Lo storico De Luna: i cittadini hanno resistito e pretendono concretezza per uscire dalla crisi. “Servirebbe una nuova classe dirigente”

 L’occhio e l’orecchio dello storico per esaminare l’Italia del dopo lockdown, per captare (e vagliare) i segnali contrastanti in arrivo dal Paese profondo. A 77 anni, Giovanni De Luna, già professore di storia contemporanea all’Università di Torino, non rinuncia a un approccio cauto e misurato. Vede, ascolta, considera. E lo spettacolo di una politica affezionata alle repliche, alla voglia di riaprire l’antico teatrino mentre il Paese domanda chiarezza e progetti, gli appare un rischio “eccessivo, sproporzionato e soprattutto pericoloso” rispetto alla gravità del momento.

Che succede, professore? La crisi a settembre o forse no, le trame nell’ombra, la fibrillazione dei partiti, il balletto degli Stati generali dell’economia, la burocrazia sempre in agguato: il deja-vu incombe?

“Veniamo da un periodo eccezionale. Con un numero di vittime spropositato. In una tragedia senza precedenti. Un’esperienza estrema durante la quale tutto è cambiato, dai gesti di sopravvivenza quotidiana ai nuovi codici di comportamento sociale. Il Paese ha retto ispirandosi al principio di concretezza. E altrettanta concretezza ora pretende per uscire dalla crisi”.

Invece si avverte la voglia di sgambetti all’interno della maggioranza e di spallate dall’opposizione.

“A me preme fissare un principio universale. Una classe politica che nel recente passato ha ceduto potere e vissuto supplenze – dall’azione della magistratura alla tracotanza dei mercati finanziari – e da ultimo è stata costretta a condividere le decisioni con una scienza pur condizionata da fragilità e dubbi, o ritrova autorevolezza abbandonando il vociare scomposto di questi anni o si condanna a un’ulteriore perdità di credibilità”.

La gente è inquieta. Anche lei paventa un autunno di piazza?

“All’inquietudine non associo valori negativi: c’è chi è inquieto perché non si sgomenta e avrebbe solo voglia di rimboccarsi le maniche; chi fa il pianto greco e attende soluzioni dall’alto. Ma in definitiva tutti pretendono efficacia nell’azione di governo. La pandemia ha cambiato la percezione. Nessuno ha più tempo per narrazioni astratte. Il principio di responsabilità deve emergere”.

Come?

“I mesi appena trascorsi hanno sdoganato stili pragmatici di governo in tutti i territori. Zaia in Veneto, Bonaccini in Emilia Romagna e De Luca in Campania sono risultati autorevoli per l’efficacia dell’azione. Fontana in Lombardia e Cirio in Piemonte al contrario hanno fallito. Però, dappertutto, istituzioni e cittadini hanno condiviso il linguaggio del riscontro immediato. Da amministrazione in tempo di guerra. Dalle regioni si è così attivato un protagonismo forte e diretto che anticipa la chiamata di una nuova classe dirigente”.

Il Covid come un conflitto. E il dopo Covid?

“Il dopoguerra diede all’Italia uomini politici straordinari. Ora qui non vedo De Gasperi, però che una nuova dinamica di legittimazione si sia attivata mi pare indiscutibile. Il brillante eloquio in tv non può più essere il metro di selezione dei futuri leader”.

Se ogni crisi crea opportunità, quali sono le priorità italiane?

“Filosoficamente, io ne individuo una: rimettere in discussione i modelli precedenti. La nuova normalità non deve essere quella di prima, ma un generale ripensamento di ogni aspetto della vita”.

Un esempio?

“Parlo della scuola e dell’università, i settori che conosco meglio. La didattica in presenza è importantissima, vero, ma sarebbe sbagliato a questo punto non affiancarla a un programma mirato e complementare di insegnamento a distanza. Il progresso non si costruisce recuperando il format di prima”.

Però i nostagici abbondano.

“Vero, ma – nella tragedia – la pandemia ha tracciato una riga. Chi, nel mondo del lavoro, d’ora in poi potrà contrastare lo smartworking? Ora passato e presente vanno rimodulati in velocità. Secondo standard europei”.

La Ue tifa per noi?

“Sulla spinta dell’emergenza e delle misure finanziarie straordinarie già programmate o in discussione, l’Italia può rigenerarsi oltre ogni attesa. A patto di tagliare lacci e lacciuoli”

Non sembra ottimista.

“Gli storici provano a proiettarsi oltre la cronaca, e in ogni caso io preferisco sospendere il giudizio. L’arco temporale degli interventi di Bce e Ue a sostegno dell’economia definirà la durata della sfida-Paese e il risultato di questa partita”.

Da nazione iperindebitata, cosa ci giochiamo oltre al benessere?

“La tenuta della democrazia. Lo choc di un fallimento potrebbe generare seduzioni autoritarie. Se non, addirittura, tentazioni”.

Fonte: https://www.quotidiano.net/cronaca/covid-19-italia-1.5202865

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *