Dopo che TPI ha raccontato per primo la vicenda dei ragazzi friulani con le magliette “Centro stupri” e il tavolo in discoteca prenotato con lo stesso nome, dalle parti di Udine è accaduto il finimondo. Il proprietario della discoteca di Lignano è stato convocato in questura oggi pomeriggio e, come racconta Telefriuli, la consigliera Cinzia del Torre ha chiesto di conoscere i nomi dei ragazzi per denunciarli.

Sul fatto, come segnalato dal quotidiano UdineToday, sta anche indagando la Digos. L’ipotesi di reato (abbastanza improbabile, va detto), è di istigazione. O, al massimo, come sottolineato dalla consigliera “apologia di reato”. Ma perché tanto rumore? E’ davvero “solo” la t-shirt o quel nome sulla targhetta in discoteca la ragione per cui i ragazzi friulani sono sulla bocca di tutti, e non solo ad Udine? No. I ragazzi sono tutti della Udine bene, alcuni figli di potenti e conosciutissimi imprenditori locali e non è un caso che certa stampa abbia trattato la vicenda in maniera anomala, con una particolare attenzione alla privacy non solo dei ragazzi (tutti più che maggiorenni, alcuni dei quali studenti a Milano) ma anche del ristorante in cui sono state scattate alcune delle foto incriminate.

Se infatti la discoteca Kursaal in cui i giovani avevano prenotato il tavolo a nome Centro Stupri è stata sempre citata, il ristorante in cui avevano postato con le maglie “Centro Stupri” e “l’uomo del negro” viene sempre nominato con una certa vaghezza. “Un locale della zona collinare”, lo definisce il Messaggero Veneto (quindi ne conosce bene il nome ma non lo cita, perché il Kursaal sì?). Inoltre, sempre sulla stampa, si ipotizzano conseguenze legali solo per il proprietario del Kursaal Riccardo Badolato (Quali, poi?).

E allora diciamola tutta, così chissà, magari si spiegano tante omissioni. Il ristorante nel quale si era svolta la festa di compleanno di uno dei ragazzi è il Jonny Luanie, a San Daniele. Il proprietario è il padre di uno dei ragazzi, Alberto, da molti definito “la mente” della bravata e quello che posta i contenuti decisamente peggiori (“Riapriam il lager?”, “Certe signorine dovrebbero solo prendere cazzi in bocca e star zitte”, su twitter). Il padre, Carlo Dall’Ava è un imprenditore ricco e noto a San Daniele, possiede il prosciuttificio Dok Dall’Ava e ha una decina di prosciutterie in regione. La bravata delle t-shirt è avvenuta nel suo ristorante, che non è una discoteca affollata di notte. Era decisamente più facile accorgersi che nel gruppetto col figlio presente tutti indossavano la maglietta “centro stupri”. Come mai il proprietario del Kursaal è più responsabile del Jonny Luanie e viene citato ovunque, mentre l’altro locale è “un ristorante in collina”? Doveva vigliare il proprietario di un locale e non un padre? (o, nel caso fosse assente, i dipendenti del suo ristorante) Bizzarro.
Soprattutto: il paradosso è che Carlo Dall’Ava è anche presidente provinciale Fipe-Confcommercio Udine e la “bravata” di suo figlio rischia di far chiudere un locale, ma non il suo, a quanto pare. Il proprietario del Kursaal Riccardo Badolato è arrabbiato: “C’erano anche le ragazze di alcuni di loro al tavolo ed erano in 15, devo rispondere di quello che fanno i figli degli altri? Nella mia discoteca quella targhetta è stata tolta quando ce ne siamo accorti, il cameriere piangeva per quanto l’ho rimproverato saputa la cosa. Sono tre mesi che sono chiuso, ci manca solo che mi chiudano il locale per questa storia di cui non ho colpa. Chiedano scusa i ragazzi e i genitori ed escano i nomi, perché sto pagando io per tutti”.

Nomi, anzi, cognomi, che sono: Dall’Ava, Minini, Zovatto, Diasparra, Ciotti, Cristofoli, Vidoni, Luvisoni. Alberto Diasparra, padre di uno di ragazzi, dice: “Verranno convocati sicuramente in questura tutti i ragazzi. Li ho chiamati al telefono tutti, uno per uno. Gli ho spiegato che sono fortunati e che hanno usato male la loro fortuna. Qui forse c’è il capogregge e il gregge che lo segue, ma sono comunque tutti colpevoli, compreso mio figlio. Detto ciò, spero che questa enorme cazzata, ingiustificabile, che non voglio minimizzare, non diventi una cosa più grande di quella che è. Forse la colpa è quella di averli viziati troppo, di aver dato troppo, soldi, possibilità. Io so che da padre non ho concesso sconti per questo fatto e mi va bene anche che escano i nomi, se lei li conosce, a ognuno le sue responsabilità. Sono figli di papà coglioni, hanno sbagliato. E’ il pericolo del gregge, spero abbiano imparato ”.

di  Selvaggia Lucarelli

Fonte: https://www.tpi.it/cronaca/centro-stupri-discoteca-slogan-ragazzi-cognomi-indaga-digos-20200624626430/

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