La società “Stretto di Messina”, formata da Anas, Rfi e Stato, è in liquidazione ma continua a bruciare risorse pubbliche

Ogni parola, un costo. Ogni polemica, un altro costo. Ogni frase al vento, ancora un costo. Quando si parla di Ponte sullo Stretto, e se ne parla almeno una volta all’anno con annunci e scontri di rito, non tutti sanno che quel disegno di carta, quel Ponte, costa. E costa ogni giorno dal 1981. Anche oggi, mentre scriviamo questo articolo.

Sì, perché nella furia di fare il Ponte, culminata negli anni berlusconiani in un appalto, e nella contro-furia di chiudere questa partita costosissima quando l’Italia stava andando dritta verso il default, nel 2012, pochi sanno che c’è una spa che in nome di quel progetto resta ancora in piedi: la “Stretto di Messina”. Una società di Anas, Rfi e Stato in liquidazione dal 2013. Ma questa liquidazione non si chiude per i tanti contenziosi nati dallo stop improvviso al progetto. Contenziosi con il gruppo Eurolink, capitanato dalla Impregilo che ha presentato richieste di risarcimento danni per 700 milioni di euro, e con i titolari dei terreni che hanno chiesto il pagamento dell’esproprio.

Così, mentre si fa un gran parlare sulla realizzazione o meno del Ponte, questa società negli ultimi dieci anni è costata quasi 20 milioni di euro per pagare dipendenti, un liquidatore, un collegio di revisori dei conti, spese di manutenzione e piccoli appalti per servizi non proprio fondamentali, come l’abbonamento al Sole 24 ore o a una rivista fiscale. L’ultimo bilancio, quello del 2018, si è chiuso con una spesa pari a circa 500mila euro l’anno, anche se la spa non ha più dipendenti.

Il commissario liquidatore è Vincenzo Fortunato, avvocato molto noto e già capo di gabinetto del ministro Tremonti nel secondo governo Berlusconi (ma rimasto capo di gabinetto in ministeri anche dei governi Prodi e Monti): per lui un compenso da 120mila euro l’anno come parte fissa, più 40mila di parte variabile. Il collegio dei revisori, composto da tre commercialisti, prevede un compenso di novemila euro per il presidente e di seimila euro per gli altri due componenti. La società di revisione Ey ha un compenso di 36mila euro per gli anni 2018, 2019 e 2020.

Tra le spese per servizi segnalate all’Autorità anticorruzione nel 2019, la società “Stretto di Messina” registra 1.800 euro per “apparecchiature informatiche”; di 269 euro per l’abbonamento annuale al Sole 24 ore, di 200 euro alla stessa azienda editoriale per la Settimana fiscale, di quattromila euro “all’Ufficio Idea” per acquisti di cancelleria varia, più altri micro-affidamenti da mille a duemila euro a uffici di ingegneria e tecnici. Nell’ultimo bilancio approvato si legge che dal 2007 al 2017 la società ha ricevuto dal ministero dei Trasporti 18,6 milioni di euro per spese varie di funzionamento, ai quali occorre aggiungere 1,6 milioni per una rata ancora non pagata dal ministero.

Ma perché questa spa resta ancora in piedi? La Corte dei conti ha segnalato il caso, sospettando anche un possibile profilo di danno erariale, e ha invitato il legislatore a intervenire: perché basterebbe una leggina di un rigo per trasferire l’eventuale contenzioso in capo ai soci della spa e chiudere questo carrozzone che negli anni d’oro costava anche sette milioni l’anno solo per pagare gli stipendi dei 52 dipendenti ma che ancora oggi continua a bruciare risorse pubbliche per una cosa che non c’è. Ma per questo sogno, per alcuni, o minaccia, per altri, di soldi dal 1981 ne sono stati gettati al vento davvero tanti. Secondo la Corte dei conti almeno 300 milioni in quarant’anni.

FONTE: La Repubblica.it

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