Oggi, 23 maggio, è un giorno significativo e triste per l’Italia e, in particolare, per la Sicilia: l’anniversario della strage di Capaci.
Rendiamo omaggio agli scrittori della nostra bella isola, parlando di un libro molto noto di Giovanni Verga.

Subito dopo la pubblicazione del capolavoro  “I Malavoglia”,  Verga inizia la stesura del secondo romanzo del ciclo dei vinti il “Mastro-don Gesualdo’.

Il romanzo viene pubblicato nel 1890, dopo 9 anni di riflessione e revisione del testo. Negli stessi anni Verga lavora a varie raccolte di novelle, Novelle rusticane, Per le vie, Drammi intimi, Vagabondaggio, e all’adattamento per il teatro della Cavalleria rusticana.

Il libro narra la vicenda dell’omonimo protagonista ed è ambientato a Vizzini, in Sicilia, nella prima metà dell’Ottocento in periodo risorgimentale.

L’operazione linguistica condotta dallo scrittore siciliano risulta in questo romanzo particolarmente varia e complessa a causa dell’eterogeneità delle classi sociali rappresentate, ognuna portatrice di un lessico proprio.

Il romanzo è diviso in 4 parti, ognuna delle quali è suddivisa a sua volta in capitoli.

Il racconto ha inizio con un evento drammatico: l’incendio di “casa Trao”. Nel trambusto dell’incendio don Diego Trao scopre la sorella Bianca con il cugino Ninì Rubiera. È un grave disonore al quale si potrebbe porre rimedio maritando Isabella, ma la baronessa Rubiera non vuole che il figlio sposi la cugina povera, senza alcuna dote, e Bianca viene data in sposa a Mastro-don Gesualdo, che aspira a far parte della nobiltà del paese.

Mastro don Gesualdo sposa Bianca, ma si sente escluso da una parte dal mondo aristocratico ma anche dal mondo dal quale veniva.

Per gli aristocratici era sempre rimasto un mastro, per il popolo era diventato un don. È quindi visto male sia dai paesani di basso ceto sia dai nobili a causa della sua ascesa sociale.

Con il romanzo Mastro don Gesualdo, Giovanni Verga rappresenta la decadenza dell’aristocrazia e tratteggia le caratteristiche dell’ascesa della borghesia di quei tempi.

Uno dei dolori maggiori gli è però arrecato dalla moglie e dalla figlia, nata in verità dalla precedente relazione della moglie con il cugino Ninì Rubiera. Il nostro protagonista, infatti, non si sente amato dalla propria famiglia. Manda la figlia in un collegio e la vizia ma i due si allontanano quando la ragazza si innamora del cugino Corrado La Gurna.

Mastro don Gesualdo però aveva altri programmi per la figlia Isabella: darla in sposa a un nobile palermitano.

Alla fine mastro don Gesualdo si ritrova vedovo, lascia il paese a causa dei moti del 1848 e di una malattia incurabile. Si stabilisce a vivere a casa della figlia, dove assiste alla dilapidazione delle sue stesse ricchezze.

Anche in questo racconto, come ne I Malavoglia, domina la logica della “roba”, che caratterizza non solo la legge di vita del protagonista principale ma anche tutte le relazioni tra i personaggi del libro: dai valori di Padron ‘Ntoni, legati alla famiglia, alla “casa del Nespolo” e alla tradizione contadina, si passa a Gesualdo che dapprima cavalca con successo il vettore del “progresso”, ma poi ne viene drammaticamente stritolato, diventando quindi uno dei “vinti” più rappresentativi del ciclo verghiano.

Belle nel testo sono le descrizioni della vita sociale del paese, dalle processioni, ai pettegolezzi, alle vicende storiche che si intrecciano con la trama.

Come è il protagonista?

Mastro-don Gesualdo non ha paura di niente e di nessuno, sfida e sovverte le regole e le convenzioni sociali, è accorto, astuto, scaltro, dotato di una forza di volontà straordinaria. Produce una ricchezza enorme, è attaccato alla “roba” e ha una resistenza fisica eccezionale.

Viene descritta la solerzia di Gesualdo nello svolgere il proprio lavoro e nel controllare quello altrui. Gesualdo non si ferma di fronte a nessuna difficoltà e lavora strenuamente in ogni condizione climatica. Tutti i pasticci dei parenti ricadono sulle sue spalle, è lui l’unico che fatica e mantiene tutti quanti.

Riesce ad accumulare ettari ed ettari di generosa terra, producendo una ricchezza enorme, senza eguali nel paese. Ma è soprattutto nella sua sfida agli elementi che si manifesta con particolare evidenza tutto l’eroismo di mastro-don Gesualdo, un eroe che sembra di pietra, di quella pietra grezza e indistruttibile che si usa per i muri a secco; ha una resistenza fisica eccezionale che gli permette di rinunciare al cibo, al sonno e di tenere testa all’implacabile sole del Sud, che brucia tutto, ma non lui. Egli sembra un eroe in sella alla sua mula testarda e resistente.

Gesualdo abita con l’umile servetta Diodata, compiacente e servizievole, segretamente innamorata dell’uomo. Gesusldo è un uomo che si è fatto da sé (Homo faber fortunae suae), grazie alle sue forze.

Mastro-don Gesualdo pretende da suoi operai il suo stesso eroico furore; soventemente li rimbrotta per il loro immobilismo.

Passano così le giornate del ricco mastro-don Gesualdo, che rientra a casa a notte inoltrata, rifocillandosi e godendosi finalmente la tregua dal caldo infernale del giorno, in compagnia della sua fedele Diodata: solo di notte giunge il meritato riposo dell’eroe al cospetto del firmamento sterminato, ma sempre più desolatamente vuoto.

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