Retromarcia di Johnson: il Regno Unito rescinde l’appalto a partire dal 31 dicembre. Una ritorsione per la repressione nell’ex colonia britannica Hong Kong. L’azienda fa appello all’Italia: “Ci aspettiamo che il governo prosegua il suo processo di digitalizzazione”

LONDRA – Ora è ufficiale. Il governo di Boris Johnson ha messo al bando il colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei per il 5G in Regno Unito. Era un annuncio atteso da giorni, ma resta comunque una retromarcia clamorosa quella di Johnson che non potrà non avere consueguenze a livello diplomatico, geopolitico e probabilmente anche commerciale.

Si attende, difatti, la reazione della Cina, che negli ultimi giorni aveva fatto capire di essere irritata dalla posizione di Londra e ancora di più dal recente annuncio britannico di accogliere fino a tre milioni di “esuli” di Hong Kong, in fuga dall’ultima stretta liberticida di Pechino e della sua nuova “legge di sicurezza nazionale”.

Intanto replica Huawei, tramite un suo portavoce: “Siamo molto delusi dalla decisione del Regno Unito, è una brutta notizia per tutti i possessori di uno smartphone di quel Paese, che ora sarà destinato a una linea internet per telefoni molto più lenta. I nostri prodotti sono sicuri: questa è una decisione politica e non pertinente alla sicurezza”.

A proposito di motivazioni. Il Regno Unito insiste sul fatto che la decisione di rescindere l’appalto con Huawei – tecnicamente dal 31 dicembre prossimo – è una diretta conseguenza delle sanzioni Usa contro la Cina, che, secondo il governo britannico, renderebbero le infrastrutture del 5G dell’azienda hi-tech cinese molto più a rischio: ciò perché quest’ultima, non potendo ottenere materiali e tecnologia per i “chip” da fornitori ufficiali o sicuri, potrebbe rivolgersi ad altre fonti considerate pericolose da Londra.

Allo stesso tempo, però, è chiaro che si tratta di una ritorsione del Regno Unito contro la Cina proprio per le ultime intromissioni di Pechino ad Hong Kong e sulla “palese violazione della dichiarazione sino-britannica e del principio “un Paese, due sistemi”, alla base del passaggio di consegne dell’ex colonia britannica alla Cina nel 1997 e di questo statuto speciale che in teoria dovrebbe essere garantito fino al 2047.

Ovviamente, poi, c’è il ruolo degli Stati Uniti. Non solo per quanto riguarda le conseguenze delle sanzioni che, ufficialmente, hanno provocato il disimpegno di Londra, ma anche per le pressioni dell’amministrazione Trump, il quale da mesi comunicava a Johnson tutta la sua rabbia e irritazione per l’accordo con Huawei che fino a qualche mese fa era sostenuto apertamente dallo stesso Johnson – e ancor prima dalla sua predecessora Theresa May. Inoltre, i negoziati in corso per un nuovo accordo commerciale tra Uk e Usa per il dopo Brexit hanno fatto il resto: Londra ha disperatamente bisogno di nuove “rotte” per l’import ed export dopo l’abbandono dell’unione doganale e del mercato comune dell’Unione europea previsto per il 31 dicembre prossimo. Irritare ora gli americani con un continuo sostegno a Huawei sarebbe stato controproducente.

Il premier britannico aveva sfidato persino la fronda dei “falchi” nel suo partito, che però poi si è rifatta sentire prepotentemente nei mesi e alla fine l’ha spuntata. Non sulla data di smantellamento però, che dovrebbe completarsi in maniera più “soft” entro il 2027 – e non il 2024 come chiedevano i tory radicali. Di certo, questa decisione avrà un costo per il Regno Unito, e difatti Vodafone e tutte le altre compagnie telefoniche hanno fatto inutilmente lobby nei confronti del governo di recente per non revocare il contratto con Huawei. Al di là dell’impatto economico ancora da quantificare, il programma di rete 5G subirà come minimo un anno di ritardo, dal 2027 al 2028.

E intanto, sul nostro Paese, con una nota Huawei fa sapere che “ci aspettiamo che il governo italiano prosegua il suo processo di digitalizzazione sulla base di criteri di sicurezza obiettivi, indipendenti e trasparenti per tutti i fornitori, preservando la diversità e la concorrenza nel mercato”.

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