La Tuscia si conferma la meta ideale per un viaggio alla riscoperta di un passato dimenticato, storie affascinanti di quando questo territorio era al centro del mondo. Oggi andiamo alla scoperta di una Pompei cancellata dalla storia che aspetta di rivedere la luce.

Faleri Novii è sepolta a metà strada tra Fabrica di Roma e Civita Castellana, dell’antica città sono visibili imponenti tratti di mura, magnifiche porte d’accesso e tracce di ruderi disseminati nella campagna.
Per raccontare la storia di Falerii Novi e della sua bellissima abbazia dobbiamo partire da molto lontano, in un tempo, precedente alla nascita di Roma, quando nella Tuscia convivevano gli etruschi e i falisci, popolazioni diverse, spesso confuse tra loro perché avevano molti punti di contatto.

Si racconta che già intorno al IX secolo A. C. i falisci popolavano un territorio compreso tra il monte Soratte, il Tevere e i monti Cimini. La zona abbondava d’acqua dolce, di fertili campagne pianeggianti ed era circondata da boschi di querce. Sui pianori tufacei tipici del territorio si innalzavano vari centri abitati, il più importante dei quali era Falerii Veteres, una città magnifica paragonabile per grandezza e bellezza ai maggiori centri etruschi.
La convivenza pacifica terminò quando sulla scena entrò in gioco Roma. Città guerriera con fortissime smanie espansionistiche.
Nel V secolo il popolo falisco tentò di arginarne la dirompente avanzata alleandosi proprio con le città-stato etrusche, ma a nulla valsero le battaglie sanguinose o la strenua resistenza al nemico.
Falerii Veteres fu conquistata e i falisci dovettero piegarsi agli usi e ai costumi dei conquistatori, riuscendo a conservare in parte la propria autonomia.
Anni di tregue si alternarono a turbolenti rivolte, Il carattere fiero dei falisci rivoleva la libertà, ma ogni tentativo di ribellione si concludeva con la vittoria dell’esercito romano.  Finché nel 241 A.C. l’ultima rivolta provocò la terribile reazione dei romani.

In quel periodo Roma era impegnata nella guerra contro Cartagine, mostrare il pugno duro contro la città falisca doveva servire da monito per tutti i nemici della Repubblica. Due eserciti furono inviati velocemente contro Falerii, l’ordine non lasciava alcun dubbio: distruzione totale. La logica crudele e infame di ogni guerra.
La città fu messa a ferro e fuoco, saccheggiata e incendiata, fu risparmiato solo il grande tempio della dea Giunone Curite, mentre un numero impressionante di vite umane fu cancellato in soli sei giorni.

La popolazione superstite fu spostata in un luogo facilmente controllabile, una vasta pianura senza difese naturali, dove fu costruito un nuovo centro abitato che prese, appunto, il nome di Falerii Novi.
Una città di tipo militare che seguiva il classico schema urbanistico a scacchiera, circondata da una possente cinta muraria e fortificata da torri difensive, il cui numero è ancora incerto (qualche studioso presume siano 54, altri indicano 80).

Nel corso degli anni la città fu attraversata anche da una strada consolare: la via Amerina. La via seguiva gli antichi tracciati falisci, probabilmente strade già utilizzate per la transumanza e per i commerci. Il percorso originario collegava Veio con Ameria (Amelia, in Umbria), i romani proseguirono la strada fino a Perugia dove s’immetteva nella via Flaminia.
La via Amerina diventò strategica soprattutto verso la fine dell’Impero perché era uno dei collegamenti principali tra Roma e Ravenna, successivamente fu utilizzata dagli eserciti barbarici per penetrare agevolmente nel territorio.
Falerii Novi costruita in tempo di pace quando i romani non temevano alcuna minaccia, si rivelò una scelta scellerata a causa della sua posizione indifendibile, gradualmente la popolazione si trasferì dove un tempo si ergeva la più bella città dei falisci. L’alta rupe tufacea era il luogo ideale per garantire la sicurezza degli abitanti.
La storia restituiva ciò che era stato oltraggiato, perché le città nascono per destino e non per imposizione. Falerii Veteres tornò a vivere, con il tempo sarebbe diventata l’attuale Civita Castellana.

Falerii Novi, come era prevedibile, fu distrutta dai barbari. La storia minuta dei luoghi non ha mai date nette, la vita di tutti i giorni non si legge nei libri di scuola ma continua lentamente a dispetto degli eventi, passata l’ondata delle invasioni barbariche, Falerii Novi riprese a essere frequentata dai vecchi abitanti. Il culto dei morti, la preghiera, la devozione cristiana muoveva uomini e donne verso le catacombe e le reliquie dei santi Gratiliano e Felicissima. Esattamente il cammino inverso che, presumibilmente, doveva essere accaduto mille anni prima quando i falisci si muovevano dalla nuova città romana al tempio della dea Giunone. La storia ripete sempre se stessa in modi diversi, perché le necessità basilari dell’uomo restano immutate.

Passarono moltissimi anni, della città romana rimanevano tracce nella memoria e testimonianze di pietra tra la vegetazione, poi un giorno improvvisamente arrivarono dei monaci cistercensi provenienti da Pontigny, erano gli anni in cui i cistercensi si muovevano in tutta Europa per costruire abbazie.  La cinta muraria della vecchia città apparve ai loro occhi come una protezione perfetta.  La vasta pianura coltivabile avrebbe permesso l’autonomia e la ricchezza del monastero.
La costruzione fu favorita dal papa Eugenio III, che prima di salire al soglio di Pietro era stato abate cistercense, i lavori cominciarono tra il 1143 e il 1145. La chiesa fu edificata nello stile romanico tipico dell’ordine, semplice e lineare, quasi austero. Fu naturale riutilizzare il materiale degli antichi edifici romani. Le maestranze avevano a disposizione una selva di capitelli e colonne, bastava aggirarsi tra le rovine della vecchia città.
Il luogo rinasceva come cuore pulsante della cristianità, l’abbazia era un edificio articolato, disponeva di un chiostro, di granai, di officine e di un ospitale in cui accogliere i pellegrini.  I monaci, seguendo le regole di san Benedetto, lavoravano la terra e sbrigavano lavori manuali.
Duecento anni dopo, l’ordine cistercense entrò in crisi e lentamente il numero dei monaci diminuì. Non sappiamo con certezza cosa accadde, immaginiamo che le funzioni religiose continuarono finché ci fu qualcuno a dire messa, ma il monastero non fu più capace di sostenersi e andò in rovina.
Nel 1798 fu saccheggiato dalle truppe napoleoniche. Tempo dopo crollò anche il tetto della chiesa, il triste epilogo di un altro periodo storico.
Poco meno di trent’anni fa sono cominciati i restauri della chiesa e solo nel 2003 è stata posta sotto la tutela della Soprintendenza per i beni archeologici dell’Etruria meridionale.

L’abbazia di Santa Maria di Falerii presenta due curiose particolarità: la prima è indubbiamente affascinante, nei giorni del solstizio d’estate e del solstizio d’inverno, al sorgere del sole la luce illumina direttamente l’oculo quadrilobato dell’abside centrale. All’interno della chiesa avviene un interessante fenomeno, la luce del sole riproduce l’immagine di una colomba che sembra volare tra le pareti.  Un avvenimento che attira sempre molti appassionati e che ci racconta di come le antiche maestranze fossero a conoscenza della gnomonica. I progettisti costruivano secondo precisi calcoli matematici e astronomici, in modo che in determinati momenti dell’anno si potesse celebrare la potenza di Cristo (rappresentato dalla luce solare) sulle tenebre.
La seconda particolarità dell’abbazia è visibile già dalla struttura esterna della chiesa, la facciata si presenta suddivisa in tre navate, ma osservando il retro ci accorgiamo che ci sono cinque absidi, questo significa che le due navate laterali terminano ognuna con due cappelle, invece di una come consuetudine.  Il motivo di questa stranezza architettonica è del tutto sconosciuto.

Oggi intorno all’abbazia c’è una campagna brulla da cui emergono resti dell’antica città, proprio lì sotto esiste un’Italia delle meraviglie che aspetta invano di essere riportata alla luce. Nel tempo ha restituito capolavori come lo splendido busto di Arianna, conservato al Louvre.
Ma tutta la zona andrebbe valorizzata e preservata, pensiamo al lungo tratto di via Amerina che passa nei pressi del Rio Purgatorio, costeggiato da tombe falische scavate nel tufo, con il basolato ancora intatto su cui camminare. L’emozione indescrivibile di ritrovarsi catapultati in un’altra epoca è una sensazione assolutamente da provare, regala un senso di pace ineguagliabile.
Purtroppo spiace costatare che un nuovo temibile nemico è nuovamente alle porte, questa volta ha l’aspetto esile e delicato degli alberi di nocciole, un’invasione che sta completamente modificando il paesaggio.

 

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