Ho sempre preferito la divulgazione all’opinione giornalistica.

In questo articolo riporto integralmente la nota Q della “favola delle api – indagine sull’origine della virtù morale” e la parte interessata della favola in questione, scritta da Bernard Mandeville (correva l’anno 1700; Adam Smith si è ispirato molto a lui nello scrivere la sua opera magna).

Ritengo che il neo-sistema debitorio sia un metodo artificioso e comodo di generare l’ozio che correva in quei periodi d’oro dell’Europa, con la differenza che ora la questione riguarda l’intero mondo occidentale (per quanto paradossale possa sembrare ad alcuni).

Ora che sta tornando di moda parlare dei 253 trilioni di debito che il mondo ha… (con chi/cosa?) penso non ci sia momento migliore per rispolverare un po’ di storia, utilizzando le parole di Bernard de Mandeville.

PS: l’intero articolo diventa lungo e (per alcuni) piuttosto noioso da leggere. Per comodità ho deciso di evidenziare la parte riguardante la storia dell’Olanda, che può essere eventualmente saltata (sebbene, comunque, ritengo importante da leggere) da chi ha desiderio di abbreviare i tempi di lettura, cosa certamente comprensibile.

 

______ estratto da “la favola delle api – l’alveare scontento” [parte interessata della nota Q] ______

Tra i grandi ministri del re e i funzionari di minor grado il cambiamento fu grande:

(Q) frugalmente vivevano ora del proprio stipendio.

Che una povera ape dovesse chieder dieci volte quel che le era dovuto – una somma da nulla –

e che dovesse dare a un impiegato ben remunerato una corona, o non venir mai pagata,

si sarebbe ora detto semplicemente un imbroglio, benché prima si chiamasse gratifica.

Tutti i posti prima occupati da tre per sorvegliare reciprocamente la comune disonestà

(i quali poi, spesso, essendo della stessa risma, si aiutavano reciprocamente a rubare)

sono ora felicemente tenuti da uno solo. E con ciò altre migliaia se ne vanno.

______ “la favola delle api – indagine sull’origine della virtù morale” [nota Q] ______

Quando si hanno scarsi guadagni e si è onesti, è proprio allora e non prima che gli uomini, in genere, cominciano ad essere frugali. La morale chiama frugalità quella virtù per la quale gli uomini si astengono dal superfluo e, disprezzando le operose invenzioni che procurano comodità e piaceri, si contentano di cose semplici e naturali e ne godono con scrupolosa temperanza, senza però cadere nell’avarizia. La frugalità, intesa in questo senso, è molto più rara di quel che si possa immaginare; al contrario quel che comunemente s’intende per frugalità si incontra più di frequente e consiste in un punto medio fra prodigalità e avarizia, con una certa inclinazione verso quest’ultima. Dal momento che questa saggia economia, che alcuni chiamano parsimonia, è per le famiglie private il metodo più sicuro per aumentare il patrimonio, alcuni credono che – sia un paese sterile o fertile – lo stesso metodo, se da tutti fosse osservato (cosa che essi reputano possibile), avrebbe lo stesso effetto su una intera nazione e che, per esempio, gli inglesi sarebbero molto più ricchi di quanto non siano, se fossero frugali nella stessa misura in cui lo sono i loro vicini. E’ questo un errore e, per provare che è tale, rimando innanzitutto il lettore a quanto è stato detto su questo argomento nella nota L [l’argomento della nota riguarda il lusso, ma sono costretto ad invitare i più curiosi ad acquistare il libro, ché in ogni caso ne vale grandemente la pena – N.d.c.].

L’esperienza ci insegna, in primo luogo, che come la gente è diversa nel modo di vedere e di considerare le cose, così ugualmente diverse sono le tendenze di ciascuno: uno è incline all’avarizia, l’altro alla prodigalità e un terzo è soltanto un risparmiatore; in secondo luogo c’insegna che gli uomini non possono mai, o almeno assai raramente, correggersi delle loro passioni, né con la ragione, né con l’insegnamento, e che, se mai qualcosa li può distogliere da ciò cui erano naturalmente propensi, ciò è solo un mutamento nella loro condizione economica. Se noi riflettiamo su questa osservazione, troveremo che, per rendere prodiga una intera nazione, la produzione del paese deve essere considerevolmente alta rispetto al numero degli abitanti, e ciò di cui questi sono prodighi deve costare poco; che, al contrario per rendere un’intera nazione frugale, i beni necessari alla vita devono essere pochi e, di conseguenza, cari; e che, quindi, qualunque cosa ne pensi il migliore dei politici, la prodigalità o la frugalità di un popolo dipendono sempre dalla fertilità e dalla produzione di un paese, dal numero degli abitanti e dalle tasse che essi pagano. Se qualcuno volesse respingere questa mia asserzione, ricerchiamo se nella storia ci fu mai, in alcun paese, frugalità generale senza una generale miseria.

Esaminiamo ora cosa occorra per rendere grande e ricca una nazione. I primi beni desiderabili per ogni comunità sono un suolo fertile e un buon clima, un governo mite e un territorio molto esteso rispetto al numero degli abitanti. Questi beni renderanno l’uomo mite, amabile, onesto e sincero. In queste condizioni gli abitanti potranno essere virtuosi al massimo, non ci sarà la minima violenza contro la comunità e, di conseguenza, tutti saranno felici. Ma presso costoro non fioriranno né arti né le scienze; essi saranno certamente molto più tranquilli dei loro vicini, ma saranno poveri e ignoranti, mancheranno di ogni comodità, e tutte le virtù cardinali messe assieme non riusciranno a procurare loro una giacca decente o una pentola per cuocere la zuppa. In questo paese di pigra quiete e di sciocca innocenza, in cui non c’è da temere grandi vizi, non dovete neanche aspettarvi grandi virtù. L’uomo non si dà da fare se non quando è stimolato dai desideri. Finché questi sonnecchiano in lui e nulla riesce a eccitarli, le sue capacità resteranno sconosciute, e questa macchina inutile, senza la spinta delle passioni, può essere giustamente paragonata a un grosso mulino a vento quando non spira il minimo soffio d’aria.

Se volete rendere forte e potente una società umana, dovete sollecitarne le passioni. Dividete la terra, e il possesso renderà avidi gli abitanti; risvegliateli dalla pigrizia lodandoli, e l’orgoglio li farà lavorare sul serio; insegnate loro i mestieri, e sorgerà l’invidia e l’emulazione. Per accrescerne il numero impiantate vari tipi di manifatture e non lasciate zone incolte, rendete inviolabile la proprietà, proteggete tutti ugualmente, non tollerate che alcuno agisca contro la legge e lasciate che ognuno pensi come vuole, poiché un paese nel quale tutti coloro che lavorino siano protetti dalla legge e anche tutti gli altri principi siano rispettati, sarà sempre molto popoloso e non mancherà mai di uomini. Se li volete coraggiosi e prodi in guerra, esercitate le discipline militari, sappiate fare buon uso dei loro timori e lusingatene la vanità con arte e assiduità, ma se, inoltre, volete rendere questa nazione ricca, esperta e civile, insegnate loro il commercio con i paesi stranieri e, se possibile, spingeteli sul mare, anche se per fare ciò, non dovrete risparmiare né fatica né operosità e non dovrete fermarvi davanti a nessuna difficoltà. Incoraggiate la navigazione, sostenete i mercanti e favorite ogni branca del commercio. Tutto ciò apporterà ricchezza, e dove c’è ricchezza si svilupperanno subito arte e scienza e, con l’aiuto di tutte queste cose e con un buon governo, i politici potranno rendere un popolo potente, famoso e ricco.

Ma se al contrario volete una società frugale e onesta, la migliore politica è quella di mantenere la popolazione nella sua primitiva semplicità e di cercare di non farne aumentare il numero; bisognerà tenerla lontano dagli stranieri e dalle cose superflue e da qualunque altra cosa che potrebbe risvegliarne i desideri o migliorarne l’intelligenza.

Le grandi ricchezze e i beni degli stranieri sdegneranno di venire tra gli uomini, se non si ammettono anche i loro inseparabili compagni, avarizia e lusso; dove prospera il commercio, si introduce anche la frode. Pretendere di poter essere ben educati e, insieme, sinceri è una pura e semplice contraddizione e, quindi, quanto più l’uomo progredisce nel sapere e quanto più le sue maniere si fanno raffinate, tanto più i suoi desideri si accrescono, le sue tendenze si raffinano e i suoi vizi aumentano.

Gli Olandesi possono ascrivere, se così loro piace, la loro attuale grandezza alla virtù e alla frugalità dei loro antenati, ma questo trascurato pezzetto di terra è stato portato al rango dalle principali potenze d’Europa dalla saggia politica di posporre qualunque altro interesse allo sviluppo della navigazione e del commercio, dalla illimitata libertà di pensiero di cui godono e dalla costante applicazione di mezzi efficaci per incoraggiare e favorire il commercio in generale.

Essi non furono mai particolarmente famosi per la loro frugalità fino a quando Filippo II di Spagna cominciò a infierire con inaudita tirannia. Le leggi del paese furono calpestate, i diritti e le immunità aboliti e la costituzione fatta a pezzi. Molti nobili furono condannati e uccisi senza alcuna forma legale di processo. Proteste e rimostranze vennero severamente punite come atti di resistenza, e coloro che si salvarono dai massacri furono depredati dalla rapacità dei soldati. Tutto ciò era intollerabile per un popolo abituato da sempre al più mite dei governi e che aveva sempre goduto di maggiori benefici di tutte le nazioni vicine, cosicché essi scelsero di morire combattendo piuttosto che perire per mano dei crudeli carnefici. Se consideriamo la potenza della Spagna in quei tempi e le pessime condizioni in cui erano ridotti quegli Stati vessati, mai si ebbe lotta più impari, tuttavia fu tale la loro forza d’animo e la loro decisione che solo sette province, unitesi, sostennero, contro la più grande e disciplinata nazione d’Europa, la più lunga e sanguinosa guerra che mai sia avvenuta nella storia antica e moderna.

Piuttosto che diventare le vittime della violenza spagnola, essi si accontentarono di vivere della terza parte dei loro redditi, per impiegare il resto nella difesa contro un nemico spietato. Le difficoltà e le calamità, causate da una guerra che si combatteva dentro il loro territorio, per la prima volta imposero loro la necessità di essere straordinariamente frugali, e il perdurare di queste stesse difficoltà per circa ottanta anni rese poi abitudinaria questa frugalità. Ma né la capacità di risparmio né il misero modo di vivere avrebbero mai potuto consentire loro di tenere testa a un nemico così potente se essi non avessero provveduto, favorendo la pesca e la navigazione in genere, ai loro naturali bisogni e alla loro difficile situazione.

Il paese è così piccolo e così densamente popolato che il territorio non era sufficiente, benché neanche un pollice sia lasciato incoltivato, a nutrire la decima parte degli abitanti. L’Olanda abbonda di grandi fiumi e si trova sotto il livello del mare, che a ogni marea la inonderebbe e ogni inverno la allagherebbe, se non fosse trattenuto da grandi argini e da enormi muri, la cui manutenzione, – chiuse e altri meccanismi necessari per evitare il dilagare delle acque, – rappresenta ogni anno una spesa superiore alla somma che si potrebbe ottenere da un’imposta agraria generale, di quattro scellini per ogni sterlina, sul prodotto netto del proprietario terriero. C’è dunque da meravigliarsi se una popolazione, che vive in tali condizioni economiche ed è gravata inoltre da imposte più forti di ogni altra nazione, è costretta a essere frugale? E perché dovrebbe essere di esempio ad altre che, oltre a essere più felicemente situate, sono molto più ricche per la produzione interna e hanno, per lo stesso numero di abitanti, un territorio dieci volte più esteso? Noi [gli Inglesi, N.d.c] e gli Olandesi spesso compriamo e vendiamo sugli stessi mercati, e al riguardo si può dire che le nostre opinioni siano le stesse, ma gli interessi, la politica e l’economia interna dei due paesi, sono affatto diversi. E’ loro interesse essere frugali e spendere poco: dal momento che debbono importare quasi tutti i prodotti eccetto burro, formaggio e pesce, di questi, specialmente di pesce, fanno un consumo tre volte superiore a quello che lo stesso numero di persone fa da noi. E’ invece nostro interesse mangiare molta carne di bue e montone per favorire l’agricoltura e migliorare la terra che può sufficientemente nutrirci, e potrebbe nutrire una popolazione ancora più numerosa se fosse meglio coltivata. Gli Olandesi hanno forse un traffico marittimo e una disponibilità di moneta contante maggiore dei nostri, ma bisogna considerare che questi sono per loro gli strumenti del mestiere, così come un carrettiere può possedere più cavalli di un uomo dieci volte più ricco di lui e un banchiere, che non possiede più di millecinquecento o milleseicento sterline, può avere con sé più denaro liquido di un gentiluomo che ha una rendita di duemila sterline all’anno. Colui che mantiene tre o quattro diligenze è, rispetto al gentiluomo che mantiene carrozze per il suo piacere, quel che sono gli olandesi al paragone con noi: poiché non posseggono altro che pesce, essi sono marinai e dànno navi a nolo a tutto il mondo, mentre, al contrario, il nostro commercio dipende dai nostri prodotti.

Quanto avviene in Olanda è un altro esempio che dimostra come a rendere frugale la maggior parte della popolazione siano le tasse eccessive, la scarsezza di terra e tutto ciò che è causa di penuria di viveri. Nella provincia d’Olanda esiste un vasto commercio e una incredibile quantità di denaro; la terra è fertile come concime e, come ho già detto, non c’è zolla non coltivata. Nella Gheldria e nell’Overyssel il commercio è scarso e così anche le disponibilità monetarie, il suolo è mediocre e gran parte del territorio è incolto. Per quale ragione gli Olandesi di queste due ultime province, sebbene più poveri degli altri, sono meno taccagni e più ospitali dei primi? Perché le tasse su molte cose sono qui meno eccessive e, in proporzione al numero degli abitanti, vi è molta più terra. Quello che si risparmia in Olanda, viene risparmiato a spese del ventre: sui generi alimentari, sulle bevande, sul combustibile gravano le imposte più pesanti; ma gli Olandesi hanno abiti migliori e arredamenti più ricchi di quel che possiate trovare nelle altre province.

In genere coloro i quali sono economi per principio, lo sono in tutte le cose, ma in Olanda la gente risparmia solo sui generi di consumo giornaliero, per i beni durevoli si comporta invece in modo ben diverso; sono prodighi quando si tratti di quadri e di marmi, fanno spese pazze per i palazzi e i giardini. In altri paesi potete vedere superbi palazzi e corti che appartengono a principi, tali che nessuno si aspetterebbe di trovare una repubblica dove l’eguaglianza sia tanto sentita, ma in tutta l’Europa non troverete nessun edificio privato così sontuoso e magnifico da poter reggere al paragone con le case dei mercanti e di altri nobili di Amsterdam e di altre grandi città di questa piccola provincia; e la maggioranza di costoro ha investito nell’abbellimento delle case in cui abita una parte dei beni maggiore di quella di qualunque altro popolo sulla terra.

Da quando divenne repubblica la nazione di cui parlo non fu mai in maggiori angustie, né mai i suoi affari andarono peggio, che nell’anno 1671 e al principio del 1672. Quel che sappiamo con una certa sicurezza della sua economia e della sua costituzione lo dobbiamo principalmente a Sir William Temple, le cui annotazioni sul modo di governare, come appare evidente da molti passi delle sue memorie, furono scritte circa in questa epoca. Gli Olandesi erano allora molto frugali, ma da quel tempo, anche per il fatto che le loro disgrazie non sono più state così gravi (sebbene il popolino, su cui grava il peso principale di tutte le imposte sia forse ora più frugale di prima), un notevole mutamento è avvenuto nel modo di vivere dei più abbienti.

Coloro che sostengono che la frugalità di questo paese non derivi tanto dalla necessità, quanto da una generale avversione al vizio e al lusso, ci ricorderanno l’onestà della pubblica amministrazione, l’esiguità dei salari, la prudenza del contrattare e nell’acquistare vettovaglie e altri generi di necessità, la grande attenzione che viene posta nel non lasciarsi ingannare dai fornitori e la severità verso quelli che vengono meno ai contratti; ma quel che costoro vorrebbero ascrivere alla virtù e all’onestà di funzionari è interamente dovuto ai rigidi regolamenti concernenti l’amministrazione del tesoro pubblico, da cui la loro ammirevole forma di governo non consente che essi si allontanino; e, in realtà, un brav’uomo può affidarsi alla parola di un altro, se questi due così si sono accordati, ma una intera nazione non dovrebbe mai essere affidata all’onestà di qualcuno, se questa onestà non è basata sulla necessità, poiché sarebbe infelice quel paese, – e sempre precarie ne sarebbero le leggi, – il cui benessere dovesse dipendere dalla virtù e dalla coscienza dei ministri e politici.

Gli Olandesi si sforzano, in genere, di promuovere, per quanto è possibile, la frugalità tra i loro sudditi, non perché questa sia una virtù, ma perché questo è, generalmente parlando, il loro interesse, come precedentemente ho dimostrato; ma quando quest’ultimo cambia, essi cambiano anche le loro regole, come apparirà chiaro dall’esempio che segue.

Quando le navi delle Indie Orientali rientrano in patria, la compagnia congeda gli uomini e molti di questi ricevono la maggior parte di quel che hanno guadagnato in sette, e alcuni anche in quindici o sedici anni. Questi poveretti sono incoraggiati a spendere con tutta la prodigalità immaginabile e, considerando che la maggior parte di costoro, quando furono ingaggiati, erano poveri diavoli, che poi sorvegliati con rigida disciplina e nutriti con una dieta misera hanno così a lungo e duramente faticato senza denaro e in mezzo ai pericoli, non è impresa difficile farli diventare scialacquatori non appena si trovino nell’abbondanza.

Essi dissipano il denaro in vino, donne e musica, tanto quanto ne è capace gente del loro gusto e della loro educazione, e si tollera, purché non arrivino a far del male, che facciano baldoria e chiasso con maggiore licenziosità di quel che di solito sia consentito agli altri. In alcune città li potete vedere insieme a tre o quattro donne dissolute, quasi tutte ubriache, andare schiamazzando per le strade in pieno giorno preceduti da un suonatore di violino. E se in tal modo, a loro parere, il denaro non fugge via abbastanza in fretta, trovano altri modi per spenderlo e qualche volta lo buttano a manate tra il popolaccio. Per la maggioranza di essi questa follia dura finché c’è denaro, – che non dura mai a lungo, – e per questa ragione costoro sono chiamati col soprannome di Signori di sei settimane, poiché è questo, in genere, il tempo nel quale le navi della compagnia sono di nuovo pronte per partire, e allora questi dissennati, finito il denaro, sono costretti a imbarcarsi di nuovo e hanno tutto il tempo di pentirsi della loro follia.

Con questo stratagemma si consegue un doppio risultato: in primo luogo, se questi marinai, se si sono assuefatti ai climi caldi, all’aria e al vitto poco sano, fossero frugali e rimanessero nel loro paese, la compagnia dovrebbe impiegare uomini nuovi i quali, a parte il fatto che non sarebbero altrettanto validi in quel lavoro, appena nella misura di uno su due riuscirebbero a sopportare di vivere in certi luoghi delle Indie Orientali, e ciò comporterebbe una forte spesa e uno svantaggio per la compagnia; il secondo risultato è che le forti somme distribuite fra i marinai in questo modo vengono immediatamente messe in circolazione nel paese stesso, dal quale, per mezzo di pesanti tasse e altre imposte, in gran parte riaffluiscono nell’erario pubblico.

Per convincere con un altro argomento i difensori della frugalità nazionale che quel che essi sostengono non è possibile, supponiamo che tutto quel che ho detto nella nota L, in difesa del lusso e della necessità di proteggere il commercio, sia sbagliato; esaminiamo allora che cosa provocherebbe in una regione come la nostra una generale frugalità, imposta artificiosamente alla popolazione, ce ne sia bisogno o non ce ne sia bisogno. Ammettiamo che tutta la popolazione in Gran Bretagna consumi solo i quattro quinti di quel che attualmente consuma e in questo modo risparmi un quinto del suo reddito: tralascio di dire quale influenza questi fatti avrebbero su quasi tutto il commercio, sull’agricoltore, sull’allevatore di bestiame e sul proprietario terriero, ma voglio ottimisticamente – cosa tuttavia impossibile – che si esegua la stessa quantità di lavoro e che, di conseguenza, venga impiegato un numero di artigiani uguale all’attuale. La conseguenza sarebbe che, a meno che il denaro non si svaluti prodigiosamente d’improvviso e tutte le altre cose, contrariamente alla logica, rincarino, dopo cinque anni tutta la popolazione lavoratrice e i più poveri tra i lavoratori (voglio tralasciare gli altri) avrebbero in cassa quanto oggi spendono in un solo anno, e ciò, incidentalmente, costituirebbe una quantità di denaro maggiore di quella che noi tutti abbiamo mai avuto tutta insieme.

E ora, colmi di gioia per questo aumento di ricchezza, diamo un’occhiata alle condizioni in cui verrebbero a trovarsi i lavoratori e, ragionando sulla base dell’esperienza e dell’osservazione quotidiana, cerchiamo di immaginare quale sarebbe in un caso del genere il loro comportamento. Tutti sanno che c’è un gran numero di garzoni di tessitori, di sarti e di molti altri artigiani, i quali, se riescono a mantenere se stessi con quattro giorni di lavoro alla settimana, difficilmente si lasceranno convincere a lavorare anche il quinto, e che ci sono migliaia di lavoratori di tutti i tipi i quali, anche se possono a tento sostenersi, si sottoporranno a mille sacrifici, litigheranno col padrone, reprimeranno la fame, faranno debiti, pur di non lavorare. Quando gli uomini mostrano una così straordinaria inclinazione all’ozio e al godimento, perché mai dovremmo credere che lavorerebbero, se non vi fossero costretti da un’immediata necessità? Quando vediamo un artigiano che non va al lavoro prima del martedì, perché il lunedì mattina ha ancora in tasca due scellini della paga della settimana precedente, perché mai dovremmo immaginare che andrebbe più a lavorare se avesse in tasca quindici o venti sterline?

Che cosa avverrebbe in queste condizioni delle nostre manifatture? Se il mercante volesse inviare stoffe all’estero dovrebbe produrle da sé, poiché il fabbricante non può ingaggiare un altro uomo oltre ai dodici che abitualmente lavorano per lui. Se i mali di cui parlo riguardassero soltanto i garzoni dei calzolai e nessun altro, in meno di dodici mesi metà di noi andrebbero scalzi. Il principale e più urgente uso del denaro in una nazione è quello di pagare il lavoro dei poveri e, quando il denaro scarseggia, quelli che hanno un gran numero di lavoratori da pagare, ne risentiranno per primi; ma, nonostante la grande necessità di moneta, sarebbe più facile, laddove la proprietà fosse ben garantita, vivere senza denaro che senza poveri: chi infatti lavorerebbe? Per questa ragione la quantità di denaro circolante in un paese dovrebbe essere sempre proporzionata al numero di persone impiegate, e i salari dei lavoratori dovrebbero esserlo al prezzo dei viveri. Dal che si può dimostrare che tutto quello che procura abbondanza rende la manodopera a buon mercato, se i poveri sono ben amministrati: bisogna evitare che essi muoiano di fame, ma bisogna ugualmente evitare che essi accumulino risparmi. Se qua e là qualcuno della classe più bassa, con non comune laboriosità e con molti sacrifici, si solleva al di sopra della sua condizione, nessuno deve ostacolarlo, è anzi innegabile che il modo più saggio di comportarsi per ogni singola persona e per ogni famiglia privata è quello di essere frugali, ma è interesse di ogni nazione ricca che la maggioranza dei poveri non sia pigra e che, tuttavia, spenda sempre tutto quel che guadagna.

Tutti gli uomini – come ben osserva Sir William Temple – sono più proclivi a vivere agiatamente e a godersela che non a lavorare, ma quelli che si guadagnano da vivere col proprio lavoro giornaliero raramente possono essere stimolati da questa tendenza; niente quindi li spinge a essere laboriosi se non il bisogno, che è saggezza aiutare, ma sarebbe follia eliminare. L’unica cosa dunque che è capace di rendere efficiente un lavoratore è una moderata quantità di denaro, dal momento che una quantità troppo piccola lo renderebbe, a seconda del suo temperamento, avvilito o disperato, mentre troppo denaro lo farebbe diventare insolente o pigro.

Farebbe ridere chi volesse sostenere che troppa abbondanza di denaro possa rovinare una nazione. Tuttavia è stata proprio questa la sorte della Spagna, ed è proprio a questa causa che il dotto Don Diego Saavedra ascrive la rovina del suo paese. I frutti della terra nelle età più antiche avevano reso così ricca la Spagna che il re Luigi XI di Francia, giunto alla corte di Toledo, rimase stupito dello splendore che vi regnava e disse che non aveva mai visto nulla di simile né in Europa né in Asia, e sì che nel suo viaggio in Terrasanta ne aveva attraversate tutte le province. Se dobbiamo credere ad alcuni scrittori, soltanto nel regno di Castiglia erano convenuti da tutte le parti del mondo, per partecipare alla Guerra Santa, centomila fanti, diecimila cavalieri, e sessantamila carri, che Alfonso III manteneva a sue spese, e ogni giorno pagava soldati, ufficiali e principi, ciascuno a seconda del suo rango e della sua dignità. Ancora al tempo in cui regnavano Ferdinando e Isabella (che fornirono le navi a Colombo), e anche qualche tempo dopo, la Spagna era un paese fertile, in cui prosperavano il commercio e le manifatture, e vantava una popolazione abile e laboriosa. Ma non appena quella potente ricchezza che era stata conquistata con rischi e crudeltà superiori a quelli che fino allora il mondo avesse sperimentato, e il cui raggiungimento era costato, per ammissione degli stessi Spagnoli, la vita di venti milioni di Indiani, non appena, dico, questo oceano di ricchezze si riversò su di loro, persero la testa, e la voglia di lavorare li abbandonò. Il contadino lascio l’aratro, l’artigiano i suoi attrezzi, il mercante il suo banco e tutti, disprezzando il lavoro, si diedero ai divertimenti e divennero signori. Essi credettero di avere ogni ragione per ritenersi superiori ai loro vicini e che nulla, se non la conquista del mondo, avrebbe potuto giustamente ricompensarli.

La conseguenza di ciò è stata che altre nazioni hanno fornito quel che la loro pigrizia e il loro orgoglio negavano, e quando fu ben evidente che, nonostante tutte le proibizioni che il governo poteva fare contro l’esportazione di oro e argento in verghe, gli Spagnoli avrebbero ceduto il loro denaro e lo avrebbero portato all’estero a rischio della propria testa, tutti cercarono di lavorare per la Spagna. In questo modo, l’oro e l’argento, annualmente divisi tra tutti i paesi commercianti, hanno fatto rincarare tutti i generi, e hanno rese attive e industriose la maggior parte delle nazioni europee, eccetto i loro primi possessori, i quali dal tempo del loro potente acquisto se ne stanno con le braccia incrociate ad attendere ogni anno con impazienza e ansietà l’arrivo delle loro rendite dall’estero per pagare quello che hanno già speso e così, a causa del troppo denaro, della formazione di colonie e di altre cattive amministrazioni, di cui esso fu occasione, la Spagna, da paese fertile e popoloso, con tutti i suoi titoli e i suoi possessi, è diventata una via deserta e vuota, attraverso la quale l’oro e l’argento vanno dall’America al resto del mondo, e la nazione, da ricca, capace, diligente e laboriosa, è diventata pigra, oziosa, orgogliosa e miserabile. E per la Spagna basta! Un altro paese dove il denaro può essere detto un prodotto è il Portogallo, e non credo che in Europa la posizione di questo regno con tutto il suo oro sia molto da invidiare.

La grande arte quindi di rendere felice e prospera una nazione consiste nel dare a ciascuno la possibilità di lavorare; per realizzare questo scopo la prima cura del governo sia quella di promuovere una tale varietà di manifatture, di mestieri e di arti quale l’umana intelligenza può immaginare, e in secondo luogo incoraggiare l’agricoltura e la pesca in tutte le loro branche, di modo che tutta la terra sia costretta a produrre come produce l’uomo, poiché, se la prima è regola infallibile per attirare una numerosa popolazione in una nazione, l’altra è l’unico modo per sostentarla.

E’ da questa politica e non dai regolamenti sulla prodigalità e la frugalità (che esisteranno sempre a seconda delle condizioni economiche della gente) che bisogna far dipendere la grandezza e il benessere di una nazione, poiché – aumenti o diminuisca il valore dell’oro e dell’argento – la felicità di tutte le umane società dipenderà sempre dai frutti della terra e dal lavoro degli uomini, e questi due, uniti assieme, sono un più certo, più inesauribile, più reale tesoro dell’oro del Brasile e dell’argento di Potosi.

 

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