In questi giorni di fine maggio, è ormai fiorita ovunque la ginestra, chiamata anche popolarmente “maggio”.
Guardando il fiore, che sembra aver rubato i raggi del sole, forte e tenace, viene in mente l’omonimo componimento di Giacomo Leopardi.

“E tu, lenta ginestra, / che di selve odorate / queste campagne dispogliate adorni, / anche tu presto alla crudel possanza / soccomberai del sotterraneo foco.”

Il poeta si rivolge alla ginestra, che diventa l’interlocutrice privilegiata del suo discorso poetico: abbandonandosi al ricordo, Leopardi comunica all’umile fiore di averlo già visto nelle campagne deserte, oltre che sulle cime del Vesuvio, nelle «erme contrade» che cingono la città di Roma, antica potenza poi tramontata definitivamente. Così come il «fior gentile», pur avendo coscienza della propria fragilità, non si sottrae al proprio destino, il poeta di Recanati è consapevole della sua piccolezza materiale nei confronti delle forze poderose e sterminatrici della Natura.

Il poeta vede nella ginestra un simbolo del coraggio e della resistenza estrema di fronte a un destino inevitabile: a differenza dell’uomo, il fiore accetta con umiltà il suo tragico destino, senza viltà o folle superbia, e sopporta con dignità il male che gli «fu dato in sorte».

L’uomo purtroppo – come tutti gli altri animali – “non nasce per goder della vita, ma solo per perpetuare la vita, per comunicarla ad altri che gli succedano, per conservarla. […] il vero e solo fine della natura è la conservazione delle specie, e non la conservazione né la felicità degl’individui”.

Secondo Leopardi, l’unica forma di «progresso» possibile consiste nella formazione di una confederazione degli uomini che, pur nell’infelicità, si sostengono reciprocamente per lottare contro il vero nemico, cioè la Natura.
Profonde sono le riflessioni del grande poeta, del genio, del filosofo, del fine filologo, dell’uomo.

È ritenuto il maggior poeta dell’Ottocento italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale e del romanticismo letterario, per la profondità della sua riflessione sull’esistenza e sulla condizione umana e per la straordinaria qualità lirica della sua poesia.
Chi di noi non si è riconosciuto, in alcuni momenti della sua esistenza, nei suoi versi?

Leopardi, intellettuale dalla vastissima cultura, inizialmente sostenitore del classicismo, ispirato alle opere dell’antichità greco-romana, approdò al Romanticismo dopo la scoperta dei poeti romantici europei, soprattutto Byron, Shelley, Chateaubriand,
Foscolo, divenendone un esponente principale, pur non volendo mai definirsi romantico. Le sue posizioni materialiste – derivate principalmente dall’Illuminismo – si formarono invece sulla lettura di filosofi come il barone d’Holbach, Pietro Verri e Condillac, a cui egli unisce però il proprio naturale pessimismo, originariamente probabile effetto di una grave patologia che lo affliggeva, ma sviluppatesi successivamente in un compiuto sistema filosofico e poetico.

Giacomo Leopardi nacque a Recanati il 29 giugno 1798 dal conte Monaldo Leopardi e da Adelaide dei marchesi Antici. Come annota il padre, in un registro familiare, memoria dei principali eventi della famiglia: “A dì 29 giugno 1798. Nacque alle ore 19 il mio primo figlio, maschio, partorito da mia moglie Adelaide felicemente, sebbene dopo tre giorni interi di doglie………A dì 30 fu battezzato il dopo pranzo nella nostra parrocchia di Monte Morello”.

Primo di sette, questo figlio dimostrò fin dai primi anni una straordinaria intelligenza ed un particolare desiderio di apprendere e di conoscere, pur non tralasciando i giuochi dell’infanzia e godendo della gioiosa compagnia dei fratelli. Con essi, di lui poco più giovani, studiò sotto la guida del padre coadiuvato dal precettore Don Sebastiano Sanchini. Ma ben presto superò i suoi maestri.

In età precoce, iniziò i suoi studi da lui stesso poi definiti “matti e disperatissimi”, volti ad ad ampliare da solo le sue conoscenze nelle più svariate materie. Da piccolo già conosceva il greco, l’ebraico e il latino.
Rimangono di questi anni giovanili numerose composizioni in prosa e poesia, su argomenti storici, filosofici ed anche scientifici.

Ancora, visitando la sua casa a Recanati, sembra di vedere il giovane assorto nello studio nella ricchissima biblioteca paterna.

Cominciò presto a tradurre in sublime poesia le sue emozioni con i primi Canti “Le rimembranze” ed “Il primo amore”.
Nel 1817 nacque l’amicizia, inizialmente solo epistolare, di Giacomo con il letterato Pietro Giordani, che per primo riconobbe nel giovine il futuro genio.

Molte sono le opere di Giacomo in questi anni, sia in prosa che in poesia: ricordiamo solo due canzoni patriottiche, “All’Italia” e “Per il monumento di Dante”. Sempre nello stesso anno iniziò un’opera in prosa la cui stesura occuperà gran parte della sua vita: lo “Zibaldone”, un diario che rappresenta la più alta espressione del vastissimo pensiero leopardiano, un acuto studio di sentimenti umani, un esame approfondito dei più vari argomenti. Lo “Zibaldone” fu pubblicato per la prima volta dal Carducci nel 1898.

Nel 1819 videro la luce gli splendidi idilli “Alla luna” e “L’infinito”: quest’ ultimo si può considerare la più alta espressione del genio poetico leopardiano.
“Sempre caro mi fu quest’ermo colle e questa siepe”…
Desideroso di più ampi orizzonti e sperando di trovare fuori di Recanati ambienti più stimolanti e culturalmente più aperti, Leopardi sognò di lasciare la casa paterna.

Ottenne il passaporto (allora necessario) per recarsi a Milano, ma, contrastato nel suo progetto dal padre, si rassegnò poi a rinunciare alla partenza.

La delusione non influisce sulla sua produzione letteraria, anzi in quel periodo compose numerosi idilli e canzoni, citiamo “Ad Angelo Mai”, “La sera del dì di festa”, “La vita solitaria”, “Il sogno”, “Nelle nozze della sorella Paolina”, “Ad un vincitore del pallone”, “Alla primavera”, “Ultimo canto di Saffo”. Sono di quel tempo anche le sue prime operette satiriche.

Nel 1822 poté finalmente recarsi a Roma, dove si fermò qualche mese ospite dello zio Antici. La capitale però lo deluse soprattutto per il modesto livello culturale, con rare eccezioni.

Tornando a Recanati, scrisse nel 1823 “Alla sua donna”. Nel 1824 compose la maggior parte delle “Operette morali”, di alto contenuto filosofico, celato talora sotto una veste leggera e satirica. Nonostante l’avvenuta pubblicazione di alcuni suoi lavori, il poeta era allora sconosciuto dalla maggior parte degli Italiani. Nel 1825 si recò a Bologna dove fu bene accolto dalla società letteraria, poi proseguì per Milano e qui ebbe modo di instaurare un rapporto di lavoro con l’editore Stella.

Tornato a Bologna strinse alcune amicizie, fra l’altro con il conte Carlo Pepoli, al quale dedicò una “Epistola” in versi. Passò l’inverno seguente a Recanati, continuando a lavorare per lo Stella, poi si recò a Firenze. La sua frequentazione del Gabinetto Vieusseux, circolo letterario dove si incontravano i più notevoli esponenti della cultura contemporanea, gli permise di conoscere fra gli altri Alessandro Manzoni e l’esule napoletano Antonio Ranieri con il quale in seguito strinse una forte amicizia. Desideroso però di trascorrere l’inverno in un clima più mite, il poeta si trasferì a Pisa dove rimarrà poco meno di un anno. Nei mesi qui trascorsi vedono la luce opere importanti, fra cui lo “Scherzo”,“Il risorgimento” e “A Silvia”. Da qui tornò a Firenze, in cattive condizioni di salute ed amareggiato dall’inutile ricerca di un impiego; malvolentieri ritornò a Recanati.

I mesi che seguirono furono fecondi di opere: egli compose “Il passero solitario”, “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, il “Canto notturno” ed “Il sabato del villaggio”. Sperando di conquistare una certa indipendenza finanziaria, aveva già concorso con le sue “Operette morali” ad un premio letterario dell’Accademia della Crusca, ma al suo lavoro era stato di gran lunga preferito quello del Botta, “Storia d’Italia”. Fu così costretto ad accettare l’offerta fattagli, attraverso il Generale Colletta, da alcuni amici toscani; essi gli garantivano un prestito annuale da restituire con la pubblicazione di future opere.

La tranquillità economica gli permise di ritornare a Firenze dove ebbe modo di conoscere e frequentare la bella Fanny Targioni Tozzetti che sarà l’ispiratrice del “Ciclo di Aspasia”, costituito da i canti “Il pensiero dominante”, “Amore e morte”, “Consalvo” , “A se stesso”,” Aspasia”.

In questo soggiorno fiorentino Leopardi incontrò nuovamente Antonio Ranieri e di comune accordo essi decidono di unire le poche risorse economiche di cui dispongono per trasferirsi insieme a Napoli. Questa città attrae Giacomo per il clima più favorevole alla sua precaria salute e per la vivacità culturale che la distingue.

A Napoli Leopardi compone in poesia alcune opere satiriche, fra cui la “Palinodia al marchese Gino Capponi” ed i “Paralipomeni della Batracomiomachia”, mentre vengono nuovamente pubblicati i “Canti” e le “Operette morali”.
Nel 1836, per sfuggire all’epidemia del colera, il Ranieri si trasferì con Giacomo a Torre del Greco nella villa di un parente ed ivi forse il poeta scrisse “La ginestra” ed “Il tramonto della luna”.

Tornato a Napoli stanco e sofferente, non potè realizzare il nuovo desiderio di un ritorno a casa perché le sue condizioni di salute peggiorarono. Assistito dal Ranieri e dalla sorella di questi Paolina, Giacomo Leopardi si spense a Napoli il 14 giugno del 1837, poco prima di compiere 39 anni, di edema polmonare o scompenso cardiaco, durante la grande epidemia di colera.

Nel libro di casa che è stato citato all’inizio con le parole del padre Monaldo riguardanti la sua nascita, si legge a firma della sorella Paolina: “Adì 14 giugno 1837 morì nella città di Napoli questo mio diletto fratello divenuto uno dei primi letterati d’Europa: fu tumulato nella chiesa di San Vitale sulla via di Pozzuoli. Addio caro Giacomo: quando ci rivedremo in Paradiso?”

Anni dopo, la tomba di Giacomo Leopardi venne traslata accanto a quella di Virgilio sempre a Napoli.

Ma Leopardi vive ancora in noi. De Sanctis dice di Leopardi qualcosa di profondamente vero: « Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. […] È scettico e ti fa credente; e mentre non crede possibile un avvenire men triste per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t’infiamma a nobili fatti.»

Leopardi ha sempre amato la vita e l’uomo, anche quando sembra che la sua condanna sia senza appello. Egli ha cercato di andare nella profondità dell’esistenza umana, senza rassegnarsi mai del tutto all’insensatezza, anzi partendo proprio dalla miseria della sua condizione per spingerlo a rialzarsi.

Nelle Lezioni americane, Italo Calvino prende Giacomo Leopardi come il poeta capace di descrivere le più minute e impalpabili sfumature della luce, soprattutto di quella lunare: «Perché il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare».

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