C’è chi non dimentica. In perfetta sintonia con i propri bioritmi, i mezzi di comunicazione di massa hanno rapidamente archiviato lo sciame mediatico sul centenario felliniano; qualcuno però non cede all’intercalare della memoria ed ha in mente altre narrazioni, perché un sogno non si può dimenticare all’alba.

Le “Visioni oniriche felliniane” sono un’ironica e colorata “metafora estetica” interamente dedicata al massimo regista del cinema italiano.

Notate come ironico sia l’anagramma di onirico.
In effetti mai realtà e sogno sono stati tanto vicini come nell’arte di Federico Fellini e guardare la vita dalla parte del sogno è come un filo di Arianna dedicato a pedinare il genio di Rimini.

Se il paradosso dell’arte è raccontare le verità della vita per mezzo della finzione, Fellini spinge questo paradosso alle estreme conseguenze e il sogno diventa la strada più breve per ragguagliarci sulle trame dell’esistenza.

Qualcosa del genere lo aveva già pensato Sigmund Freud.
Del resto cos’è l’invenzione dei Lumière se non una galleria nel sogno?

Le biografie raccontano che Fellini (Rimini, 20/1/1920 – Roma, 31/10/1993) è stato uno dei più importanti registi della storia del cinema mondiale; in realtà è stato molto di più: è stato sceneggiatore, fumettista, autore radiofonico e scrittore. Ma è stato anche esteta e affabulatore massimo. Si potrebbe infine compendiare questa proliferante condensazione di sfumature riconoscendo che Federico Fellini è stato tra i più grandi umanisti del ‘900.

Gli umanisti amavano guardare la vita in direzione antropocentrica e concepivano cultura arte e scienza come un continuum il cui baricentro è l’uomo.
Nelle opere di Fellini testo, trama, cromatismi e geometrie sono il materiale plastico di una sintassi estetica ed umanistica; in più Fellini ha aggiunto il sogno e la leggerezza.
I personaggi stralunati (come l’insuperabile Gelsomina), i generosi décolleté, le celebri inquadrature post-realistiche sono i solchi profondi lasciati alla nostra memoria collettiva; una perizia d’autore sull’Homo oniricus.

Questo un rapido riepilogo dei suoi capolavori: il fanta-realistico Lo sceicco bianco, il film dell’esordio, con una straordinaria prova d’attore di Alberto Sordi, I vitelloni, uno dei primi spaccati di vita di provincia; il film che gli darà fama internazionale. La grande consacrazione arriva con La strada (1954), girato quasi interamente nel comune di Bagnoregio (Viterbo); location ideale per raccontare le vicende dei girovaghi Gelsomina e Zampanò nel piccolo mondo contadino. Nessuno come la civiltà contadina del dopoguerra appariva dotato dell’innocenza necessaria per star dietro ai sogni.

Poi ancora Le notti di Cabiria, 8½, Amarcord, Giulietta degli spiriti etc.
Non meno ricco è il palmares dei riconoscimenti: quattro premi Oscar per il miglior film straniero a La strada, Le notti di Cabiria, 8½ e Amarcord. Dodici le candidature al predetto premio. Oscar alla carriera nel 1993. Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1960 e Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985. Ha vinto anche due volte il Festival di Mosca (1963 e 1987).

Pochi sanno che Fellini era anche un fine umorista: ecco due sue fulminanti battute: “L’unico vero realista è il visionario”; “Felliniano… Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo”.
Cento anni di Fellini e di storia del cinema che è anche la nostra, da celebrare e ricordare.

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