…perché il popolo non ha mai capito un cazzo!”
(un seguace orvietano del Che)

Secondo la più nota e pregiudizievole ipocrisia gesuitica, l’attuale papa di ferro ha sospeso i sacerdoti della fraternità Familia Christi, un piccolo gruppo romano, poi viterbese, poi ferrarese e infine ancora viterbese (spesso esiliati da un luogo all’altro) di presbiteri e fedeli diciamo non molto modernisti e poco post conciliari.

La decisione, presa con tutti i crismi che la burocrazia apostolica offre al regnante, arriva dopo un percorso di sotterranea e allarmata demolizione di questo gruppo religioso che, come altri gruppi tradizionalisti, era talmente efficiente nell’evangelizzazione da andare in controtendenza sulle ormai pluridecennali crisi vocazionali, riuscendo a suscitare – in ogni esilio a cui veniva indotto – alquanti novizi (anch’essi ormai nel congelatore boarense).

Colpisce lo scrivente, un ex cattolico ed ex chierichetto (o, peggio, ministrante: absit iniura verbis) non sconosciuto per passate remote frequentazioni agli ormai ex vertici della ex Familia Christi, divorziati tra loro d’imperio dal reggente il sacro trono di Pietro, che ogni luogo da essi toccati risultasse a una riflessione laterale essere la provincia più povera della regione d’appartenenza. Così è per Viterbo, così è per Ferrara.

In un certo senso, e qui anticipo un po’ il punto del presente scritto, che mi vede coinvolto sul piano personale, pare che sia avvenuto ciò che sul piano politico avviene tra cattocomunisti e destra sociale, con i primi che si illudono storicamente di raggiungere le periferie e le borgate, allargandone il disagio con scelte politiche miopi da ogni punto di vista, e i post (?) fascisti che ne raccolgono i frutti elettorali ossia i malumori. La chiesa bergogliana, infatti, muy juiciosa y cuidada a non pestare i sacri calli degli altrui interessi mondani, tranne però evitare cinicamente di invitare il Dalai Lama ad Assisi, svelandone l’ancestrale ipocrisia spirituale, non riesce a tollerare le proprie radici padronali. Insomma, si vuole far dimenticare il passato “coloniale” sulle coscienze e sulle società occidentali (Occidente? Cristianità!) di quando il potere non era finanziario (IOR…) o immobiliare ma temporale tout court. I propri “nostalgici” devono dunque essere messi a tacere, magari baciando (sui calli) a favore di telecamera i piedi dei nostalgici delle altrui religioni, vedi il “dispiacere” per Santa Sofia di Costantinopoli.

Un dispiacere peraltro fin troppo somigliante al rammarico per la mancanza di vocazioni, che ha portato all’ulteriore cercata, voluta desacralizzazione di alcune celebrazioni e alcuni sacramenti, con la recente introduzione di celebranti laici.

Ma torniamo per un attimo a Familia Christi. A Ferrara, in particolare, chiamate dal vescovo Luigi Negri (anch’esso spodestato, ma per raggiunti limiti di età), seguace di don Luigi Giussani, queste individualità si insediavano in Santa Maria in Vado, trovando nella sua storia più di una esortazione provvidenziale a perseverare. Per esempio la traccia di un ritratto della Madonna attribuito dalla tradizione a San Luca, caratteristica comune a un’altra chiesa cara ad alcuni di loro, sita in Monte Mario. Ma soprattutto un miracolo eucaristico dallo script alquanto simile a quello che avverrà, un secolo dopo, a Bolsena a pochi km dalla sede papale orvietana.

Familia Christi infatti pone particolare enfasi al formalismo della funzione liturgica, intendendone non l’orizzontalità post conciliare ma la verticalità pre conciliare ossia post tridentina. Queste messe risultavano particolarmente ambientate, fotogeniche, spettacolari. Per rimanere nei ranghi però celebrava anche altre liturgie secondo i criteri del Vaticano II, cercandone di limitare le intenzioni desacralizzanti, in ossequio a uno dei dieci comandamenti per come li sanno i cattolici.

Una tribolazione è stata anche, quasi dieci anni fa, l’aver soggiornato all’eremo di S.Antonio alla Palanzana, attualmente chiuso, con la proprietà che rivoleva le chiavi, anche per via giudiziaria. Sono vicende che è difficile ricostruire, per la grande reticenza a telecamere accese degli uomini di chiesa, i quali per definizione non sono esattamente ilici o laboratores. Gli oggetti del contendere però sono manifesti: conventi e monasteri sono ville padronali, chiese e servizi annessi sono assimilabili a palazzi signorili, vedi l’incredibile esempio della chiesa di San Bonaventura al Palatino, con i campanili a fare da torre più alta di ogni quartiere o centro storico, mentre i soldi ottenuti dai fedeli prendono strade che ai fedeli certamente non vanno rivelate, come i filobergogliani ben sanno.

L’attuale papato, così bravo nel perdonare la pedofilia e l’omosessualità dei religiosi, tra loro tradizionalmente legate, non fornendo alle autorità civili che poche e scarne informazioni, e evitando quanto possibile i danni finanziari derivanti da sentenze processuali, riesce a svelarsi maldestramente con la guerra preventiva ad apparentemente innocui gruppi tradizionalisti, più capaci nel proselitismo per quella fame di sacro (e di lusso che il luogo sacro consapevolmente offre) che accalappia i semplici delle favelas europee e americane.

La burocrazia bergogliana infatti – e nonostante tutto – non è sfuggita all’attenzione dell’opinione pubblica cattolica dell’America Latina, spesso meno distratta di quella italiana su ciò che accade attorno ai nostri luoghi di fede nazionali. Non è nemmeno apparsa più ipocritamente lontana da quel popolo con cui dice di voler costruire una circolarità post conciliare, una orizzontalità, un Cristo “troppo umano” per essere relegato al concetto di divino, di Altro da noi, di entità aliena dalla dimensione creaturale e per sua natura alienante la condizione umana.

Vi sono, storicamente, due ipocrisie dunque tra loro in lotta, in una Ecclesia che in taluni periodi storici si trova a maneggiar ricchezza mondana pur respingendone l’olezzo a parole. Due fariseismi realmente armati: un tradizionalismo sacrale di probabile derivazione romana (nel senso della religione capitolina già influenzata da divinità etrusche e olimpiche) e il messianismo apocalittico giudaico cristiano, fatto di talebani che, dichiarando la fratellanza universale (“cattolica”, che è nome intimamente legato ai cristianesimi in quanto sincretismi) fa di tutto per uccidere psicologicamente, socialmente e fisicamente chi non è d’accordo. Capace tuttavia di ereditare anch’essa qualcosa dalla romanità, probabilmente il peggio, come si è visto anche qui: le liste di proscrizione e la damnatio memoriae.

La prima ipocrisia non s’avvede d’adorare un fratello di Ercole o Apollo, come pure gli apologeti cristiani scrivevano in epoca storica, assecondando l’ambiguità del greco della koiné per cui “figlio di Dio” è linguisticamente corrispondente a “figlio di Zeus”, del cui nome “Dio” è forma genitiva.

La seconda è ipocrita in quanto, in fin dei conti, nemica della Verità, ma amica di Platone, Cicerone e tutti coloro che vivono di parole, tanto da trasformarle in Verbo (vano).

Vano, lo sottolineo. Altrimenti i fulmini avrebbero un senso quando colpiscono la cima delle chiese, e le colombe di bianco vestite non soccomberebbero tanto facilmente a corvi neri e a gabbiani famelici. Altrimenti ai signa conseguirebbe ben altro.

 

LUIGI MENTA, 29 LUGLIO 2020

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *