Rapporto spietato della Corte dei Conti. Medici e protezioni insufficienti, ma per settimane nessuno si è mosso.

Quando in Italia è piombato il coronavirus avevamo sì come ministro della Salute Roberto Speranza, ma anche assai poche speranze di approntare una difesa sanitaria degna di questo nome come poi effettivamente si è visto. Lo ha raccontato in un lungo documento sullo stato della finanza pubblica la Corte dei Conti, che a differenza di altre istituzioni della Repubblica non è ancora diventata corte di Conte e non risparmia così critiche all’impreparazione e inefficienza di questo governo. Mancavano medici e infermieri (9 mila addirittura erano emigrati all’estero) più che terapie intensive, che è invece il refrain di buona parte dell’attuale maggioranza politica. Di più: «la mancanza di un efficace sistema di assistenza sul territorio ha lasciato la popolazione senza protezioni adeguate».

Perché «è sempre più evidente che una adeguata rete di assistenza sul territorio non è «solo una questione di civiltà a fronte delle difficoltà del singolo e delle persone con disabilità e cronicità, ma rappresenta l’unico strumento di difesa per affrontare e contenere con rapidità fenomeni come quello che stiamo combattendo. L’insufficienza delle risorse destinate al territorio ha reso più tardivo e ha fatto trovare disarmato il primo fronte che doveva potersi opporre al dilagare della malattia e che si è trovato esso stesso coinvolto nelle difficoltà della popolazione, pagando un prezzo in termini di vite molto alto».

I magistrati contabili hanno toccato un nervo scoperto, che si unisce alla mancanza di strumenti più che necessari all’emergenza sanitaria: dai dispositivi di protezione individuale ai ventilatori e respiratori di cui erano largamente privi i magazzini del sistema sanitario nazionale e che hanno lasciato indifesi gli italiani per lunghe settimane.

Il rapporto della Corte dei Conti arriva in un momento chiave perché anche nelle procure si sta analizzando cosa è andato storto nel mese di febbraio e nella prima parte di marzo nonostante il governo italiano avesse dichiarato l’emergenza sanitaria a fine gennaio quando già da una settimana e più aveva nelle sue mani scenari e simulazioni molto realistiche sulle proporzioni della pandemia.

Stanno indagando sulla genesi dei fatti e sugli evidenti deficit mostrati, molte procure in Lombardia come nel resto di Italia. Ed è giunto anche il tempo di ripercorrere quei fatti e le singole responsabilità delle autorità nazionali e locali anche sotto il profilo storico-politico.

Lo sta facendo la procura di Bergamo in queste ore in cui si cerca di capire perché non siano state dichiarate zona rossa i comuni di Alzano e Nembro dove il coronavirus è esploso in modo drammatico. È stato interrogato il presidente della Regione, Attilio Fontana, che ha spiegato i fatti di quei giorni, ed è in grande fibrillazione il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte che pur non essendo ancora stato convocato come teste nervosamente fa circolare una sua difesa come fosse invece un imputato.

In quel documento si cita una vecchia legge che permetteva alle Regioni di adottare misure restrittive a protezione della salute dei propri abitanti. La legge esiste, ma i fatti dimostrano l’esatto contrario: il governo poco prima della crisi di Alzano e Nembro aveva messo in mora proprio quelle norme impugnando con indignazione un’ordinanza della Regione Marche che sulla base di quella normativa aveva deciso la chiusura delle scuole.

Avendo il governo sospeso i poteri di quella ordinanza e avviato il ricorso alla Corte Costituzionale, ha intimidito tutte le altre Regioni vietando l’adozione di autonome decisioni, e quindi è sulle spalle esclusive dell’esecutivo nazionale la scelta di non fare le zone rosse ad Alzano e Nembro, come sta emergendo per altro dalla stessa inchiesta a Bergamo.

Non c’era speranza quando il virus è arrivato perché per lunghe settimane (più di un mese) il governo non si è peritato di fare gli approvvigionamenti necessari (guanti, mascherine, camici e varie protezioni del personale medico e infermieristico), che spettavano allo Stato attraverso la Consip e non alle Regioni. Per colpa di quella lunghissima perdita di tempo sono stati mandati allo sbaraglio medici di famiglia e tutto il personale delle strutture della sanità pubblica, a cui si è pensato addirittura dopo avere messo in sicurezza con ordinativi di quel materiale il personale dipendente di palazzo Chigi che non ne aveva bisogno (sarebbero entrati quasi tutti in smart working).

Ce ne è abbastanza per una inchiesta giudiziaria e politica su quelle terribili settimane, perché è più che necessario individuare le responsabilità di questo governo. Avranno un valore giudiziario anche importante se si dimostrerà che in queste mancanze c’è la ragione di un lockdown così stretto da potere causare il fallimento di migliaia di piccole imprese. Perché non la mancia attuale, ma l’integrale risarcimento dei danni potrà essere a quel punto chiesto in tribunale allo Stato italiano e a chi lo guidava dal governo.

FONTE: Il Tempo.it

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