Ancora una manciata di giorni e sarà terminato anche questo anomalo, per molti versi drammatico, anno scolastico…
Ora per i docenti di tutto il Bel Paese, inizia il tempo dei consigli di classe, degli scrutini, delle valutazioni.

Ovviamente, eccezionalmente, quest’anno esclusivamente in modalità online.

La quasi totalità dei docenti di ogni ordine e grado, in questo particolare momento storico dominato da questa emergenza sanitaria legata al coronavirus che ha prodotto questo insipido fenomeno della  didattica a distanza, non sanno come e cosa valutare, ingabbiati di fronte ai limiti e alle tante criticità che la didattica a distanza ha imposto.

Una didattica, questa in modalità DAD, ai limiti del costituzionalmente corretto, non riuscendo ad arrivare e coinvolgere la totalità degli alunni.

Didattica a  distanza che ha reso banale la scuola e l’insegnamento, trasformando i poveri alunni in vasi da riempire di nozioni.

Perché molti docenti, non tutti per fortuna, hanno applicato l’assunto che più compiti si danno, più si va avanti col programma, più bella figura si fa nel passare come bravi docenti col mondo esterno.

Altro fatto altamente deleterio è che con la didattica a distanza le case editrici, e soprattutto le grandi multinazionali del web, fiutando il grande profitto per loro, come iene si sono gettate nella mischia.

Cosi è avvenuto che sono stati affidati a loro tutti i nostri dati, tutta la nostra privacy, spesso senza che i docenti e le famiglie se ne siano resi effettivamente conto.

Ritornando al discorso sulla valutazione, sui voti da dare agli alunni, come primo impatto i docenti sono stati costretti a valutare sulla loro pelle il loro stato di animo e di salute, dopo tre mesi di insegnamento tramite pc .
Sicuramente ci hanno rimesso un po’di gradi della vista e si è innalzata a tutti un pò la pressione arteriosa, già solitamente altina per questa categoria di dipendenti pubblici.

Ma questo è il male minore.

La cosa più grave è che i docenti hanno perso la serenità e non solo perché un maledetto virus ha rubato loro il respiro all’aria aperta e si è appropiato delle loro consuetudini di vita, ma soprattutto perché insegnando mediante il tramite di un freddo schermo di pc hanno preso coscienza di quanto poco hanno potuto fare per i propri alunni.

All’inizio è stato un incubo per tutti, docenti, alunni e famiglie.

Tutti avevano poca dimestichezza con  piattaforme, con termini mai sentiti prima quali WE School, Zoom  ,Gsuite e diavolerie simili.

Docenti che avevano sempre avuto a che fare con una cosa sola:
insegnare in una classe con davanti  fisicamente presenti gli alunni.

Perché insegnare non è solo trasmettere sapere. È vivere in empatia con gli alunni, respirando con loro l’aria inconfondibile degli ambienti scolastici, assorbendo l’odore di penne, libri e matite insieme.
Adesso tutti si sforzano nel dire che le aule virtuali sono abbastanza simili alle aule reali e che la didattica a distanza surroga benissimo la didattica in presenza.

Sciocche chiacchiere di gente ignava di didattica o che esprime certe idee per interesse.

Chiacchiere per prendere in giro se stessi, gli alunni e le famiglie.

I genitori hanno provato a dare una mano, a collaborare, come meglio hanno potuto. Si sono armati di santa pazienza e mattina dopo mattina hanno sistemato i loro piccoli davanti uno schermo. Un po’ hanno pure preso in giro i docenti, perché spesso non si sono limitati a dare loro una mano nel fare i compiti dati di volta in volta ai loro figli.
Infatti il  più delle volte non si sono limitati ad aiutarli ma si sono prodigati nel sostituirsi a loro, anche per la sproporzionata mole di compiti recapitati quotidianamente.

Hanno fatto questo per il solito, inutile, bel voto.
La maggioranza dei docenti ce l’ha  messa tutta per cercare di concentrare la loro didattica a distanza in spiegazioni e dialoghi diretti con gli alunni.

Partendo dal presupposto che la  cosa più deleteria e mortificante per loro sarebbe stata limitare la didattica a distanza nell’inviare montagne di  inutili e pesanti schede del libro agli alunni (genitori), sulle quali  trascorrere gran parte della giornata imprecando e mandando a quel paese il docente di turno.

Compiti che sovente hanno avvelenato le giornate degli alunni e quelle dei loro genitori, giornate già pesanti e ricche di angoscianti pensieri.
In questi tre mesi di didattica a distanza non occorreva molta immaginazione ad immaginarli, gli  alunni del nostro amato Bel Paese, costretti al chiuso di quattro mura, prigionieri e quasi derisi dal motto “io resto a casa”.

Che a primo impatto può dare l’idea di una bella cosa.

Invece per un bambino o ragazzo non c’è cosa peggiore. Un bambino che non può giocare è come un usignolo con le ali tagliate, e non c’è cosa peggiore per un piccolo usignolo non poter volare.

In questi tre mesi per fortuna, alla maggioranza dei docenti, è stato chiaro che ai propri alunni, come agli alunni di tutto il mondo, non gliene importava nulla delle seriali fotocopie e pagine di libro da stampare e completare inviate loro online.
Giustamente.

Altrimenti sarebbe snaturata la loro caratteristica di bambini.

Spina dolente è che adesso i docenti questi alunni dovrebbero valutarli.

Tramutando in un voto numerico questi tre mesi di misteriosa e non definibile didattica a distanza.
L’ennesima, colossale presa in giro, per gli alunni in primis, poi per i loro genitori, e soprattutto per la salvaguardia della dignità della figura del docente.

Perché alla scuola, quella vera, reale, con la “S” maiuscola, non servono e non arrecano utilità o prestigio certe prese in giro.

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