Questo ospedale sembra lo scherzo di un destino triste.

Un baffo a forma di esse sfuggito dal tratto di una mina che corre tra le dita della mano di un ingegnere nervoso in preda a trance creativa.

Dall’alto m’appare come una serpe strisciante.

Sono all’ingresso.

Esami di routine di una amica neo mamma.

Spingo il passeggino in cui il suo piccolo dorme.

Come se uscisse da una nuvola, in fondo al corridoio compare Lei.

Il foulard che le copre la testa nasconde male i capelli assenti. Cammina esile con dignità ineccepibile, sfidando ad ogni passo le leggi della gravità portando su di sé il peso talmente devastante delle terapie che finire a terra, verso di essa schiacciati o da essa attratti poca importa, sarebbe la miglior cosa, l’unica da sperare.

Invece, no.

Passo dopo passo la fatica d’andare avanti diventa forza, i polmoni nella ricerca spasmodica di un respiro più ampio trovano il ritmo della serenità, il cuore rulla come un tamburo ma con cadenze sempre più lievi.

Il desiderio di morire diventa ansia di vita.

“Madre

quanto pesa ogni mio passo

mentre la vista rimane annacquata dalle lacrime

se ricordo i tuoi ultimi giorni

così simili a questi  miei…”

Non puoi dire di star bene se non hai attraversato il deserto del dolore.

E non puoi apprezzare quanto è piacevole ogni Paradiso possibile se non sei stato un po’ ospite anche in tutti gli Inferni.

Una preghiera blasfema esce rabbiosa: perché?

La donna mi oltrepassa lungo il corridoio ignoto della vita.

Tante porte su di esso si aprono.

Vale la pena, ormai, aprirle tutte?

Citando Pavese, il rumore dei passi che s’allontanano strusciando il suolo lascia echeggiare una supplica: non vorrei crepare.

Il cuore mi si domanda come e se  può esistere un dio migliore.

Ho bisogno d’aria, devo uscire a respirare.

Fuori esplode finalmente l’estate, una estate alla quale saremmo dovuti arrivare migliori mentre ci ritroviamo, se poteva accadere, peggiori di prima.

L’uomo è uno studente distratto.

Dimentica di ricordare.

Nel passeggino quest’Angelo dorme ancora.

Pugni serrati, già lotta.

Un pensiero mi rilassa, allora.

In fondo è questa l’immagine di un Dio e di un Mondo migliore.

Ponzio Pelato.

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