Pubblicato in lingua tedesca nel 1933 in Svizzera, dove lo scrittore si era rifugiato per motivi politici, uscì clandestinamente in Italia e poi ufficialmente nel ’49. È un romanzo scritto in modo semplice e chiaro: Ignazio Silone delinea perfettamente la condizione dei ‘cafoni’ all’epoca del fascismo.La storia che racconta è ambientata a Fontamara, un immaginario paesino della Marsica, storica regione abruzzese al confine con il Lazio, emblema dell’ universo contadino in generale.

Mentre fra le colline e le montagne che sono sopra la piana del Fucino, la terra è fertile, scosceso e avaro di frutti è il territorio su cui sorge il paesino.

Gli abitanti sono braccianti a giornata negli appezzamenti dei piccoli proprietari locali. Fanno un lavoro duro dall’alba al tramonto che essi, persone semplici e buone, svolgono in sofferenza silenziosa perché è l’unica dignità che possiedono.
Fontamara racconta di una terra e di un’epoca ben precise, ma per i temi sociali, politici e religiosi che tratta, esce dai confini e spazia nell’ universale.

“I contadini poveri, gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin i coolies i peones i mugic i cafoni, si somigliano in tutti i paesi del mondo.” Scrive Silone.

A quei tempi, anche in molti altri paesi era così: pochi proprietari terrieri e molti “cafoni”, poveri contadini che spesso soffrivano la fame, pur lavorando tutto il giorno. La loro vita era povera e semplice, ma, anche grazie alla loro umiltà e alla forza delle loro braccia, si sorreggeva l’economia rurale dei borghi.

Dalla dominazione borbonica a quella sabauda, nessuno si è mai occupato in particolare dei “cafoni” della Marsica, ritenuti specie inferiore di uomini. Con il nuovo regime, fatto spesso di clientelismi, la povera gente perde i pochi diritti conquistati nel tempo. La giustizia è un valore inesistente nell’ Italia di allora.

Si crea una contrapposizione sociale tra lo strato più basso e povero della popolazione (i contadini) e i possidenti della classe media,(” i galantuomini” ), tutelati dal regime e dall’istituzione ecclesiastica. I cafoni sono una mandria priva di mandriano, che vaga sperduta senza difese né difensori; per ignoranza e ingenuità diventa ghiotta preda dei più scaltri e subisce soprusi e prevaricazioni.

Tra loro spicca la figura di Berardo Viola, lo spirito più vivace di Fontamara, dotato di forza e indole incendiaria, eppure di animo buono ; egli incarna la vittima che lotta contro il suo aguzzino, la ribellione contro le ingiustizie, la rivoluzione popolare.

Nonostante il tono fluido e lineare, si coglie comunque la denuncia dell’autore contro le prepotenze el’atteggiamento critico. D’altra parte il mondo ha sempre funzionato secondo lo stesso meccanismo, secondo la molla dell’egoismo e dell’interesse personale.

Infatti, anche andando molto indietro nel tempo, è possibile rendersene conto: nelle civiltà antiche questi uomini si chiamavano schiavi e nel Medioevo cristiano si chiamavano servi della gleba.

In Fontamara i cafoni, oltre a subire ogni sorta di ingiustizia, a vedere negati giorno dopo giorno i loro diritti, sono derisi e umiliati, quando non ignorati. Perciò questa storia, più che suscitare stupore, suscita nel lettore tanto sdegno nei confronti di chi comanda e tanta compassione nei confronti di chi è comandato. Figure come don Circostanza e don Abbacchio vogliono conquistare la benevolenza dei fontamaresi solo perché utile ai loro scopi; sono uomini rispettati dai contadini, sui quali però non si può contare e che puntualmente deludono tutte le aspettative della povera gente.

Questo dice il paladino Berardo Viola nel testo:”Non si discute con le autorità. La legge è fatta dai cittadini, è applicata dai giudici, che sono tutti cittadini, è interpretata dagli avvocati, che sono tutti cittadini. Come può un contadino avere ragione?”

La giustizia non è per i più poveri: lo sapeva Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi e lo sa bene Ignazio Silone.

Di qui deriva l’ atteggiamento di Berardo e l’ amara consapevolezza di quel meccanismo che regola la vita di ogni giorno, fatto di imbrogli. Quello stesso meccanismo lo aveva portato alla perdita della terra a cui era profondamente legato e che costituiva il suo mezzo di sussistenza. Tuttavia, a un certo punto della sua vita, l’amore per Elvira gli dà nuovamente la forza di sperare. Berardo si illuderà di poter cambiare le cose e di poter migliorare la propria condizione: raddoppia il suo lavoro, fa ogni sforzo, va persino a Roma per cercare un lavoro dignitoso.

La nuova e completa disillusione di Berardo avverrà in carcere, dove con il suo estremo sacrificio, egli vorrà dare ai suoi compaesani una scossa: non si può restare a guardare di fronte agli innumerevoli inganni e alla tragicità di certi fatti: bisogna reagire.

Così i fontamaresi decidono di creare un giornale in cui denunciare tutti i disagi, le contraddizioni e i soprusi subiti.

E’ facile immaginare cosa accadde dopo l’uscita del primo numero: i cafoni devono rimanere nell’ignoranza, garanzia di un immobilismo sociale. Fa troppo comodo ai potenti l’ignoranza del popolo: un “gregge” è più manovrabile, se non ha cultura.
Una tematica sempre di grande attualità, purtroppo.

A suo tempo questo romanzo
ha avuto larga diffusione all’estero, dagli Stati Uniti al Terzo Mondo, come simbolo della volontà di riscatto degli “ultimi”. Come ogni grande romanzo non smette mai di “parlare” al lettore.

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