L’azzurra più vincente di sempre, nonostante mille infortuni e quel grido di dolore ad Albertville che entrò nel cuore degli italiani. Mezzo secolo di una campionessa senza tempo, capace tra Mondiali e Olimpiadi di firmare le giornate più belle nella storia del nostro sci.

Eppure, quando si va a rivedere la carriera di Deborah Compagnoni, l’unico aggettivo che può venire in mente è quello di fuoriclasse; pazienza se non ha vinto la Coppa del Mondo generale (ci ha pensato Federica Brignone a colmare quel gap storico per lo sci italiano in rosa), per la quale aveva chiaramente tutte le credenziali considerato quanto fatto vedere sin da giovanissima, perchè il palmares della donna arrivata da Santa Caterina Valfurva a conquistare il mondo rimane straordinario, con 3 titoli olimpici (e un argento in slalom a Nagano) in 3 edizioni diverse dei Giochi, prima e unica donna a riuscirci, 3 ori mondiali ottenuti nel giro di 12 mesi tra Sierra Nevada e Sestriere, oltre ad una sfera di cristallo in gigante conquistata al termine della stagione 1996/97 (quando fu quarta nella generale, miglior risultato eguagliato l’annata successiva). Sedici le vittorie nel massimo circuito (13 in gigante, 2 in super-g, 1 in slalom), una in più rispetto a Brignone, con 44 podi complessivi.

Ebbene, il 4 giugno 2020 significa mezzo secolo di vita per una campionessa senza tempo, alla quale dedicheremo per l’intera giornata uno speciale, una sorta di “Compagnoni Day” sulle orme di quanto fatto da NEVEITALIA lo scorso novembre per i 50 anni compiuti da un altro mito dello sci azzurro, Kristian Ghedina.

Sposata con Alessandro Benetton, l’uomo che porterà i campionati del mondo a Cortina e poi i Giochi Olimpici nel 2026, con il quale ha avuto tre splendidi figli, Agnese, Luce e Tobias, la stella valtellinese ha fondato nel 2002 l’associazione “Sciare per la vita”, dedita alla lotta contro la leucemia e dedicata alla cugina Barbara, scomparsa a soli 19 anni.

Sempre lontana dalle luci dei riflettori, ormai da oltre un ventennio quando chiuse a Sierra Nevada, nel marzo 1999, la sua meravigliosa avventura nel circo bianco, Deborah illuminava semplicemente le piste di tutto il mondo. Sin da junior, precocissima a medaglia nei Mondiali di categoria 1986 e oro in gigante a Saelen un anno più tardi. Proprio nel finale del 1987, gli esordi in Coppa del Mondo sono da sogno, con due top 5 nella velocità tra Sestriere e Val d’Isère. Sembra tutto scritto, ma il primo infortunio al ginocchio destro (saltano il crociato e i legamenti collaterali) spezza i sogni, anche se sarà ancora più grave il blocco intestinale che, nel 1990, mette in pericolo la vita stessa del talento più atteso in circolazione.

In pratica, bisognerà attendere dal 1988 sino all’inizio della stagione 1991/92 per rivedere la Compagnoni in condizioni di poter fare risultato. Ed è un chiaro segno del destino il primo podio in Coppa del Mondo arrivato proprio sulle nevi di casa, nel gigante di Santa Caterina Valfurva dell’8 dicembre 1991, con il 2° posto alle spalle di Vreni Schneider. A fine gennaio ecco il primo successo, in super-g a Morzine, e il viaggio verso i suoi primi Giochi Olimpici ad Albertville. Sulla pista di Méribel, il 18 febbraio 1992 Deborah stravince il super-g, nello stesso giorno in cui Alberto Tomba si laurea a sua volta campione olimpico di gigante (bissando il trionfo di Calgary tra le porte larghe).

La giornata più bella nella storia del nostro sci, seguita 24 ore più tardi da una di quelle più brutte, con la valtellinese che parte in gigante per andare a prendersi un altro oro, ma scivola dopo pochi secondi di gara e si tiene forte il ginocchio sinistro, quello “sano”; l’urlo di dolore è straziante, per lei e chi la segue, compresi milioni di italiani davanti alla TV. Rimarrà un’immagine simbolo, che si legherà indissolubilmente alla successiva, ennesima rinascita. Certo, Debby deve rinunciare in pratica alle specialità veloci, dove avrebbe potuto vincere tutto e lottare per la Coppa del Mondo assoluta, per non sovraccaricare le ginocchia. Arriverà una seconda e ultima vittoria in super-g, il 7 marzo 1993 e di nuovo a Morzine, ma il vero rientro ad altissimo livello avviene nella stagione 1993/94, con tre vittorie nei giganti di coppa e il secondo titolo olimpico, questa volta tra le porte larghe, nel gelo di Lillehammer.

I problemi alle cartilagini delle ginocchia sono tutt’altro che risolti, non a caso nei successivi due anni arriverà solo un successo, l’8 gennaio 1995 nel gigante di Haus im Ennstal, poi la magia di Sierra Nevada dà il via ai 24 mesi più belli dell’intera carriera. Sì, perchè il primo titolo mondiale conquistato nel gigante sulle nevi spagnole, rimontando nella 2^ manche (ricordate la clamorosa uscita di Sonja Nef?), fornisce alla Compagnoni lo sprint per tornare quella di un tempo. Neppure dieci giorni più tardi domina a Narvik, in quel 2 marzo 1996 che significa prima tripletta nella storia dello sci femminile azzurro con Panzanini e Kostner al suo fianco sul podio del gigante norvegese, poi la stagione 1996/97 segna l’apertura di una striscia incredibile. Deborah si impone per la prima e unica volta in uno slalom di coppa (29 dicembre 1996) a Semmering, ma è dall’uno-due di Zwiesel che infila una serie di otto giganti consecutivi nel massimo circuito, che coincideranno anche con le ultime otto perle della carriera in CdM.

Serie che diventa di 9 successi nella specialità considerando i campionati del mondo a Sestriere: sulla “Kandahar G.A. Agnelli”, la stella azzurra entra di diritto nella leggenda con la doppietta tra slalom, dominato davanti a Lara Magoni per una magica doppietta tutta italiana, e gigante.

A fine stagione arriverà un altro hurrà nel gigante delle finali di Vail e la coppa di specialità, poi la seconda parte di quella serie straordinaria con 4 giganti vinti sino a gennaio 1998, sino a quello del 6 mese a due passi da casa, a Bormio (ricordate il primo podio a Santa Caterina Valfurva?). L’ultimo grande obiettivo diventano così i Giochi di Nagano, dove Deborah si presenta tirata a puntino: in slalom è argento per soli 6 centesimi, beffata nel tratto finale dalla rimontante Hilde Gerg, ma in gigante non c’è proprio storia. Terzo titolo olimpico rifilando 1”80 ad Alexandra Meissnitzer, la storia è compiuta.

L’ultima stagione in coppa non la vedrà più sugli stessi standard, ma ci regalerà gli ultimi due podi tra l’opening di Soelden (terza) e un altro gigante in Val d’Isère (seconda). Il fisico non può più reggere, anche se la testa vorrebbe arrivare sino alle sue finali di Coppa del Mondo, quelle previste a Bormio nel 2000. Nel marzo 1999, saranno le gare conclusive di Sierra Nevada a porre la parola fine su una carriera più unica che rara.

Fonte: https://www.neveitalia.it/sport/scialpino/femminile/news/4-giugno-1970-la-nascita-della-regina-delle-nevi-auguri-deborah-compagnoni?refresh_ce-cp

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