Cari Orvietani, vi spiego perché senza il Teatro Mancinelli non potrete più chiamarvi Città!

Orvieto è ovviamente una città plurale. Non ha un centro e una periferia, con strade consolari o meno che a raggiera fanno raggiungere il primo dalle seconde, e viceversa, in modo lineare. Quello che alcuni Orvietani si ostinano a chiamare Città è solo uno dei tanti nuclei abitativi, come un gruppo di stelle che si ritrovano a muoversi tutte insieme verso la medesima direzione.

La spiegazione la si può ricercare, oltre che nella storia, nelle tradizioni, nelle abitudini inveterate, anche nel prestigio della cornice medievale della Rupe, atteso che la parte etrusca è visibile o perché pietrificata nelle necropoli, o perché urbanisticamente riconoscibile in alcune zone, su una mappa delle strade e delle costruzioni.
Il Duomo, il Pozzo di San Patrizio, lo stesso Municipio sono sedi storiche della vita sociale di Orvieto, rappresentando già più laicamente il modello dell’abbazia medievale, ossia della collettivizzazione da parte di schiavi e liberti delle antiche ville romane, organizzate latifondisticamente, con costruzioni signorili o meno e il contado intorno.

Col passare del tempo, l’emergere della per alcuni vituperabile borghesia, delle sue istanze autenticamente rivoluzionarie nel senso del cambiamento economico e culturale delle città europee, e quindi anche di Orvieto, ha fatto sì che i centri di aggregazioni religiosa fossero abbandonati ai loro toni apocalittici, che non a caso annacquavano, e che vi fossero luoghi di laicità e di democrazia a chiedere l’apporto di idee ed energie alla popolazione.

Il Municipio, che raccoglie anche araldicamente le sensibilità non solo dei rioni e dei quartieri di una città, ma anche delle frazioni e dei borghi del circondario, rimaneva e rimane tuttavia appannaggio di alcune famiglie che, nell’Italia Centrale, si tramandano da decenni un pensiero attivo sulla cosa pubblica.

Cari Orvietani, l’unico autentico luogo in cui tutti voi, e lo dico da forestiero, assumete non solo consapevolezza della vostra comunità ma anche una cultura della complicità fra di voi, complicità linguistica e aneddotica, è il Teatro Mancinelli. La struttura teatrale, l’ultima arrivata sul piano della valorizzazione collettiva dei luoghi, lenta a sopraggiungere come la Verità, ha rispetto a illusioni e sogni coltivati sui diversi poteri (religioso, politico, giudiziario…) anche altre caratteristiche che ne fanno un luogo prezioso.

Il Teatro, per definizione, è luogo multifunzionale, multimediale, chiama alla interattività. È unico nella sua democraticità sostanziale. Rappresenta le sensibilità e a volte le istanze di tutte le parti sociali, diverse ma bisognose di uguale dignità. È nel Teatro Mancinelli che ho visto orvietani e non, di tutte le età, dare l’anima e il senso alle loro attività abituali. È il Teatro Mancinelli a saper dare la giusta cornice per il bisogno di prestigio, nel senso di valore da dare al proprio lavoro, ad artisti nazionali e internazionali, qualsiasi sia la disciplina con cui scelgono di rendersi pubblici al pubblico, e mettersi in gioco. Il Teatro Mancinelli comunica orizzontalmente tra attori e pubblico, musicisti e pubblico, ballerini e pubblico l’Abisso assoluto, in alto come in basso, dell’animo umano.

Nella sua capacità di rappresentare Macrocosmi, il Teatro Mancinelli chiama a sè tutti i microcosmi, le piccole realtà, le frazioni, i rioni, altre città e borghi. È un patrimonio culturale nazionale, un nodo essenziale tra Roma e Firenze. È il motivo che più di ogni altro rende Orvieto, sopra e sotto la Rupe, Città.

Cari Orvietani, vorrei che rifletteste. Non v’è parrocchia o baretto, non esiste campo sportivo o palestra che vi riesca a raccogliere tutti. Solo il Teatro che vi siete dati il privilegio di possedere può. Perseguite quell’intenzione, raccoglietevi intorno alla struttura e ai suoi lavoratori, a chi vorrà formarsi lì dentro tecnicamente, attorialmente, musicalmente, coreograficamente.

Per farlo, tornate a nutrire un’economia complessa e dinamica. Il modello Te.Ma. è non solo superato dai tempi, ma irripetibile. Non si può pensare a una struttura culturale in termini di creazione di debito pubblico: troppe sono le vessazioni fiscali, troppi i vincoli comunitari che gli stessi favorevoli al mecenatismo pubblico politicamente assecondano e non contestano.

No. Il Teatro, come CRO, avrebbe bisogno di una sottoscrizione popolare. Diversamente dalla Banca, per cui i creditori essenzialmente orvietani avrebbero potuto aspirare a diventarne azionariato diffuso, qui si è ancora in tempo. Oltre alle strade che legittimamente l’Amministrazione sta individuando nella sua azione politica, ve ne sono alcune degne di nota, come una società di impresari, a socio unico o meno, o cooperativa, o ancora l’azionariato popolare.

Certamente, la necessità di riassorbimento dei tecnici audio video luci ecc… e l’indispensabile Direttore Artistico, in grado di fornire un calendario teatrale estivo un po’ più orientato al turista e uno invernale più per noi che vi giriamo abitudinalmente intorno, sono punti fermi di una eventuale trattativa tra pubblico e privato.
Perché il sogno che va coltivato, sul Teatro Mancinelli, è quello di renderlo società privata, o meglio una struttura in comodato gratuito o in affitto, dalla cui attività il Comune ricavi parecchi soldi perché poi possa abbassare la sua parte di pressione fiscale su cittadini e imprese.

Va però incoraggiato al contempo chi chiede quantomeno un minimo di impegno culturale all’interno di un quadro amministrativo ampio, attraverso meccanismi di moral suason e un impegno contrattualistico che vada a incidere su alcune delle scelte calendarizzabili del gestore privato.

Lo scopo è, nel rispetto delle regole di distanziamento sociale introdotte dal Covid19, riaprire il Teatro Mancinelli, e restituire alle comunità che compongono Orvieto l’idea essere una sola, importante Città.

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