Si spengono le luci, si apre il sipario, su un tavolo nascosto nell’androne vibra e squilla un cellulare d’ultima generazione, si sentono i primi scricchiolii dei passi che incedono avanti e indietro tra i preziosi pavimenti in marmo, il legno degli scranni posizionati sotto la stadera e i fruscii neri del potere che risponde ai principi di eguaglianza, imparzialità e trasparenza.

« Pronto, non ti preoccupare, come al solito ci ho pensato io, nessuno oserà toccarti, sanno tutti che sei amico mio. Semmai saranno loro a doversi preoccupare, tempo al tempo, capisci a me!»

« Hai ragione, c’è corrente e corrente, il resto sono spifferi da tappare»

Dialoghi ripetuti nel corso di venti o forse trent’anni che assomigliano vagamente ai tanti più antichi intercorsi tra quei “signori” che avevano la Bibbia appoggiata sul comodino in un casale tra gli anfratti della macchia mediterranea o in una camera ricavata nel cunicolo sottoterra.

Applausi scroscianti, a scena aperta, a cura di una claque eterogenea che bacia le mani e s’inchina, politici, giornalisti, ideologi, avvocati, sportivi, dirigenti, banchieri e donzellette, coi tacchi felpati, nel banale andirivieni di un pied – à terre  in periferia.

La prova generale è andata benissimo ma le repliche, portate in lungo e in largo per tutto lo stivale, entusiasmano il pubblico pagante, la plot è sempre quella, cambiano gli attori e le comparse sotto la direzione maestrale del solito regista e…la suspense è tutta nel finale, una partita a scacchi con arroccamento ragionato, prodi gli alfieri e scacco matto a sorpresa.

“ In piedi! Entra la Corte”

La lettura del dispositivo o quella delle sentenze lascia quasi sempre perplessi, quattordici anni per una foto senza liberatoria, cinque anni per un omicidio con omissione del cadavere e inquinamento delle prove, tre anni e sei mesi per uxoricidio (ovviamente senza l’aggravante perché venticinque coltellate non lo sono), non colpevole per insufficienza di prove (lo sperpero di denaro pubblico non sembra reato, i loschi intrallazzi ripetuti e documentati neanche, palazzi di soldi nemmeno), ventotto mesi con patteggiamento e buona condotta con rapinatore da risarcire e tutto il resto è storia.

“ Ci rimettiamo alla clemenza della Corte”

Dentro la tonnara nessuno sapeva niente, forse al sardo qualcosa all’orecchio era arrivata,  i vecchi a vita non hanno mai parlato [bolge e gironi di traditori d’amor patrio?], nessuno ha mai denunciato eppure, a quanto pare, moltissimi sapevano che, al contrario di quanto sostenga e reciti la Costituzione, qui di trasparente nemmeno l’acqua che sgorga dai gabinetti di palazzo, concorsi che premiano l’associazione al partito [sì, associazione], che avvantaggiano chi si assoggetta al mago barbuto, lui sì sudato e puzzolente, atti che deviano il regolare corso della democrazia con procedimenti tesi ad annullare chi gode del consenso del popolo sovrano e ad insabbiarne altri che potrebbero arrecare danni all’amico, all’amico dell’amico, ai genitori dell’amico, ai fratelli e alle mogli o ai suoceri e ai compagni dell’amico di merende, anzi, di galà, ma vuoi mettere la gravità della nipote di Moubarak con quella del cugino del ministrino nei luoghi di pena, redenzione e rieducazione.

Chi è l’amico? Il politicante che ha bisogno di protezione perché nell’esercizio delle sue funzioni ha rubato, ha permesso iniziative illecite, ha intrecciato rapporti pesanti e ha necessità di uscirne simil pulito per continuare nel suo costante modus operandi e soprattutto deve, per forza, buttare fumo negli occhi degli elettori per non cadere, si sa che quando cadi il malaffare esce fuori senza ritegno e rispondendo ad una gioviale signora…anche lei… mi viene da dire che queste istituzioni si sono sporcate da sole e senza l’aiutino da casa.

Un do ut des coinvolgente, quel personaggio può impiegare qualcuno di famiglia, può agevolare la compravendita della residenza, nel più bel posto di città, abbassando il prezzo fino a farlo diventare una cifra simile a quella per l’acquisto di un’utilitaria di seconda mano per la maestrina dalla penna rossa.

L’amico dell’amico serve ad evitare pettegolezzi, rogne e allora si cerca una sistemazione anche per lui che arriva puntualmente dopo l’elargizione di un prestito bello solido, dopo l’archiviazione di alcune indagini, dopo la ritardata convocazione della data del processo attraverso i rinvii e quindi la benedetta prescrizione, ab illo tempore una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso.

Cui prodest?

Sicuramente a quegli uomini e a quelle donne più che mediocri, incapaci di fare politica, indegni rappresentanti delle istituzioni [volutamente minuscolo], senza cultura e senza alcuna capacità gestionale, millantatori di credito senza valori, collusi e con tanti piedi nella melma delle sabbie mobili, augurandomi che prima o poi quella melma li ingoi.

Certamente a quegli uomini e a quelle donne senza spina dorsale e piegati sotto il gioco del peggiore potere, vincitori di concorsi manovrati, nominati per motivi che esulano anche dai minimi fondamenti di legge e con i dorsi delle mani pronti a ricevere bacchettate pur di non perdere quello scatto di carriera rappresentato dai dollars [non auguro loro di finire nelle aule americane] e dalla celebrità dei ti raccomando da Trieste ad Agrigento, da Palermo e Potenza  e da Siliqua a Milano purché, tra boccoli rossi [che avrebbero fatto meglio a educare i pargoli], lunettes à la page e grigi interessanti, si portino avanti e si istituiscano in fretta quei processi dettati dalla politichetta provincial nostrana.

Ovviamente a tutti coloro che hanno le mani unte dei soldi altrui, quelli che si arricchiscono sulla pelle degli italiani, quelli che non riuscirebbero a vivere del loro, [fantomatici Prof che non hanno nemmeno saputo fare i conti per il numero chiuso delle facoltà] e speculano nei salotti delle banche scortati dai cavalli di razza, a volte sauri focati, a volte bai, qualcuno grigio pomellato,  e protetti dal re di alabastro che in questa situazione rimane, al contrario di ciò che gli spetta per compito ufficiale, seduto sulla poltrona damascata, in attesa degli eventi, ripete tutte le sere, prima di coricarsi: «Qui mi ci hanno messo e per questo devo stare zitto, nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo e da buon cattolico domani mi confesso»

“Aiutati che Dio ti aiuta”

Ci pensa il buon pastore, le pecorelle sono smarrite ma va forte il buon samaritano, tornando al Pentateuco e al Vangelo dorato, si prende per buono ciò che ci piace e il resto va velato come il Cristo ma quella è un’opera d’arte e questa no, con Santa assoluzione. Varrebbe la pena fare una minima osservazione su chi si riceve col lacchè e il tappeto rigorosamente rouge di serie e chi non si riceve perché non piace ai diversi poteri in auge, quei poteri che alienano, devastano, rubano, mercanteggiano esseri umani in cambio di voti e di  soldi, che seguono un altro Dio e che di meae culpae sul petto se ne danno a iosa ogni domenica alla messa in presenza delle alte cariche. Le processioni diventano infinite, da via della Conciliazione se ne vanno verso il centro e dal centro al tribunale, al palazzaccio è un attimo; la candelina, sui tappeti di fiori, la portano a turno tutti, oggi i forzisti e domani gli ex comunisti, i deboli cristiani dediti al riciclo, poi, non trovando loco o per paura di essere spiazzati…un partitello se lo fanno a nome proprio, io con te, tu con me e si rientra dal portone.

“ Ite, missa est!”.  Fa sempre meno paura del tono giustizialista della toga che con fare burbero e perentorio dichiara ad alta voce:

“Così è deciso, la seduta è aggiornata”.

Una domanda incalza in modo ripetuto, chi giudicherà chi, alla luce dei fatti, delle prove registrate di una giustizia marcia e maleodorante anche e specialmente nei confronti dei colleghi, di una “lex” inchiodata solo alle pareti, forse bisogna azzerare tutto e ricominciare daccapo, evitando anche i tanti seguaci di Bellomo, perché nessuno deve poter essere giudicato da costoro.

Alto il drappello, incede il ministro, il guardasigilli, guarda da un’altra parte mentre scoppiano rivolte organizzate, muoiono persone, si volatilizzano centinaia di colpevoli e molti dei quali al 41 bis e in grandi rapporti con sacerdoti particolari.

La Regina quel drappello se lo è mangiato in un boccone, lui non c’entra nulla e soprattutto non serve, le pedine cadono ad una ad una DAPpiù parti ma la partita è ancora aperta e continua col beneplacito degli italiani comodamente sdraiati sul divano davanti alla tv.

L’ultimo applauso prima che si richiuda il sipario!

Anche questa volta il velluto pesante coprirà le torbide manovre di tutti gli operatori di palcoscenico, tra i titoli di coda la frase clou della pièce – « Se canto io viene giù tutto, insieme a tutta la sinistra» – homo in pericium simul ac venit callidus, reperire effugium quaerit alterius malo –  ci starebbe bene la colonna sonora del Padrino.

Da qui in poi continuerà ad essere sottoposto a condanne esemplari solo chi si comporta e si è comportato onestamente, chi prova ad ostacolare le manovre degli octopodes e chi ha il favore degli innocenti fino a prova contraria, sempre che la formuletta si possa ancora recitare, in fondo se non si è ricevuto almeno un avviso di garanzia non si è nessuno.

Oltre a separare le carriere bisognerebbe sbattere dentro, al 41 bis che vogliono smantellare, tutti quelli che sono posti a far rispettare la Legge e che per scopi ignobili la infrangono.

Una Magistratura, come quella che appare oggi, se le prove e i fatti saranno confermati, fatta di partiti non di vento, di stampelle per una delle parti claudicanti all’interno delle urne e tesa a regolare i conti con chi osa pensarla diversamente è il peggiore di tutti i rischi che possa correre l’Italia,  nei tentacoli può finire la vita di ognuno e può finire veramente male e il popolo pagante, degno della sua terra e dei suoi antenati, del suo futuro e dei suoi figli, questo non può e non deve permetterlo, va finalmente scritta la parola FINE.

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