Di fronte al cancello dell’emporio della Caritas, in via Casilina, a Roma, la fila per gli aiuti alimentari comincia alle quattro del mattino. Chi arriva prima riesce a portare a casa anche ‘il fresco’, il latte, un po’ di verdura, la frutta. Non solo i prodotti non deperibili. Le confezioni di carne sono donazioni delle grandi catene di distribuzione alimentare, sono poche e vanno razionate. Così, accanto al frigorifero, i volontari si accertano che a ogni famiglia spettino non più di due vaschette. Provano a non far andare via nessuno a mani vuote, ma alle undici del mattino la carne è già finita. Prima della pandemia l’emporio aiutava trenta-quaranta famiglie al giorno. Oggi sono duecento. Don Ben Ambarus guida la Caritas diocesana di Roma da due anni, la prima parola che usa per descrivere l’impatto dell’epidemia è ‘travolgente’: “Non è stata travolta solo la sanità, sono state travolte anche le realtà caritatevoli”. Ha familiarità con molte persone in attesa, famiglie arrivate da ogni parte della città con scatoloni e cassette di legno da riempire. “Quando rispondevamo al telefono, a marzo, non avevamo neanche il tempo di chiedere quale fosse il problema. Dall’altra parte della cornetta sempre la stessa frase: ‘Ho fame, mi date qualcosa da mangiare?’. Per tanta gente l’epidemia è stata una valanga, schiaffi, sberle di umiliazione”.

I volti in coda oggi sono le facce nuove della crisi: chi ha visto il lavoro svanire, i lavoratori in nero, cassaintegrati ancora a mani vuote, tanti gli stranieri – donne e uomini di origine filippina che hanno perso il lavoro come badanti, tante donne dell’est che fino a marzo lavoravano come addette alle pulizie e oggi rischiano di finire in strada – tutti senza più un’entrata. “La nostra economia si è rivelata fragile – continua Don Ben – abbiamo accolto persone senza risparmi e invisibili per lo stato, cittadini che non hanno ricevuto i buoni spesa e avevano figli da sfamare. Tutti i volti che vedi lì in fila hanno vissuto l’umiliazione di dover chiedere aiuto”. Don Ben ricorda che un giorno, a metà marzo, una madre di tre figli ha chiesto più pane: “Faccio fare una merenda consistente ai bambini con olio e sale, così si riempiono la pancia”, ha spiegato. Pane e olio, più pane e più olio, così la sera si mangia meno e si risparmia. L’immagine di un’Italia di ottanta anni fa. Le donne in coda hanno la fierezza delle madri che proteggono la specie. Ogni viso sembra dire: mi vergogno, ma per i miei figli sono pronta al sacrificio estremo, anche alla mortificazione di tendere la mano e chiedere pane e latte.

Lo sguardo di Alessandra è un misto di fierezza e timore. È nuova all’emporio, si guarda intorno per capire cosa prendere e dove. All’emporio della Caritas non girano soldi, a ogni alimento sono associati dei punti, così come punti sono associati ad ogni famiglia, sulla base dell’ISEE, del numero di figli. Più figli più punti, meno entrate più punti. È il punteggio della vulnerabilità. Quando il carrello è pieno si va alla cassa, come al supermercato, così chi ha bisogno non riceve passivamente, ma mantiene la dignità di un gesto semplice, che significa autonomia, significa amor proprio: l’azione della scelta. Alessandra in un supermercato vero ci ha lavorato per diciassette anni, finché è rimasta incinta e la direzione della grande catena di distribuzione le ha comunicato che il suo stato era incompatibile con i turni serali e il lavoro dei giorni festivi. Così, ormai disoccupata, ha cominciato a lavorare come badante per un anziano solo. Ma in nero. O così o niente. E quindi così. Ed è stata badante, addetta alle pulizie e tuttofare per quattro anni e mezzo, finché l’epidemia non l’ha messa alla porta. “Grazie, se abbiamo bisogno ti cerchiamo noi”, e così si è concluso il rapporto di lavoro sommerso di Alessandra, senza una buonuscita, un preavviso, un sussidio, niente: “I lavoratori come me non esistono, i bisogni di mia figlia sì”.

Aurora, sette anni, è lì con lei, mentre Alessandra parla lei cammina curiosa tra gli scaffali, sceglie le merendine e sorride. Si vedono le pieghe del sorriso intorno agli occhi, due dita sopra la mascherina gialla coi disegni dei supereroi. Alessandra ha l’aspetto di chi sacrifica tutto. Non esiste la cura dei capelli, la pelle indurita dal lavoro, le mani che conoscono la fatica, le scarpe consumate fino al punto di rottura, la compostezza, il decoro di chi non ha mai chiesto e nell’aiuto degli altri si sente smarrito: “Quando vedi che non hai niente da dar da mangiare ai tuoi figli trovi il coraggio di chiedere la tessera alimentare e ti senti impotente, perché un minuto prima potevi mantenere tutto, e poi sei bloccata”. A Novembre 2019, la Caritas ha pubblicato un rapporto su Roma, il sottotitolo era “un punto di vista”, quello che, secondo Don Ben, andrebbe ribaltato sugli aiuti e la solidarietà. Perché oggi le persone in difficoltà, i poveri, sono percepiti come portatori di bisogno e consumatori di risorse. Il povero è giudicato, disprezzato perché non ha, perché non consuma, perché ci ricorda che domani potremmo essere noi le nuove vittime della crisi.

La conseguenza sociale è una diffusa aporafobia: il rifiuto, la distanza dai poveri. La paura, sembra grottesco di questi tempi, del contagio del bisogno. Ecco perché “un altro sguardo” implica un altro approccio. Lo dice Don Ben: “La solidarietà deve avere un approccio generativo, non assistenziale. Non posso aiutarti senza di te. Questo dobbiamo dire a chi ha bisogno”. Il cambio di sguardo è tanto più cruciale ora che la pandemia ha fatto cadere i funamboli. Ora che a cadere sono anche quelli che prima avevano paura dei poveri. Come si legge nel report di novembre sono “gli equilibristi della povertà” quelli che hanno un reddito sufficiente a pagare un affitto, una rata del mutuo, ma che a malapena fanno fronte al pagamento delle utenze e della spesa. Una vulnerabilità che fa camminare queste famiglie sull’orlo della vera povertà, in cui precipitano di fronte a imprevisti minimi: una macchina che si ferma improvvisamente o un frigorifero che si rompe. “Non siamo stati profetici, dice Don Ben, ci siamo limitati ad ascoltare le persone che abbiamo intorno, abbiamo ascoltato il territorio. Ora, con il Covid tanta gente è semplicemente crollata”.

Nel solo mese di maggio la Caritas diocesana di via Casilina ha distribuito quaranta tonnellate di cibo, cui vanno ad aggiungersi altri dodici presidi territoriali. L’emporio si sostiene con i beni Fead, il fondo europeo per le emergenze alimentari, con le eccedenze delle grandi catene ma anche con le donazioni private, i carrelli della spesa sospesa, cioè le donazioni individuali all’entrata dei supermercati. Ora che la vita pare riprendere i ritmi di un tempo, le donazioni private cominciano a diminuire, il lavoro però non riparte, la coda all’alba in via Casilina è sempre più lunga, e le istituzioni distanti. “Solo un ottuso non si renderebbe conto che in questi mesi il mondo del sociale, sia esso laico o ecclesiale ha garantito la tenuta sociale del paese”, lo scandisce bene Don Ben: ha garantito la tenuta sociale del paese. E lo ha fatto ogni volta che la protezione civile deviava le richieste d’aiuto alle parrocchie o alle Onlus del territorio, ogni volta che un dormitorio trovava spazi per raddoppiare i posti e garantire le distanze fisiche, per ogni mensa che ha aperto due ore prima e chiuso sei ore dopo, lo ha fatto con i fondi di emergenza di alcune comunità, che hanno raccolto soldi per lavoratori in nero che non potevano pagare l’affitto, o una scheda del telefono per i giga per la didattica a distanza dei figli. “Bisognerebbe tornare a pensare che le persone non si aiutano in massa. La distribuzione a pioggia dei soldi allarga la voragine, non la restringe. Conta la relazione per le persone fragili, perché è solo attraverso la relazione che sai come aiutare il singolo uomo, la singola donna, la singola famiglia. E questa relazione non la crea l’assistenzialismo, la creano i corpi intermedi. Se li smantelliamo non resta niente”. Non si può fare a meno delle istituzioni, e non si può fare a meno dei corpi intermedi. L’epidemia lo ha mostrato con chiarezza. Il terzo settore, durante l’emergenza, ha tenuto salde le relazioni sociali. I corpi intermedi sono stati cemento e fattore di stabilità.

Augusto ha sessantasette anni, la tessera alimentare da tanto tempo, da quando per i datori di lavoro è diventato troppo vecchio per fare il muratore e il pittore edile. La sua prima volta all’emporio è stata nel 2009, poi per qualche anno non ne ha avuto bisogno, si arrangiava con qualche lavoro in nero e il poco che guadagnava se lo faceva bastare. La pandemia l’ha riportato qui. A casa ad aspettarlo c’è una pila di bollette non pagate e una moglie con una depressione grave, che ha bisogno di psicofarmaci da anni, che Augusto cerca di non lasciare mai sola perché “non si sa mai”. Il carrello è pieno, pasta, mortadella, biscotti, ha il latte fresco – è fortunato, perché è arrivato presto al mattino – le uova, il tonno e anche i prodotti per l’igiene intima, il sapone e il dentifricio: “Non sembra, sa? ma costano. Fai prima a rinunciare al dentifricio e al sapone che al pane”. Mentre sistema meticolosamente le scatole dividendo il fresco dal secco dice che parte di quel cibo è per una vicina di casa, che vive con quattrocento euro di pensione al mese e, semplicemente, non ce la fa. Ma ha vergogna. Così quando ha fame va a casa di Augusto con la scusa di un caffè, lui capisce che non ha niente nella dispensa e le dona della pasta, del riso e la passata di pomodoro. Intorno a quel caffè due volti, uno si chiama vergogna, l’altro mutua assistenza. “Sta in bianco, come la pasta mia”, scherza Augusto e quando gli chiedi cosa significhi essere in bianco dice: “Non è morire di fame, è di più. Stai in bianco quando manca il bianco, il latte il pane e lo zucchero. E se mancano sei peggio di un morto di fame”.

Sul finire della mattina non c’è più nessuno in attesa fuori al cancello. Arriva Francesco, ha ventun anni, studia alle scuole serali per prendere il diploma da ragioniere. È orfano di entrambi i genitori e prima dell’epidemia lavorava come cameriere e barista in nero, da due mesi per mangiare va all’emporio. “Non ho trovato aiuti altrove, sono grato per questa busta di spesa. Certo non è facile. Fa ridere che al mattino mi guardo allo specchio per darmi coraggio, mi dico: sei il futuro del paese e poi apro il frigorifero e non ho niente da mangiare. Però questo mi dà forza”. La carne è finita, Francesco prende un po’ di pasta, latte a lunga conservazione, ceci e tonno in scatola, e riflette a voce alta, succede a chi ha aperto una valvola alle paure in un luogo che era già aperto per l’ascolto: “Non mi sono sentito povero, non mi sento povero nemmeno ora che faccio la spesa con la tessera alimentare a punti. Ma tante volte mi sento tanto solo”. Francesco ha il volto del trauma che resterà, quando metteremo via le mascherine e i guanti e il disinfettante, e la distanza fisica sarà un ricordo. Gli occhi di Francesco sono già attraversati da due emozioni distinte, Una racconta gratitudine, l’altra – incattivita – ha lo sguardo dell’umanità corrosa. È il contagio invisibile. L’indisponibilità. E la paura dei poveri. “È da qui che dobbiamo ripartire, dice don Ben, dalla rielaborazione di questi traumi. Queste persone fino a tre mesi fa non si sentivano vulnerabili e riprendersi non è scontato. Chi nella propria vita ha sperimentato cosa significhi chiedere aiuto, tendere la mano, se lo dimentica difficilmente”.

di FRANCESCA MANNOCCHI e ALESSIO ROMENZI

FONTE L’Espresso

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