Nel giorno della festa dell’Arma dei Carabinieri, vorremmo ricordare un grande generale e un Prefetto di ferro che diede lustro alla Benemerita e all’Italia: Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Carlo Alberto dalla Chiesa era nato a Saluzzo, il 27 settembre 1920.

Il padre Romano era un carabiniere, che nel 1955 diventò vice-comandante generale dell’Arma. Ventunenne, il giovane Carlo Alberto partecipò alla guerra in Montenegro con il grado di sottotenente e divenne ufficiale di complemento di fanteria nel 1942. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale entrò a far parte dell’Arma dei Carabinieri, seguendo le orme paterne.

Al termine della guerra, venne promosso al grado di Capitano e fu inviato a comandare una tenenza a Bari, luogo dove conseguì le lauree in Giurisprudenza e in Scienze Politiche. A Bari incontrò Dora Fabbo, che sposò nel 1946.

Successivamente venne inviato a Casoria, dove si occupò di lotta al banditismo; in questo periodo nacque la prima figlia, Rita. Nel 1949 venne inviato in Sicilia al Comando Forze Repressione Banditismo, guidato dal colonnello Ugo Luca.

La sua carriera fu brillante e condusse con valore sia la lotta al terrorismo sia alla mafia.

Dal dicembre 1979 al dicembre 1981 comandò la prestigiosa Divisione Pastrengo a Milano per poi arrivare nel 1982 alla massima carica per un carabiniere: vice Comandante Generale dell’Arma.

Fondò il Nucleo Speciale Antiterrorismo.
Con le promozioni arrivano altre decorazioni: croce d’oro per anzianità di servizio, medaglia d’oro di lungo comando, distintivo di ferita in servizio, una Medaglia d’Argento al Valor Militare, una di Bronzo al Valor Civile, 38 encomi solenni, una medaglia mauriziana.

Al suo fianco, dopo la morte dell’amatissima moglie Dora Fabbo, c’è una seconda moglie giovanissima e decisa: Emanuela Setti-Carraro.

Il 16 dicembre 1981 venne promosso alla carica di Vice Comandante Generale dell’Arma, ruolo già ricoperto dal padre quasi trent’anni prima, a Roma. Restò in carica fino al 5 maggio 1982, quando fu nominato Prefetto di Palermo.

Alla nomina a Prefetto di Palermo il ministro degli Interni, Virginio Rognoni, comincia a pensarci poco prima delle festività natalizie del 1981.

L’escalation mafiosa era fortissima e l’austero generale sembrava la persona giusta per arrestarla.

Nel marzo 1982, Rognoni, comunica a Dalla Chiesa la nuova nomina.
“Caro generale, lei va a Palermo non come Prefetto ordinario ma con il compito di coordinare tutte le informazioni sull’universo mafioso”. Il Ministro conta di dargli tutti i poteri in vigore per il suo compito;
L’esperto generale vorrebbe poteri reali, uomini, mezzi e fondi ( che saranno concessi solo al suo successore).

A maggio 1981, giunto a Villa Whitaker, trova una situazione pesante perché è scoppiata una gran guerra tra le cosche.

Nell’estate in cui c’è Dalla Chiesa a Palermo ci sono 52 morti e 20 lupare bianche.

Significativo uno scambio di battute a distanza sui giornali.
Dalla Chiesa: “C’è una crescita della mafia, che va radicandosi anche come realtà politico-malavitosa”.

Martellucci: “Io ho la vista acuta, eppure non ho mai visto la mafia”.
Dalla Chiesa, alla commemorazione del Colonnello dei Carabinieri Russo ucciso dalla mafia: “Aveva tutti e cinque i sensi sviluppati, ma la mafia l’ha ammazzato”.
Il prefetto di Catania: “La mafia, qui da noi, non esiste”. Il generale capisce che deve muoversi in fretta, prima che sia troppo tardi. Il primo giorno da Prefetto a Palermo si fa portare a Villa Whitaker da un tassista. Altre volte si fa vedere a sorpresa tra la gente, incontra gli allievi dei licei, gli operai nei cantieri. Vuole scuotere la paura e suscitare il consenso.
Non si fa illusioni: “Certamente non sono venuto per sgominare la mafia, perché il fenomeno mafioso non lo si può sgominare in una battaglia campale, in una guerra lampo. Però vorrei riuscire a contenerlo, per poi sgominarlo”.

Anche con pochi mezzi, Dalla Chiesa agisce: arresti, denunce, indagini, perquisizioni.

Il 3 settembre 1982 Cosa Nostra decide che è il momento di risolvere il problema con trenta pallottole di Kalashnikov, che falciano Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti-Carraro mentre un altro killer liquida l’agente di scorta, Domenico Russo. Lui tentò di proteggere la moglie col suo corpo, anche se il killer spara prima a lei.

Ma la lotta alla mafia da lui intrapresa continua, anche in suo nome e in suo onore.

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