Coinvolte alcune aziende cinesi. L’accusa è di averle vendute a Estar e Protezione civile. Un giro di 45 milioni di euro. Tra i reati contestati: truffa ai danni dello Stato, violazioni alle norme sulla sicurezza. Trovati 90 irregolari.

Mascherine chirurgiche non a norma, prodotte da lavoratori in nero in decine di aziende cinesi di Prato e poi vendute a Protezione Civile ed Estar, la centrale di acquisti della Regione Toscana. È un raggiro milionario quello scoperto da procura e fiamme gialle pratesi, in una maxi operazione che ieri ha impegnato più di 250 finanzieri. Sfruttamento del lavoro e violazioni alla sicurezza, intermediazione illecita, frode nelle pubbliche forniture e truffa ai danni dello Stato: sono solo alcuni dei reati contestati ai titolari di 28 ditte del distretto tessile, tutti di nazionalità cinese. Tredici arresti, 90 lavoratori irregolari individuati e milioni di mascherine sequestrate, oltre a macchinari e conti correnti, il bilancio ancora parziale del blitz.

Il primo a finire in manette è stato il proprietario di un’azienda di pronto moda, intestata a un prestanome, che aveva riconvertito la produzione in mascherine chirurgiche. Era lui, insieme ad altri, a rifornire l’impresa di due connazionali, riuscita ad aggiudicarsi ingenti commesse per la forniture di dpi a Estar e Protezione Civile, parti lese nell’inchiesta. Alla prima la società avrebbe dovuto consegnare in tutto 6,7 milioni di pezzi, in cambio di 3,2 milioni di euro, alla seconda ben 93 milioni di dispositivi, per un importo di quasi 42 milioni. Contratti ancora in corso di esecuzione, per le quali però la ditta non possedeva i titoli richiesti.
I due, oltre ad avere pendenze con il fisco, si si servivano di decine di sub- appaltatori. Ma l’aspetto più preoccupante è che le mascherine prodotte, hanno accertato gli investigatori, non hanno mai ricevuto l’ok dall’Istituto superiore di sanità, quindi non dovevano essere distribuite. Non solo: tutte le imprese coinvolte si servivano di manodopera illegale. Impiegati in nero, molti irregolari in Italia, costretti a lavorare per produrre i dispositivi dalle 13 alle 16 ore al giorno, con un quarto d’ora di pausa. Spesso dormendo e mangiando ammassati nelle stesse fabbriche.

Il commento di Enrico Rossi: “Valuteremo se avviare un’azione legale” ha affermato il presidente toscano. E il commissario per l’Emergenza Domemico Arcuri: “I miei uffici sono parte lesa in questa grave vicenda”. Ma l’inchiesta non è finita e bisognerà capire meglio il ruolo dei vari soggetti pubblici e come le imprese cinesi abbiamo sbaragliato la concorrenza arrivando a rifornire allo Stato. Coinvolte nell’inchiesta ci sarebbero anche due società di Firenze gestite da italiani e in stretti legami con l’azienda pratese di imprenditori cinesi che avrebbero ottenuto altre commesse da parte della protezione civile. Gli accertamenti proseguono.

La protesta
“In Estar hanno usato i soldi della gente per propaganda elettorale. E non si sono fatti scrupolo di ricorrere al distretto parallelo cinese”, “ecco dove andavano i milioni per le mascherine da distribuire ai toscani con cui Rossi e il suo Pd si sono fatti propaganda elettorale in piena emergenza Coronavirus: andavano nel distretto parallelo cinese e per dispositivi non conformi”. E’ il commento del capogruppo regionale di Forza Italia Maurizio Marchetti indignato per l’inchiesta per frodi sulle mascherine. “Altro che usare le inchieste giudiziarie a mò di clava, come Rossi lamentava giusto ieri – prosegue Marchetti -. Una tempistica suggestiva, se guardata oggi nel controluce dei 14 arresti e dei milioni di mascherine sequestrate ieri e a quanto pare realizzate nella rete di produzione clandestina smantellata dalla guardia di finanza con almeno 90 lavoratori irregolari.  Nell’inchiesta la Regione risulta al momento parte lesa. Politicamente io, invece, vedo che lesi sono i toscani, presi per il naso con proclami a vuoto e i cui soldi sono stati usati da Estar come minimo senza cautele”.

FONTE: Repubblica.it

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