuglia di lavoratori a tempo pieno dell’industria dell’eroina. Sono costretti, ogni giorno, a trovare 15-20-25-30.000 lire per comperare le dosi di cui hanno bisogno per non avere crisi da astinenza. E, a parte i furti e la prostituzione, il modo più comune, più facile, in questo momento in Italia, è la vendita dell’eroina stessa. Quindi, saranno gli stessi eroinomani nei prossimi mesi ad allargare l’area dell’eroina. “Se non verrà fatto nulla, i consumatori saranno 10.000 entro pochi mesi.”

La previsione si rivela tragicamente fondata. A fine giugno, l’eroina è in prima pagina: conferenza-stampa del Comitato “Libertà e Droga” a Roma, con il magistrato Giuseppe Di Gennaro, 26 giugno. Eroina: 10 morti in pochi mesi titola la “Stampa”; Ora siamo a un morto al giorno, “Corriere della Sera”; Diecimila giovani fanno uso di eroina, “11 Giorno.” Sono i dati emersi nel corso della conferenza: in poco più di due mesi gli eroinomani sono raddoppiati.

Mentre si discute la nuova legge, piovono, durante l’estate altri dieci morti: dieci in tre mesi, un ritmo doppio del periodo cruciale gennaio-giugno. Lo denuncia Stampa Alternativa, il 24 settembre, insieme ai risultati di un viaggio-inchiesta nelle città e nelle province di diverse regioni, per tastare il polso all’eroina, e ai risultati di un questionario nazionale; durante l’estate, l’eroina è arrivata nei paesi con meno di ventimila abitanti; in province sperdute, si è passati da quota zero o da un paio di bucomani, a venti, trenta, quaranta consumatori regolari. È un bilancio impressionante, che fa salire a 20.000 la stima dei consumatori a livello nazionale: cifra che verrà confermata pochi giorni dopo dalla Drug Enforcement Administration (DEA), il massimo organismo anti-narcotici statunitense, che ha aperto una sede a Milano.

“Tutti i bucomani sono gente che si è fatta fregare, nessuno ha scelto di bucarsi per tutta la vita, nessuno sapeva le conseguenze e lo sfruttamento che ci sono dietro l’eroina,” scrive Giampiero, uno dei compagni che hanno occupato Villa Gioiosa, a Cormano, centro dell’Hinterland milanese (“Lotta Continua,” 5 marzo 1976, p. 4).
Su un campione di 200 eroinomani “recenti,” consumatori regolari di eroina da almeno otto mesi, che hanno cominciato in data successiva al novembre ’74, il 78 % non sapeva che l’eroina dà assuefazione: è il risultato, drammatico, di un’inchiesta commissionata nel nostro paese dalla Do It Now Foundation, la più importante organizzazione americana di diffusione di informazioni scientifiche sulle droghe ai giovani; del rimanente 22 %, il 9 % era convinto di essere sufficientemente forte per liberarsi dall’assuefazione con la forza di volontà o in qualche modo.

Un tragico equivoco: il cliente-tipo dell’eroina nel ’75, nel ’76, non è più il freak, l’emarginato, volontario o non, che vive sulla strada; né un piccolo borghese nevrotico incasinato con la famiglia. È un ragazzotto qualunque, piccolo borghese o proletario, che non ha mai visto altre droghe, a cui nessuno ha mai spiegato che l’eroina dà dipendenza fisica e che cos’è la dipendenza fisica. È una vittima della disinformazione.

Nel ’75, c’è un grosso passo avanti nell’informazione a livello giovanile: il 57% degli studenti delle medie superiori giudica poco grave il consumo di hascisc e marihuana (Inchiesta Slamark, citata), contro il 7% degli adulti. Tuttavia, il 43% lo giudica grave o molto grave: e non per motivi morali, ma per motivi medici; infatti, il 57% ritiene che chi fuma queste sostanze dovrebbe essere disintossicato in ospedale, cioè ritiene che hascisc e marihuana diano una qualche forma di assuefazione clinica. Gli sforzi di alcuni operatori dell’informazione, di alcuni scienziati democratici, dei gruppi di controinformazone, certe brecce aperte nel cuore delle organizzazioni di sinistra, una crescita generale del movimento su questo problema, hanno provocato effetti vistosi negli ultimi tre anni: siamo lontani dall’allucinante 73,4% dei giovani al di sotto dei vent’anni convinti che gli effetti delle droghe siano solo negativi, riscontrato nella ricerca citata di Quadrio e colleghi. Ma la disinformazione coinvolge evidentemente anche oggi, malgrado i progressi, più del 50% della popolazione giovanile: è su questo terreno, in primo luogo, che si innesta il pericolo dell’eroina. Più disinformazione uguale più eroina.

Eroina fra gli operai della Fiat

Domenico, operaio, capelli lunghi, vent’anni. Da due lavora alla Fiat, a Mirafiori. “Quando esco dal lavoro, vado alla stazione, faccio un paio di marchette fra i travestiti. Due, tre, quattro. Poi vado a comprare la roba: 15.000 lire, 20.000, secondo com’è andata.” “Smettere, non saprei da che parte cominciare.” “La prima volta che ti sei bucato, sapevi che poi con l’eroina ci si resta?” “No, non si sapeva niente di queste cose, nessuno mi ha detto niente, io ho continuato per un po’ perché non costava molto, solo poi mi sono accorto che ci stavo male se non ce l’avevo; ma così tanti sai, anche che continuano a lavorare alla Fiat, qualcuno ha smesso.” “No, non avevo mai preso altre robe. L’ero al principio me la sono sentita buona, adesso la prendo per non stare male. No, non è che ci ho cominciato perché avevo dei casini. Si, dei casini come tutti, insomma si fa tutti una vita di merda. Non è che ero disperato; è capitata l’occasione, non avevo paura.”

Una tossicomania involontaria di massa

Quasi tutti i primi 5.000 eroinomani (quindi, fino alla primavera ’75) avevano delle caratteristiche abbastanza precise: ex-anfetaminici, freak balordi, rovinati, all’ultimo stadio, massacrati da una vita da cani e dalla polizia, sottoproletari “sconvolti”; insomma, un universo di gente che fa la felicità del letterato americano alla William Burroughs o alla Jack Kerouac, tra il beat, il picaresco e il guardone.

Ma i “nuovi,” i 15.000 reclutati dall’eroina nei mesi del “boom” nel ’75, sono come Domenico della Fiat: dei giovani qualunque, che all’eroina ci sono arrivati per caso e per sbaglio. I motivi personali, psicologici, o sociali, di modo di vita, passano in secondo piano; diventano patrimonio di una minoranza: tirare in ballo la famiglia, la scuola, o anche la mancanza di spazi sociali per i giovani, la disoccupazione, la mancanza di alternative, diventa mistificatorio, una serie di cattive allucinazioni sociologiche più o meno di sinistra. La realtà è un’altra: nel ’76, chiunque, qualunque ragazzo, fra le centinaia di migliaia di giovani (lavoratori o disoccupati) come Domenico, fra i 14 e i 25 anni, può diventare eroinomane: basta che non sappia che cos’è l’assuefazione e non sappia che l’eroina dà assuefazione. E il fatto drammatico è che una volta assuefatto, ha 1’80% di probabilità di restare tale: perché in Italia, nella maggioranza delle situazioni, per colpa dei medici e degli ospedali, non ha a disposizione gli strumenti minimi (le fleboclisi, i medicinali) per una semplice disintossicazione fisiologica.

Molti operatori sociali – di destra e di mezza-sinistra – continuano a mettere l’accento sugli aspetti psicologici, culturali, sociologici delle tossicomanie da eroina: fanno il loro gioco, che consiste nel presentarsi all’opinione pubblica e ai finanziatori pubblici o privati, come salvatori della patria. “La tossicomania è difficilissima da guarire, le ricadute sono quasi certe.” Ci vogliono nuove strutture, magari copiate dagli americani. “Per fare una comunità terapeutica di cinque eroinomani, occorrono 20 milioni all’anno,” ha dichiarato don Gino Rigoldi, cappellano dell’Istituto di rieducazione per minorenni “Cesare Beccaria” di Milano: un bilancio che ha sconvolto dei giovani compagni presenti, “nella nostra comune, paghiamo un affitto abbastanza alto, ma tra mangiare e tutte le altre spese di casa, non spendiamo in tutto più di 6 milioni all’anno: e siamo in otto!” Per don Mario Picchi, coordinatore dei Centri italiani di Solidarietà, e fondatore del CEIS di Roma, protetto dal cardinale vicario Paletti, un progetto serio per qualche decina di tossicomani ha bisogno di centinaia di milioni. Si fa pensare alla gente che per “guarire” un tossicomane, siano necessarie strane e lunghissime procedure i cui segreti sono in mano soltanto dei “guaritori.”

L’ideale di questi terapeuti è il tossicomane inguaribile, cioè che non vuole guarire perché in fondo l’eroina gli piace o comunque la preferisce ad altri modi di vita o che se non avesse l’eroina si suiciderebbe: con questo “soggetto,” il guaritore ha buon gioco nel presentare l’assistenza difficilissima, nel chiedere quindi finanziamenti spropositati e nel giustificare qualunque fallimento. “Scienziati laici” e sacerdoti illuminati mirano a capeggiare carrozzoni inutili sovvenzionati alla democristiana.

Necessità di fare chiarezza. – Di fronte alla presenza di numerosissimi “sciacalli dell’eroina,” che propagandano la tesi secondo cui i problemi dell’eroina sono complicatissimi, misteriosissimi, insolubili, va fatta chiarezza. E cioè, accettando il fatto che esistono, in Italia come in tutti gli altri paesi del mondo, alcune migliaia di persone per cui, nel dato sociale attuale, la tossicomania è una necessità: e accettando l’unico modo di affrontare il problema, cioè fornendo loro le dosi di eroina che sono loro necessarie, come in Inghilterra, stroncando la loro “pericolosità” sociale che consiste nel fatto che il mercato nero li strumentalizza facendoli diventare spacciatori a tempo pieno.

Ma il secondo punto, molto più importante, deve essere denunciato con la massima decisione: la grande maggioranza delle tossicomanie è involontaria; e soprattutto è involontario il restare eroinomani; e questo non per misteriosi motivi psicologici, ma perché medici e ospedali non funzionano.

Negli USA il National Institute on Drug Abuse, diretto dal professor Robert Du Pont, ha esaminato un campione di 20.000 soggetti che avevano provato l’eroina: uno su 20 aveva continuato: gli altri 19 avevano smesso. Dopo decenni di discussioni, questa è certo la prova migliore che la tossicomania di eroina non ha niente di fatale.

In Italia, invece, la tossicomania, oltre che involontaria, è anche fatale: perché è praticamente impossibile trovare un medico che pratichi una disintossicazione fisiologica in modo corretto; negli USA, invece, è sorto un numero enorme di piccole strutture alternative autogestite di quartiere (anche nei ghetti neri) che pratica una disintossicazione corretta. In Italia, anche quando alcuni ingredienti della disintossicazione sono giusti, vengono usati psicofarmaci come i tranquillanti: e la depressione, la mancanza di lucidità, l’alienazione provocata dal tranquillante (tipo Valium), è terribile per l’eroinomane che si sta disintossicando. Infinitamente meglio, le dosi decrescenti di pastiglie a base di oppiacei, in modo molto graduale e senza sofferenze fisiche assurde.

Nella disintossicazione, c’è tuttavia un grosso elemento psicologico, per il quale però non servono certo le comuni-lager degli aspiranti padri Eligio, o gli psicofarmaci degli psichiatri, o altri psico-guaritori. Quando una persona normale prende l’eroina alcune volte, e ne ricava delle sensazioni intense o del piacere intenso, si trova in una situazione singolare: qualunque piacere sufficientemente intenso procura a uno sfruttato, a uno che fa una vita di merda (cioè, nella società italiana, a milioni di persone) un handicap. I condizionamenti, fisiologici e psicologici subiti fin dalla nascita, riuscivano a fargli vivere realtà atroci, come la fabbrica, la famiglia, il lavoro, l’autobus, in modo spiacevole, ma sopportabile. Queste corazze, fisiologiche e cerebrali, rischiano di saltare dopo aver passato un po’ di tempo (per qualcuno anche un periodo brevissimo) in un’altra dimensione: anche quelle di una droga, in un certo senso stupida, ma potente come l’eroina. Saltate le corazze, una realtà schifosa fa ancora più schifo: il mondo, dalla fabbrica all’autobus, può essere vissuto in modo lancinante, con un’intensità lancinante, per quello che è e che tutti sappiamo, ma che però ci siamo abituati a sopportare. I “buoni motivi” per smettere l’eroina diventano solo quelli politici: se a uno non gliene frega nulla, allora anche gli aspetti più squallidi (dalle marchette ai ricatti) della vita di “un eroinomane-in-regime-di-mercato-nero-con-ogni-dose-che-costa – 5.000 -lire,” diventano meno squallidi.

Un tranquillo studente medio-borghese, aderente al Movimento Lavoratori per il Socialismo, è evidentemente critico verso la società borghese; tuttavia, proprio verso questa società, è piuttosto vaccinato: cioè questa società non lo fa soffrire o lo fa soffrire in modo generico, non intenso e non lancinante: non a caso va a vedere Lo Squalo, o la Rinascente, o riesce a reggere senza crisi schizofreniche i pranzi di nozze con la figlia della cugina della madre. Cinque minuti di una parte di tutto questo bastano invece a far andare in paranoia tanti eroinomani soprattutto compagni: ed è giusto, è umano. In chi all’eroina ci è arrivato non per una scelta esistenziale, ma involontariamente, deve essere fatta chiarezza su questo schifo: deve essere chiaro che l’alienato è chi va a vedere Lo Squalo, e non chi sta male nel solo vederne i manifesti.

Se, in misura maggiore o minore, l’eroina ha provocato in molti questa ferita umana, è un problema che va affrontato molto umilmente: e non da chi questa sofferenza la sente in modo generico, tipo “Espresso” o “Panorama,” o tipo grandissimi striscioni rossi col nome dell’organizzazione; ma da chi ha vissuto, con altre droghe o con altre esperienze la stessa lancinante ferita. Autodifesa psicologica, coscienza lucida dello sfacelo, dello squallore, della morte che ha prevalso per secoli sulla vita: è solo un filo, da cui vale la pena di partire per fare la rivoluzione, per trasformare la realtà in piacere e il desiderio in realtà.

“Solo se la speranza di comunismo è pratica, il desiderio non si trasforma in autodistruzione. Parlare con un eroinizzato, è come parlare con un terrorista: lo convinci solo se interpreti l’intensità del suo odio e dai alla ricchezza del suo desiderio una speranza di espansione collettiva” ha scritto Tony Negri (“Re Nudo,” n. 37, dicembre 1975, p. 9). Vero. Ma l’espansione collettiva non può essere solo speranza: deve essere una realtà e chi è depresso perché la realtà fa più schifo dopo aver provato l’eroina, deve capire che lui, in prima persona, senza tessere e senza chiedere permesso, può essere il protagonista dell’espansione.

Se non lo capisce, o se lo capisce in modo non abbastanza lucido da metterlo in pratica, oppure se questa espansione non è “tecnicamente possibile,” allora non ci sono alternative all’eroina. Da queste premesse, sembrerebbe che centinaia di migliaia di persone siano condannate all’eroina nelle società capitalistiche. E invece no: se l’eroina rimane proibita, deve restare per forza minoritaria; se l’eroina costa al mercato nero 5.000 lire a dose, l’eroinomane può lavorare solo nell’industria dell’eroina e consumare solo eroina; e a vivere così deve essere una minoranza, perché se no nessuno produrrebbe e consumerebbe le merci delle altre industrie. L’eroina può essere consumata da centinaia di milioni di persone nelle società capitalistiche solo se è legale e ha un prezzo relativamente basso; è un discorso che può andar bene al capitalismo se riesce a creare un uso di eroina di massa che non va contro la produzione. A perderci, sarebbero solo le industrie che producono altre droghe, dall’alcool al Librium: ma potrebbero sempre sostituirle con sciroppi, elixir, pasticche, e (perché no?) sigarette all’eroina.

L’eroina in carcere. Testimonianza

San Vittore – raggio femminile. – 16 dicembre 1974 a mezzanotte: perquisizione personale integrale, poi in cella. Sotto Natale c’è superaffollamento, e vengo messa al terzo piano, quello delle puttane e delle zingare, ma c’è di tutto, adesso, grazie al pienone: scopro l’indomani che una tipa delle mie due compagne è accusata di “traffico” di auto rubate, l’altra è americana, stava con un egiziano quando la pula ha arrestato tutti gli stranieri dell’albergo dove alloggiavano, dopo avervi trovato roba. Dentro da un mese, senza neanche la soddisfazione di capire veramente perché. È contenta di scoprire che parlo inglese, l’altra invece si preoccupa: “Anche tu una drogata? Guarda che se stai male cambia cella, perché io voglio dormire tranquilla.” Chiamano “drogate” chiunque sia dentro per roba, senza sapere che chi fuma non sta male quando smette. Le celle sono a tre letti, ma in tre ci si sta strette; su tre piani ce ne sono una cinquantina, circa quindici per piano, ma non tutte sono abitate. Un cesso per piano. Di solito le “ospiti” oscillano fra le 50 e le 70, ma adesso ce ne sono 106. Le drogate formano un gruppo nettamente distinto, perché le altre le evitano e perché preferiscono così; stanno al secondo piano, con ladre, truffatrici, e altre di passaggio. Al primo piano c’è la “biblioteca,” le celle d’attesa e di perquisizione, le celle di punizione, e le “singole” delle assassine. Ecco perché il secondo e terzo piano sono pigiati.

Le guardiane, o vigilatrici, hanno le chiavi e le adoperano; alcune fanno rapporto se ti ribelli anche solo a parole o gesti, o se t’incazzi quando è il momento di essere chiuse.

Ma chi detiene il potere nel raggio femminile di San Vittore sono le suore. C’è quella che recita il “padre nostro” mattina e sera, ad alta voce girando per i corridoi, quella che ti fa fare la spesa (e quando può ci ruba sopra), quella che vende lana e uncinetti, mutande e calzini, la suora che prepara i canti della messa, quella del laboratorio, dell'”officina,” le suore dell’infermeria e quelle della matricola, che si occupano anche della contabilità. Insomma, le suore si occupano di tutto, e c’è la Madre Superiora che si sbatte per non farsi sfuggire nulla.

Dall’anno scorso però è entrata in scena una nuova ed inquietante figura: una vicedirettrice che si è offerta di occuparsi in pianta stabile della sezione femminile. Una giovane e bella donna sui trent’anni, neosposina con pupo di neanche un anno, laureata a Palermo in legge, dopo un paio d’anni come avvocato (tutta la sua famiglia è del ramo) ha vinto un concorso, e siccome il marito è di Milano e lei ormai vive qui, coglie l’occasione per accettare questo lavoro che nessuno vuole (tra l’altro è mal pagato).

Dovrebbe starci sei mesi, ma se le cose vanno come vuole lei potrà starci qualche anno. Legge Basaglia (L’istituzione negata), conosce l’I-Ching, lo Yoga e la Macrobiotica, e cerca umanamente di agevolare le richieste delle donne, migliorando le condizioni del “nido” (la sezione delle detenute-madri con bimbi fino a tre anni che non vogliono affidare i figli ad istituti e li tengono in carcere con sé); infine tenta di comunicare, cosa più difficile di tutte, superando la diffidenza delle detenute. Ci riesce soprattutto con le “drogate,” perché, come afferma lei stessa, sono le più capaci e disposte a recepire il dialogo. Ma in poco tempo si rende conto che a nutrire ideali utopistici ci si rimette di persona, e più volte si scoraggia e attraversa delle crisi. Le supera perché tutto sommato è convinta di ciò che fa, ma ormai è molto più moderata e “diplomatica.”

I problemi delle “drogate” sono comunque assai grossi: sempre, appena entrate, si è sottoposte a visita medica, ma questo non significa che si sia curate in caso si soffra di qualcosa. Conviene essere sani come pesci, a San Vittore, e di forte costituzione. Altrimenti sono cazzi tuoi. Una con la “scimmia” può contare più sul padre nostro delle suore che sulla cura del dottore, somministrata dalla suora-infermiera. Questa è una che, per esempio, con una che aveva i polsi lacerati da un tentato suicidio, quando il medico aveva ordinato una “farfalla” (speciale graffetta per cucire la pelle) le aveva messo una benda col fiocco a forma di farfalla. Le sue intramuscolo rendono il culo violaceo, a colabrodo, e qualche volta zoppichi per una giornata: lede qualche muscolo, evidentemente.

Quando arriva una nuova “drogata,” è una tragedia per tutti: non c’è assolutamente nessuno che sappia cosa fare per ridurre i dolori dell’astinenza, così le nuove si fanno tutte un bel “cold turkey,” che varia di durata ed intensità a seconda del fisico e del grado di intossicazione. La ragazza che ho visto più conciata aveva 17 anni, per due giorni e due notti è rimasta immobile nel letto al buio da sola senza mai aprire bocca, né per parlare né per mangiare o bere: riusciva solo a vomitare sangue e bile. Quindi hanno deciso di portarla su in infermeria per farle delle fleboclisi, ce l’hanno portata a braccia dopo 24 ore già riusciva a stare in piedi, e col caratterino che aveva, aveva già mandato a cagare suore e superiora, ed era scesa ancora al secondo piano, per stare in compagnia. Per dodici giorni ha vomitato sangue e bile, bevendo solo tè, e ha perso 10 Kg. Le facevano, come alle altre, punture di Fargan, Talwin, o Tallofen, gocce di Valium da bere alla sera e vitamine epatiche. Tutti questi medicinali, somministrati a casaccio (“Dottore, sto male,” “Ah si, cosa vuoi che ti faccia dare?”) spesso provocano effetti secondari, apatia, gonfiori, e qualche volta strane tensioni muscolari, che in certi casi sono dolorose e spaventano. Durante una crisi di questo tipo, questa ragazza aveva tutto il collo tirato e non riusciva più a reggersi in piedi: sentiva male dappertutto e aveva paura che le venisse una paralisi, il cuore batteva all’impazzata. Quando è arrivata la superiora, dopo mezz’ora che la si chiamava, la poverina era sul letto tutta tirata e storta, respirando a fatica, rossa e sudata, piangeva e siccome diceva di avere caldo l’avevano spogliata. La superiora ha cercato di distenderla senza riuscirci (prima aveva lavorato come assistente in ospedali, tipo i mutilatini, i vecchi, etc.) e allora ha chiesto: “Ma cos’hai, vedi il diavolo?” Poi se n’è andata sdegnata perché era nuda, e le ha ordinato la solita puntura di tranquillante.

A richiesta, si può parlare con lo psichiatra. Ma non serve a niente, forse può aiutare a farsi ricoverare a Mombello, da cui si può magari scappare, li non ci sono guardie con mitra sui muraglioni. C’è pure una psicologa apposta per drogate, ma la sua eventuale azione comincia solo fuori, quando nessuno la vuole più. In breve, non esiste alcun sistema di recupero valido, né fisico né mentale, e le “drogate” pensano solo al buco che si faranno appena fuori, di solito. Chi smette, forse il 2%, lo fa perché già convinto, non certo grazie al carcere. Anzi, in certi casi alcune si incazzano talmente che magari una volta fuori si “fanno” come non mai prima. Quando infine si cominciano a collezionare denunce, di li a poco arriva l’etichetta di “pericolosità sociale,” che impedisce la concessione della libertà provvisoria, e infine la “tossicomania abituale” può portare al manicomio criminale, tanto per sbarazzarsi di un caso delicato.

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