Alle 10:25 del 2 agosto 1980 una bomba fece esplodere la stazione di Bologna. I morti furono 85 (o forse 86): circa la metà non aveva trent’anni. Questo è il racconto di che cosa successe, e di che cosa la giustizia è riuscita a capire su quel giorno.

È anche una storia di ragazzi del secolo scorso, la strage di Bologna avvenuta quarant’anni fa, quando alle 10,25 del 2 agosto 1980 una bomba fece esplodere la stazione centrale.

Giovani o giovanissime molte delle vittime, così come gli assassini condannati. Tra i morti, Angela Fresu stava per compiere 3 anni, sua madre Maria — contadina della provincia di Sassari — ne aveva festeggiati 24 a febbraio. Sonia Burri aveva 7 anni, sua sorella Patrizia 18; venivano da Bari. Roberto Gaiola, vicentino, era uno studente di 14 anni come il tedesco Eckhard Mader (il fratello Kai ne aveva 8). Antonella Ceci, diciannovenne di Rimini, era fidanzata con Leoluca Marino, operaio, 24 anni, siciliano come le sorelle Domenica e Angelina, 26 e 23 anni.

Bambini, ragazzi o poco più.

Chi mise quella bomba, a Bologna

Delle 85 persone dilaniate dalla bomba (ma forse furono 86, come vedremo), circa la metà non aveva trent’anni. Giovani vite che transitavano per caso da quei binari, spezzate da altrettanto giovani attentatori che avevano imbracciato le armi per scelta politica e ribelle, stando alla sentenza che ha individuato tre colpevoli: Valerio Fioravanti, 22 anni all’epoca; Francesca Mambro, 21; Luigi Ciavardini, nemmeno 18: è stato processato a parte, dal tribunale dei minorenni. Terroristi-ragazzini che sotto la sigla neofascista dei Nuclei armati rivoluzionari hanno commesso e rivendicato omicidi di poliziotti, carabinieri, magistrati, avversari politici e «camerati» accusati di tradimento, ma per la strage si proclamano innocenti. Nonostante le condanne ormai definitive.

Un quarto esecutore materiale è ancora presunto, si chiama Gilberto Cavallini, altro estremista nero dell’epoca: il 2 agosto ’80 non aveva ancora compiuto 28 anni, ma per lui la giustizia è andata molto a rilento e la condanna di primo grado è arrivata solo a gennaio del 2020.

Un quinto ipotetico attentatore, già inquisito e prosciolto ma ora nuovamente imputato, di anni ne aveva 27: Paolo Bellini, neofascista pure lui ma di un’altra banda, Avanguardia nazionale; gli inquirenti ne hanno appena chiesto il rinvio a giudizio, e chissà quando arriverà – se ci sarà un processo – la prima sentenza. (Nel podcast Corriere Daily trovate una intercettazione, inedita, nella quale si sentono la moglie e il figlio di Bellini parlare, a riguardo di un video della strage nella quale la moglie sembra riconoscere il marito).

I condannati, già liberi. E i mandanti, già morti

Dall’esplosione è passato talmente tanto tempo che i primi condannati (Mambro e Fioravanti) hanno interamente scontato la pena e sono tornati liberi cittadini.
In Italia si può, anche con più di un ergastolo sulle spalle.

Si tratta di nomi che hanno riempito le cronache nere, politiche e giudiziarie del XX secolo, ma di un’altra generazione rispetto agli esecutori. Potevano essere i loro padri, addirittura nonni. Licio Gelli, classe 1919, scomparso nel 2015; Umberto Ortolani, (1913-2002); Federico Umberto D’Amato (1991-1996); Mario Tedeschi (1924-1993).

Erano tutti iscritti alla Loggia massonica P2, un’associazione segreta ispirata all’oltranzismo filo-atlantico e anticomunista che nel dopoguerra italiano e in piena «guerra fredda» tra Est e Ovest s’è servita anche di trame occulte e metodi poco ortodossi per impedire che il Partito comunista italiano si avvicinasse alle stanze del potere.

Gelli della P2 era il capo, e avrebbe foraggiato gli stragisti con movimenti bancari dall’estero verso l’Italia; l’imprenditore Ortolani, uno dei maggiori finanziatori della Loggia segreta, lo avrebbe aiutato nell’impresa; Federico Umberto D’Amato era un funzionario di polizia giunto alla guida dell’Ufficio Affari riservato del ministero dell’Interno (una sorta di servizio segreto parallelo dell’epoca), fatto fuori nel ’74 ma sempre in attività al fianco di Gelli, secondo l’accusa; Mario Tedeschi, parlamentare del Movimento sociale italiano (il partito nato nell’Italia repubblicana dalle ceneri del fascismo) lo avrebbe aiutato attraverso gli articoli sulla rivista «Il Borghese», di cui era direttore.

Si tratta di ipotesi difficili da dimostrare oggi, giacché un processo ai morti non si può fare. Vedremo che cosa uscirà da quello, eventuale, a carico di Bellini di un paio di altri imputati accusati di depistaggio: un ex carabiniere e un ex agente segreto, oggi novantunenne. Ma gli ipotetici mandanti sono stati individuati fuori tempo massimo.

In vita, Gelli ha fatto in tempo a essere condannato per un altro depistaggio, sempre legato alla strage di Bologna, insieme agli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci (pure lui affiliato alla P2) e Giuseppe Belmonte, e al «faccendiere» Francesco Pazienza.

Anche un altro «ragazzo nero» dell’epoca, Massimo Carminati, che dall’estrema destra ha traslocato armi e bagagli nella criminalità comune, fino ad essere accusato di essere il capo di «Mafia Capitale» (che alla fine non s’è rivelata mafia, bensì un’associazione per delinquere dedita alla corruzione e altri reati), fu processato ma assolto per aver contribuito a quel depistaggio.

Se l’ultima ricostruzione degli inquirenti venisse confermata, saremmo di fronte a una banda di ragazzi e ragazzini protagonisti della contrapposizione politica violenta dell’epoca (rossi contri neri, a suon assalti, ferimenti e omicidi) utilizzati come pedine; marionette mosse da burattinai che ricorrevano alle bombe per impaurire il Paese e tenerlo sotto pressione.

Com’era avvenuto in passato, quando la «strategia della tensione» si dispiegò dalla strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969) a quella dell’Italicus (4 agosto 1974), passando per altre esplosioni assassine come a Peteano (31 maggio 1972), Milano (17 maggio 1973) e Brescia (28 maggio 1974).

Il ritorno della «strategia della tensione»

Una ripresa della lotta politica attraverso le bombe dopo sei anni d’interruzione, densi di attentati di altra natura: il terrorismo, soprattutto di sinistra, praticato dalle Brigate rosse e gruppi affini che fra il 1974 e il 1980 (e oltre, sebbene a ritmi più blandi) ha mietuto oltre cento vittime «selezionate» tra nemici politici o simboli da abbattere; la più illustre delle quali – Aldo Moro, sequestrato il 16 marzo 1978 dopo lo sterminio dei cinque agenti di scorta, e ucciso 55 giorni più tardi, il 9 maggio – stava lavorando a uno scenario che per la prima volta vedeva la Democrazia cristiana e il partito comunista sostenere lo stesso governo, e la sua morte determinò una irreversibile deviazione del corso della politica italiana.

(Qui le interviste di Walter Veltroni ai protagonisti di quella fase, drammatica, della storia italiana: Rino Formica – «Lo Stato non ha voluto trovare la prigione di Moro» — Aldo Tortorella — «I sovietici tramarono per fermare Berlinguer al governo» — Virginio Rognoni — «Quando Andreotti lesse, o rilesse, il memoriale di Moro» — Beppe Pisanu — «Come poterono le Br passare inosservate?»)

Colpi potenzialmente mortali per la giovane democrazia italiana (nell’80 la Repubblica aveva appena compiuto 34 anni), che nonostante tutto ha resistito ed è riuscita a superare la stagione del terrorismo; malconcia e con ferite indelebili, ma tutto sommato sana. È come se avesse digerito in fretta i traumi subiti, a dispetto degli enigmi irrisolti e degli intrecci (reali, plausibili o solo immaginari) che hanno caratterizzato gli anni cosiddetti «di piombo».

Archiviato, nonostante le risposte mancanti

Per restare alla strage di Bologna, restano da chiarire i legami dei colpevoli accertati col resto dell’eversione nera e con i presunti mandanti, apparentemente molto distanti dal mondo dei Nar. E ancora, volendo dare credito a possibili piste alternative, i collegamenti (esplorati, ma mai accertati né esclusi del tutto) con la strage di Ustica, il Dc9 precipitato con 81 persone a bordo il 27 giugno 1980 (qui le foto delle vittime); o con il terrorismo medio-orientale, di cui sono state trovate tracce seguite solo in parte e infine archiviate dagli inquirenti bolognesi, convinti che ogni altra ipotesi che allontani dalle responsabilità dei giovanissimi neofascisti non sia altro che un nuovo depistaggio.

Comprese le strane teorie avanzate dallo stesso Gelli e dall’ex presidente della Repubblica (all’epoca della bomba capo del governo) Francesco Cossiga, su un attentato avvenuto per sbaglio: qualcuno trasportava una valigia di esplosivo (secondo Cossiga alcuni «amici della resistenza palestinese» di passaggio in Italia) e un mozzicone di sigaretta o qualche altro inconveniente provocò il disastro.

Gli anelli spezzati della catena

Spiegazione banale quanto «minimale» per l’atto di terrorismo più grave verificatosi nel dopoguerra nell’intera Europa occidentale. E se pure Fioravanti e Mambro fossero innocenti (così si chiamava il comitato sorto in loro difesa al tempo dei processi, al quale aderirono diversi esponenti della sinistra tra cui l’ex terrorista rosso di Prima linea Sergio D’Elia, militante radicale e oggi segretario di «Nessuno tocchi Caino», l’associazione contro la pena di morte per cui lavorano i due ex terroristi neri, che ieri ha ricordato: «Marco Pannella diceva che avrebbe affidato loro l’educazione dei suoi figli»), ciò non significherebbe che l’eccidio non sia ascrivibile ai neofascisti. Anzi. Ma nell’andamento altalenante dei verdetti (condanne in primo grado, assoluzioni in appello, annullamento della Cassazione, nuove condanne nell’appello-bis e conferma in Cassazione) si sono persi per strada nomi noti dell’eversione nera della generazione precedente, già coinvolti nelle indagini sulle stragi precedenti. Come se fossero anelli di un’unica catena irrimediabilmente spezzati.

Basti dire che alla fine pure il neofascista veneto (e più in età, all’epoca aveva 38 anni) Massimiliano Fachini uscì assolto dall’accusa di aver procurato l’esplosivo, così come Sergio Picciafuoco, l’unico certamente presente sul luogo del delitto perché rimasto ferito. Verdetti di non colpevolezza che certamente hanno un peso, ma se ci si dovesse basare sulle sole condanne i responsabili del lungo rosario di bombe che hanno insanguinato l’Italia si conterebbero sulle dita di una mano, al massimo due.
Un po’ poco.
Ci dev’essere dell’altro.
Anche per Bologna.

Tuttavia pure la tesi di una nuova «strategia della tensione» non convince del tutto. Nel 1980 il quadro politico era ben diverso da quello dei primi anni Settanta: l’avanzata delle sinistre si era arenata, e dopo il delitto Moro il partito comunista era definitivamente uscito dall’area di governo; ogni timore di cedimento sul fronte orientale dell’Europa divisa in due poteva considerarsi superato, nonostante mancasse un altro decennio al crollo del muro di Berlino. In ogni caso, il terrorismo di sinistra bastava e avanzava per tenere alta la guardia filo-occidentale.

Il mistero della vittima numero 86

Oggi, a quarant’anni di distanza, si prova a colmare il vuoto dei mandanti, e resta incerto il movente. Il nuovo imputato Paolo Bellini – personaggio misterioso, che dopo l’adesione giovanile al neofascismo e l’uccisione di un giovane militante di Lotta continua è divenuto un killer per motivi personali e di ‘ndrangheta, informatore dei carabinieri e in contatto con i mafiosi esecutori della stragi di mafia del 1992-93, come ha spiegato nel nuovo ruolo di «pentito» – si proclama innocente per l’attentato del 2 agosto. Di cui non è più sicuro nemmeno il numero delle vittime. Nel corso dell’ultimo processo, quello a carico di Cavallini, è stata riesumata la salma di Maria Fresu, ma l’esame del Dna ha stabilito che i resti esaminati dai periti non appartengono alla donna. Potrebbero essere di qualche altra vittima presente nell’elenco ufficiale, finiti per errore nella bara sbagliata, ma altri raffronti non sono stati effettuati. E così è spuntato un nuovo mistero: c’è un cadavere in più? E se sì, a chi appartiene?
Una nuova vittima, di cui però nessuno ha mai denunciato la scomparsa?
Oppure l’attentatore (o attentatrice), magari inconsapevole nell’ipotesi dell’esplosione per sbaglio, come ipotizzano le difese dei condannati?

Anche per rispondere a queste ulteriori domande, quella della strage di Bologna è una storia ancora da scrivere. Un ragazzo di oggi, che forse si trova a sapere poco o nulla di una vicenda misteriosa in cui sono coinvolti molti ragazzi di quarant’anni fa, avrà tempo e modo di seguire gli sviluppi futuri.

FONTE: Corriere della Sera.it

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